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Onora il padre e la madre Stampa E-mail
Venerdì 14 Marzo 2008 13:26
Onora il padre e la madre / LocandinaTitolo originale:      Before the Devil Knows You're Dead
Nazione:      U.S.A.
Anno:      2007
Genere:      Crimine, Drammatico, Thriller
Durata:      117'
Regia:      Sidney Lumet
Cast:      Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke, Albert Finney, Marisa Tomei, Amy Ryan, Rosemary Harris, Alex Emanuel, Jack Fitz, Guy A. Fortt, Edwin Freeman, Natalie Gold, Sakina Jaffrey, Sarah Livingston
Produzione:      Linsefilm, Unity Productions
Distribuzione:      Medusa
Data di uscita:      14 Marzo 2008

Trama: Due fratelli sono allo sbando, uno oppresso dai debiti accumulati per il vizio della droga, con un matrimonio in difficoltà e un lavoro che non sa più gestire, l'altro con il matrimonio già fallito e che non riesce a pagare gli alimenti per la figlia. I due decidono di rapinare il negozio di gioielli dei genitori affidandosi ad un balordo, possibilmente sperando che tutto avvenga in maniera incruenta per permettere il rimborso dell'assicurazione. Ma purtroppo qualcosa va storto e la spirale dei problemi che li coinvolge porta un terribile carico di violenza in sé.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

Onora il padre e la madreNon c'è nessuna unità di luogo e di tempo nell'ultimo film di Sidney Lumet. Sceneggiato dall'esordiente Kelly Masterson (che, nonostante il nome, è un uomo), è una tragedia familiare newyorkese, tempestata nel vortice dei sobborghi e della città. La pellicola sembra voler inghiottire i suoi personaggi, e sembra volerlo fare incastrando non tanto l'ordinamento degli eventi quanto la gerarchia dei luoghi, vera gerarchia del tempo, intarsiando il casato del male lungo gli itinerari che i furgoni portavalore (o le auto, noleggiate o meno) percorrono nei giorni da cani, da fuori a dentro la maglia urbana.
È lo stesso tragitto, come li stesse instradando, dei fratelli Hanson, Andy (Philip Seymour Hoffman) ed Hank (Ethan Hawke). Il protagonista doveva essere uno solo di loro, prima che Lumet decidesse dovessero esserci due fratelli. Chi dovesse essere il protagonista è chiaro: basta notare che Andy somiglia molto al padre Charles (Albert Finney). Il film segnala subito la sua specialità isolandolo nel prologo, un coito (post-)interrotto con la moglie Gina (Marisa Tomei). Lumet torna sempre da lui, e fa di Hank, scalmanato ma naturale complice in sangue, la grama nuvola della dannazione.
Dentro un appartamento a Manhattan, vetrate aperte sulla città, Lumet staziona con Andy sul cerimoniale del suo dimenticatoio. È una scena, nel racconto che sprofonda in ordine movibile, incrollabile, è il vero funerale del film che sostituisce quasi quello di mamma Nanette (Rosemary Harris). Si svolge in un luogo che sarà decisivo da un punto di vista drammaturgico, ma che sintetizza anche l'umore micrometrico del film, il fitto contrasto incapsulato nella giustapposizione di geometrie interne (l'appartamento, finemente arredato e piatto) ed esterne (Manhattan a strapiombo). E dentro anche un'annotazione primeva, immagini a cartoni protese come ciclomotore psichico.
Non siamo in Texas, ma l'America è sempre un paese che non è per vecchi. E anche i giovani, i figli non più giovanissimi dei vecchi, pare, non sono messi benissimo. La storia di questo film potrebbe allungarsi molto oltre le sue due ore scarse, potrebbe avere flashback di molto esterni al tempo della storia (anche se la scena sovradescritta agisce quasi da squarcio d'infanzia), dato che —va da sé— non stiamo risalendo all'inverso e poi di nuovo avanti per scoprire la meccanica della faccenda, bensì per capire perché Andy abbia il suo assalto mentre con la moglie torna in auto in città lasciando il ricevimento, la casa del padre dopo il funarale.
Charles Hanson dev'essere il detective del caso. Dovrà essere lui stesso a scoprire l'oppressione congenita di quel Male centripetato nella sua architettura trasmessa, la famiglia. Il racconto temporalmente mosso, reimpresso più volte sui personaggi, è un indice sul quale Charles potrebbe ricostruirsi come sono realmente andate le cose, all'origine. È una traccia d'indagine la peregrinazione continua da dentro a fuori la città, il ritorno speculare a luoghi abbandonati, un districarsi che mina le convinzioni dei rapporti fra le generazioni di figli e padri, il totale somma delle parti. Ma appunto per questo ciò non avviene, il "coito"-inchiesta del padre è interrotto perché sarebbe auto-infliggente, ed il finale sarà dunque ovviamente tombale. Andy e il padre si somigliano, si chiedono scusa, ma gli è geneticamente impossibile perdonarsi.

Giudizio: 2.5


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Onora il padre e la madreI grandi leoni tornano a ruggire, dopo un periodo di appannamento con lavori dignitosi ma non eccelsi, Sidney Lumet (chi non ricorda Serpico e Quel pomeriggio di un giorno da cani) non perde l'occasione di dimostrare ai giovani registi speranzosi di quanto ancora si debba confrontarsi con lui per poter prendere esempio di come una storia intensa, sanguigna e cruenta possa toccare pathos quasi insopportabili nella sua fase finale dopo una costruzione praticamente perfetta.
Tra l'altro Lumet lo fa utilizzando le tecniche sviluppate sopratutto in tv e in voga in questo periodo, quella della costruzione a flash-forward e a flash-back, dimostrando di come un sistema che in altre pellicole ha dimostrato di essere facilmente criticabile (come nel recentissimo Prospettive di un delitto) in mano a un grande regista ha nuova vitalità, diversa valenza e grande fascino. La trama ci parla delle difficoltà di due fratelli in piena crisi economica, che decidono di rapinare il negozio di gioielli dei genitori, sperando per questi in un rimborso assicurativo mentre loro vendono il bottino a un mediatore. Nel corso della rapina, eseguita da un balordo del luogo, purtroppo le cose vanno decisamente storte. E qui il loro traballante mondo comincia a crollare del tutto.
Il film ruota tutto intorno all'evento, con delle didascalie che determinano ogni volta quanto manca o da quanto si parte rispetto alla rapina. Il rapporto sistema narrativo/messa in scena è intrigante, la successione degli eventi non lascia respiro e l'analisi psicologica profonda ed intensa. Il lavoro migliore viene fatto sul personaggio di Andy, il fratello maggiore, interpretato dal premio Oscar per Truman Capote Philip Seymour Hoffman, davvero in vena di grandi prestazioni recitative, che dipende dalla droga e che non sa più gestire i numerosi rappezzamenti contabili eseguiti sul lavoro, su di lui gravano le grandi responsabilità familiari, e di conseguenza di non aver saputo ben indirizzare e gestire il fallimentare fratello Hank (Ethan Hawke, anche regista con L'amore giovane) neppure nell'ultima occasione di salvezza per entrambi. Tra l'altro nei gravissimi problemi dei due si inserisce il conflittuale/sensuale rapporto con la moglie di Andy (il premio Oscar non protagonista Marisa Tomei, splendida nei suoi 44 anni che si concede dei nudi a dir poco strepitosi e soprattutto non gratuiti), tratteggiato benissimo nelle sue ramificazioni e nelle sue connotazioni psicologiche. E dopo gli inganni, gli errori, le esplosioni violente di ira esplode fragorosa la figura del padre, uno strepitoso Albert Finney (visto al fianco di Julia Roberts in Erin Brockovich) che arriva nella scena continuativa più lunga (senza intervallo di andate o ritorni narrativi) a dare impronta precisa di intenzione e rigore al tutto. Quando i grandi lavorano, anche i contorni sono ben delineati (lo spacciatore atipico, il balordo violento) ed ognuno si porta dietro una storia che non si può cancellare e con cui bisogna fare i conti se gli fai un grave torto.
Ritmo molto alto data la scelta di narrazione, ma soprattutto logica di lettura del tutto (la non linearità potrebbe confondere lo spettatore meno concentrato) chiara e comprensiva, ben giostrata nelle prospettive alternate di visione.
In definitiva un gran bel film, intenso, cruento in alcuni momenti, ma soprattutto pregnante nel suo scavo psicologico di fronte a difficoltà insormontabili, cosa devastante nel far vedere quando la logica si perde per la mancanza di tempo di reazione e speranze, non potendo pianificare e lasciando tutto al caso che alla fine non ci assiste se insistiamo troppo a voler esagerare, che non può non coinvolgere in pieno lo spettatore, permettendosi pure nel finale di lasciare un importante punto in sospeso con perfetta logica d'essere. Il titolo italiano non è pessimo, ma quello originale aveva tutt'altro fascino ("Prima che il diavolo sappia che sei morto"). Non perdetelo per nessun motivo.

Giudizio: 3.5
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