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I padroni della notte Stampa E-mail
Domenica 16 Marzo 2008 01:55
I padroni della notte / Locandina originaleTitolo originale:      We Own the Night
Nazione:      U.S.A.
Anno:      2007
Genere:      Drammatico, Poliziesco
Durata:      117'
Regia:      James Gray
Cast:      Joaquin Phoenix, Mark Wahlberg, Eva Mendes, Robert Duvall, Alex Veadov, Tony Musante, Edward Conlon, Antoni Corone
Produzione:      2929 Productions, Industry Entertainment
Distribuzione:      BIM
Data di uscita:      14 Marzo 2008

Trama: New York, 1988. Due fratelli, Joseph e Bobby, completamente diversi tra loro, si trovano a confronto: il primo poliziotto di lungo corso, l'altro manager di un locale i cui affari vanno a gonfie vele. Un giorno la mafia russa si infiltra per commercializzare droga con la copertura del ritrovo notturno, e Joseph, con il padre, chiede al fratello di poter essere un informatore al servizio della polizia. Bobby, preoccupato solo di non rischiare di perdere la sensuale fidanzata e i suoi affari, rifiuta, ma un successivo tragico fatto è alle porte.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

I padroni della notteQuesta recensione sarà condizionata in una qualche misura dal fatto che chi scrive non ha purtroppo visto i precedenti due film di James Gray, trentanovenne newyorkese di origini russe da parte di madre, che con Little Odessa (1994) e The Yards (2000) si è costruito un piccolo nucleo di estimatori soprattutto in Europa, e soprattutto in Francia, mentre negli Stati Uniti la sua opera ha avuto molta meno fortuna critica e commerciale. La divisione sembra essersi manifestata chiaramente alla presentazione di questo suo ultimo lavoro allo scorso Festival di Cannes, dove il film è stato malamente accolto principalmente dagli americani presenti.
Preso singolarmente, We Own the Night si rivela un film problematico e forse anche un po' rognoso. Evidentemente le risposte contraddittorie derivano da questo. Non è esente da debolezze, soprattutto in fase di scrittura (dello stesso regista), che ad un livello superficiale sembrerebbero farlo orbitare non lontano dal regno televisivo, se non fosse che la direzione di Gray (e la fotografia di Joaquín Baca-Asay) dimostra altrimenti. Le facilonerie narrative non mancano, in effetti, ma nell'insieme la costruzione le discolpa. Nel contempo, il film confessa la sua appartenenza cavernosa al poliziesco vecchia scuola, un'eredità che come quella del protagonista Bobby Green (Joaquin Phoenix) fa da nervatura inscindibile della pellicola.
Chiuso non a caso in uno spazio e in un tempo passato (la New York criminale del 1988) come in un incubo dal quale —vedasi il finale— Gray dichiara è impossibile uscire, il film apparecchia la vicenda di un uomo la cui avanzata verso l'indipendenza, il successo e l'amore è impedita dal fascino maledetto della fedeltà patriarcale. Siamo dentro il dramma familiare, insomma, e quel che Gray è molto bravo a fare è organizzarlo sulle modulazioni ed i dubbi del protagonista.
Si consideri il dialogo in chiesa fra Bobby, il padre Bert (Robert Duvall) e il fratello (Mark Wahlberg) assieme ad altri poliziotti. In questo momento la nostra ottica è perfettamente integrata con quella di Bobby, l'ideale della divisa che padre e fratello incarnano ci appare soffocante in opposizione alla bella scena fra Bobby e la sua ragazza Amada (Eva Mendes) che apre il film. In seguito questa sensazione verrà progressivamente distrutta, e come Bobby lo spettatore sarà impadronito dall'aura autoritaria della colpa.
Questa stessa scena si conclude col padre che invita tutti ad uscire per lasciarlo solo con Bobby. La cosa succederà un'altra volta nel film, e in entrambi i casi sembrerebbe che il padre voglia continuare il discorso iniziato con gli altri presenti, per convincere il figlio: è interessante invece il fatto che la loro conversazione continui cambiando parzialmente binario, facendosi molto più personale, ed è su quel binario interrato che il film funziona e il padre, più che convincere, suborna il figlio.
La prova di Phoenix, da questo punto di vista, appare strumentale nel chiudersi sempre più in una perdita di contatto e sensibilità fisica, che spezza significativamente il caldo rapporto con Amada nell'indifferenza, nel senso del dovere, fino al già citato finale nel quale il suo nome si ritrasformerà in Grusinsky, e il pensiero-fantasma della donna amata sarà tumulato in un «Ti voglio bene anch'io» rivolto al fratello nell'altra chiesa ideale (si prega anche, d'altronde "In God we trust") che è una cerimonia del corpo di polizia.
Viene in mente il caso eclatante dell'ultimo Jordan, se si pensa che anche questo film è stato accusato di bassezza ideologica. C'è da rimanere interdetti per tale superficialità di lettura, incapace di distinguere l'assenza assoluta di un atteggiamento prescrittivo del film, anzi la sua asprezza. Non è bastato, a quanto pare, un finale raramente così duro.

Giudizio: 3.5


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

I padroni della notteIl titolo originale "A noi appartiene la notte" (come quello italiano almeno per una volta calzante) potrebbe far pensare che ci si riferisca alle bande di malviventi che scorazzano indisturbate soprattutto nelle ore dove vince la luna sul sole, invece la frase è un indicativo di una scritta che portano i poliziotti sulle casacche, dato che i difensori della città combattono il crimine sopratutto nelle ore notturne dove avvengono retate, arresti e azioni programmate. Di fatto in questo film di James Gray (ultima pellicola The Yards del 2000) la notte è il momento culminante dei punti cardine che lo compongono, (tranne quello decisivo che segna il dominio totale sulle 24 ore), dove tutto avviene oscuramente con la città che dorme e sembra non accorgersene. Trama di forti derivazioni scorsesiane (l'influenza del suo The Departed si nota molte volte in questo lavoro), narra di due fratelli, Joseph (Mark Wahlberg, reduce dalla prova, ancora come poliziotto integerrimo, del film prima citato) che chiede al fratello Bobby (Joaquin Phoenix, il feroce cattivo de Il gladiatore) di fare l'informatore per la polizia del locale notturno che gestisce per debellare un traffico di droga che circola all'interno.
i due sono completamente diversi, uno poliziotto idealista, l'altro manager senza troppe remore che pensa solo a mantenere vizi costosi e soprattutto la stupenda fidanzata (una strepitosa nella bellezza Eva Mendes sensuale come non mai prima). Il dualismo non tarda a venire fuori, nonostante l'arcigno padre cerchi di portare la calma e la ragione (interpretato da un Robert Duvall finalmente al di fuori delle particine di contorno ma in un solido ruolo di non protagonista importante e decisivo, ago della bilancia delle incomprensioni tra i due fratelli).
il film è teso, duro, vibrante, non ha tantissimi inseguimenti in macchina (uno solo sotto la pioggia veramente al cardiopalma) o sparatorie (relegate sopratutto per chiudere gli archi narrativi magari anche con un unico semplice colpo di arma da fuoco), ma ha delle discussioni concitate intense, momenti in cui si legge la tensione e le insicurezze come se fossero una lama tagliente su cui camminare sopra, dato che le decisioni nonostante siano magari anche coraggiose, non sono mai completamente giuste. Qualcosa va sempre storto giocando con argomenti così difficili, non si ha mai la sicurezza che anche cose apparentemente inattaccabili vadano a buon fine, e le tante promesse non mantenute (di vario tipo) presenti confermano questa impossibilità di possedere non solo il tempo determinato (la notte appunto) ma il destino globale. Gray con Little Odessa si era già avvicinato al tema della mafia russa, e qui lo sviluppa come se fosse il cancro dei sogni di grandezza di Bobby il supermanager («Voglio grandi figli e tanti palazzi») dato che per colpa loro rischia di perdere tutto quello che ha, dovendo prendere quella famosa decisione che farà da catalizzatore di tutti i guai successivi.
Ritmo molto alto, momenti di riflessione intensi, scene di confronto delle vite dei fratelli ottimamente iconizzate (rigida presenza familiare per Joseph, feste sfrenate per Bobby) ha il difetto di mancare di grandi momenti di sorpresa, di fatto gli avvenimenti sono un po'telefonati e qualcosa avviene senza molta logica (difficile essere sottoscorta in quella maniera tanto rigida e poter andar via quando si vuole, come fa la Mendes, senza che il poliziotto di guardia intervenga), la mafia russa vive di stereotipi nei personaggi, ma il livello di gradimento non cala mai davvero in quanto la vicenda rimane interessante, e vogliamo capire i come e i perchè occulti, a tutti i costi.
Il tutto immerso in un'atmosfera plumbea, la fotografia dai colori smorti e la ricostruzione di venti anni fa (più difficile di quanto si pensi, con l'evoluzione tecnologica che galoppa ad ostacolare la correttezza temporale degli oggetti negli ambienti, niente cellulari, niente schermi piatti, si rivedono le vecchie care macchine da scrivere e i pc con floppy disk) adeguata. Meglio la recitazione di Phoenix che quella di Walhberg, qua è un po' defilato e con una parte meno caratterizzata di quella (ottima) eseguita con Scorsese.
In definitiva un film che glorifica la polizia e il suo coraggio, si fa vedere in maniera più che soddisfacente per l'intensità delle situazioni, con una coprotagonista femminile davvero da togliere il fiato (la scena iniziale del film parla da se), non esagera mai nelle situazioni roboanti da action movie che avrebbero rovinato tutto, tratteggia bene i caratteri ma che manca della solidità registica necessaria per fargli fare il salto di qualità, unita a una sceneggiatura che avrebbe dovuto essere più robusta con vere originali soluzioni che qui in fondo mancano. Ma questi Padroni della notte danno davvero un buon soggiorno in sala per l'affitto che paghiamo, il regista affinando man mano le sue capacità potrà anche riuscire al prossimo giro a darci qualcosa di completo e diverso e non solo più che soddisfacente, dato che qualche numero di base si è visto.
Bello poi rivedere Tony Musante anche se in una parte di contorno.

Giudizio: 2.5
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