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| Mercoledì 05 Marzo 2008 01:55 | |||
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Recensione di PIETRO SIGNORELLI Acclamato all’ultimo festival di Cannes dove ha vinto il gran premio della giuria, arriva finalmente in Italia il film d’animazione di Marjane Satrapi che narra la sua vita nella Teheran del velo, del proibizionismo per le donne e della repressione del pensiero e delle libertà. Cresciuta in una famiglia progressista e quindi venuta a contatto con realtà diverse rispetto a quelle di altre sue coetanee, grazie a dei viaggi in Europa e una passione particolare per le letture e la musica occidentale, sviluppa un gusto proprio reazionario che la porta a scontrarsi con i pasdaran del governo venuti al potere dopo la caduta dello scià di Persia. Lì scopre che l’ideologia di libertà è totalmente fasulla dopo un iniziale stimolante momento di entusiasmo, accetta suo malgrado di tenere il chador (il velo islamico), poi durante la guerra tra Iran e Iraq emigra in Austria dove conosce nuove persone ma incontra tante difficoltà per la disillusione di trovarsi in un posto diverso da quanto si aspettava. Il ritorno in Iran dopo una cocente delusione d’amore corrisponde alla sua piena maturità e presa di posizione, conscia ormai di tutti gli sbagli commessi dal suo paese nel gestire la comunità femminile e il potere.Alla fine, meno male che dopo inammissibili ritardi questo bel film viene distribuito dalla Bim nelle sale italiane. Sarebbe stato un vero peccato perderselo per colpa della miopia del mercato cinematografico italiano, teso a promuovere e mettere in vetrina solo prodotti di facile richiamo e vacuo impegno. Marjane Satrapi dirige (traendolo dal suo fumetto), coadiuvata da Vincent Paronnaud, con uno stile di animazione molto particolare, con i personaggi 2d che sono derivati dalla tecnica quasi underground del disegno schizzato e semplice, con giochi perfetti di luci ed ombre, lontano dagli scintillii del 3d, quasi totalmente in bianco e nero e solo con sprazzi di colore quando si è fuori dalla narrazione passata, stile completamente ideale per la tipologia di storia che viene mostrata sullo schermo. La storia di questa ragazzina (poi donna) anticonformista che indossa il velo, scarpe Nike e una scritta “Punk is not dead” ascoltando i Bee Gees e la musica Metal Rock, per trovare nella piena maturità sulle note di "Eye of the Tiger" le sue connotazioni complete, è davvero penetrante, ci appassiona e ci lascia stupiti di trovare una realtà tanto difficile per il nostro gusto occidentale, che conoscevamo sicuramente ma che forse non abbiamo mai davvero soppesato a dovere, in quanto pensavamo magari che le donne iraniane non si ponessero il problema di come esternare dei gusti occidentali in quanto non si preoccupavano di conoscerli neppure. L’incredibile è che a un certo punto del film, vedendola tanto emancipata e sofferente, pensiamo che se Marjane riuscisse ad arrivare in Europa o in America trovava la sua felicità, invece la regista ci racconta che non è proprio così, in quanto in fondo i problemi, anche se ben diversi, da affrontare ci sono lo stesso, solo che non c’è nessuno che ti impedisce di gestire il tuo look oppure la tua camminata per strada («Non deve correre così ancheggia troppo» gli dice il Pasdaran; «E allora non guardate le mie chiappe!» risponde lei). In Europa l’odio o l’invidia come la dabbenaggine sono uguali nel privare anche se si manifestano in forma diversa, dove l’amore per l’arte è una scusa per farsi uno spinello, come il fatto che la padrona di casa in Austria è grezza e insofferente verso ogni sua necessità. E quando poi crolla per la disillusione di un amore tradito, sembra che tutti i grandi sogni che poteva realizzare fuori dalla sua Teheran vengano spazzati senza nessuna pietà su delle panchine che la ospitano in mnaiera inadeguata. Sembra quasi che il dover fare le cose in sotterranea in Iran (le piccole feste proibite come i ritrovi illegali) renda il tutto più vero in quanto si è tutti uniti nelle difficoltà, mentre la libertà totale rimanda a delle cognizioni meno concrete che fanno vivere le emozioni in maniera leggera e poco personale, parlando della guerra come un avvenimento fico o delle lotte ideologiche per nulla studiate e capite come una sorta di icona rock (come dimostrato dagli annoiati amici che si lamentano di passare il natale in famiglia, proprio in faccia a lei che adora i suoi genitori liberali). Molto importante il personaggio della nonna, moderno e ispiratorio, che dimostra come la radice di pensiero delle donne iraniane anche di un altra generazione, abbia vissuto non solo il desiderio di non obbedire alla severa legge islamica (parla del chador come di una sorta di maschera claustrofobica, porta perle e ha sempre una acconciatura ricercata) ma anche di cercare un senso a quanto sono obbligate a fare senza trovarlo. Emblematica la scena del respiro del mare. Da sottolineare anche le scene nell‘istituto d‘arte, dove una modella completamente coperta da lunghe vesti che sembra una pera tutta uguale da qualunque punto la guardi, mancanza di forme ed elementi visivi, impedendo ogni sviluppo di studio. E la ribellione contro questa privazione del mostrarsi che avviene successivamente, dove i maschi invece possono permettersi qualunque cosa, uno dei discorsi più belli sulla libertà di espressione personale. Un film come si intuisce composito e disilluso, dallo stile anticonformista nel mostrarsi al pubblico (e non poteva essere diversamente) che non deve essere visto come un passatempo, ma che non è per nulla criptico, difficile o che parla per enigmi. Il messaggio è chiarissimo, parte e arriva diretto e completo, permettendosi di divagare a volte nelle forme e nelle espressioni dalla sua oscurità di base (dovuta alle scene di repressione o di privazione in Iran). La versione italiana purtroppo ha la voce completamente inadatta di Paola Cortellesi (in quella francese abbiamo Chiara Mastroianni e Catherine Deneuve), troppo carica, eccessivamente squillante per il tipo di racconto, anche se dobbiamo ammettere che l’ideale sarebbe vederlo in lingua originale (magari con la Satrapi stessa che parla) con i sottotitoli. In definitiva un gran bel film, per pensare e riflettere senza scorticarsi il cervello, su quanto possa essere difficile convivere con le difficoltà di tenersi pensieri e stili di vita dentro un vestito che non vuoi portare. E, soprattutto, che non basta cambiare locazione geografica per risolvere tutto, in quanto anche se la possibilità di espressione è più libera, bisogna sempre sapersi gestire a dovere in quanto maggiore è la consapevolezza che ci sono minori problemi di sopravvivenza, più facile è il dover guardarsi da chiunque in quanto possono e vogliono prendersi anche quello che non t‘aspetti per puro divertimento oppure crudeltà, privandosi di ogni ideologia, in modo peggiore di chi ti toglie la libertà ma almeno te lo dice e ti da i rigidi parametri di riferimento. Giudizio: ![]() Recensione di ALBERTO DI FELICE Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud compiono l'operazione
taumaturgica di raccontare con un cartone, al contempo, l'esperienza
interiore di una ragazz(in)a (che è la stessa Satrapi), sballottata sin
da piccola dagli eventi, e quella instabile e visibile della Storia
stessa. Per la piccola Marji, e dunque per lo spettatore, quella Storia
è semovente, e le lenti per leggerla mutano di distanza per guidarla
e/o confonderla.Il film è, se può passare l'aggettivo leggermente ricattatorio (stiamo parlando di una bambina, il rischio di passare per paciocconi c'è), molto tenero nell'usare il disegno bidimensionale come in una recita di marionette di cartone, quasi ci fosse una macchina ferma nei primi tempi del fantastico, ad inquadrare uno spettacolo fantasmagorico di invenzioni che si muovono, compresi i fondali, davanti al suo occhio. Il tempo nel film passa con un montaggio fluido di apparizioni e scomparse, già dai bei titoli di testa fitti di simboli. È un film incorniciato da un nero e da ombre espressioniste, che fa ampio uso di tendine e iridi, ma che ingloba tutto mescolando i toni del riassunto di cronaca, della lettura socio-politica, ma soprattutto con la sincerità del racconto amaro e libero di formazione. Con la necessaria prospettiva storica del flashback e della voce narrante, la storia di Marji è un gravido flusso di riflessioni costantemente raccordate per immagini. Sullo schermo scorre letteralmente la trasformazione di un paese, in dialogo con il nostro occidente, interamente attraverso la crescita della protagonista. L'ottica è chiaramente essenziale nella riuscita del film, che trova una mirabile leggerezza del tono proprio attraverso la licenza nella creazione dello spazio che la mente di questa ragazzina arguta permette. Il passato ed il presente tribolato dell'Iran possono così essere pennellati in un vero e proprio teatro dei burattini (vedasi soprattutto il racconto satirico dell'ascesa al potere dello Scià) mescolando le narrazioni intradiegetiche di Marji e dei suoi parenti in un prezioso libro di memorie e viaggio dalle nevi di Teheran a quelle di Vienna, dalla libertà al chador, fino al punk e Michael Jackson. Una delle caratteristiche più pregevoli del film è quella di ispirarsi principalmente al quotidiano, riuscendo a restituire una ricostruzione di costume (estetico, sociale e politico) lunga decenni, ed assieme trovare costantemente un abbinamento provvidenziale con una serie di epigrammi da questa non slegati, e anzi concretissimi negli assertivi ideali. Sconfiggendo con un bellissimo lavoro per tramite del mezzo, e con forte decenza morale, l'ombra dell'auto-indulgenza. Giudizio: ![]()
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Titolo originale: Persepolis
Acclamato all’ultimo festival di Cannes dove ha vinto il gran premio della giuria, arriva finalmente in Italia il film d’animazione di Marjane Satrapi che narra la sua vita nella Teheran del velo, del proibizionismo per le donne e della repressione del pensiero e delle libertà. Cresciuta in una famiglia progressista e quindi venuta a contatto con realtà diverse rispetto a quelle di altre sue coetanee, grazie a dei viaggi in Europa e una passione particolare per le letture e la musica occidentale, sviluppa un gusto proprio reazionario che la porta a scontrarsi con i pasdaran del governo venuti al potere dopo la caduta dello scià di Persia. Lì scopre che l’ideologia di libertà è totalmente fasulla dopo un iniziale stimolante momento di entusiasmo, accetta suo malgrado di tenere il chador (il velo islamico), poi durante la guerra tra Iran e Iraq emigra in Austria dove conosce nuove persone ma incontra tante difficoltà per la disillusione di trovarsi in un posto diverso da quanto si aspettava. Il ritorno in Iran dopo una cocente delusione d’amore corrisponde alla sua piena maturità e presa di posizione, conscia ormai di tutti gli sbagli commessi dal suo paese nel gestire la comunità femminile e il potere.
Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud compiono l'operazione
taumaturgica di raccontare con un cartone, al contempo, l'esperienza
interiore di una ragazz(in)a (che è la stessa Satrapi), sballottata sin
da piccola dagli eventi, e quella instabile e visibile della Storia
stessa. Per la piccola Marji, e dunque per lo spettatore, quella Storia
è semovente, e le lenti per leggerla mutano di distanza per guidarla
e/o confonderla.







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