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Un bacio romantico
Venerdì 28 Marzo 2008 12:05
Un bacio romantico / LocandinaTitolo originale:      My Blueberry Nights
Nazione:      Francia, Hong Kong
Anno:      2007
Genere:      Romantico
Durata:      111'
Regia:      Wong Kar Wai
Cast:      Norah Jones, Jude Law, Rachel Weisz, Natalie Portman, David Strathairn, Hector A. Leguillow, LaVita Brooks, Nate Bynum, Chad R. Davis
Produzione:      Block 2 Pictures Inc., Jet Tone Production Co., Lou Yi Ltd., Studio Canal
Distribuzione:      BIM
Data di uscita:      28 Marzo 2008

Trama: Lizzie ha appena troncato la relazione con il suo fidanzato, dopo aver scoperto che la tradiva. In cerca di conforto si reca nella pasticceria di Jeremy, un uomo tenero ed affettuoso. L'incontro tra i due sembra essere utile per entrambi, ma per Lizzie la voglia di scoprire altre storie ed altre persone è troppo forte, e per lei comincia un giro itinerante per vari locali facendo la cameriera alla sera, in modo da guadagnare anche i soldi necessari per l'acquisto di un'autovettura, che la porta a conoscere diverse anime tormentate, restando però sempre in contatto postale con Jeremy.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

Un bacio romanticoSubisce comprensibilmente come un leggero processo di aggiustamento, ma non una crisi di rigetto, il trapianto di Wong Kar Wai in terra americana. My Blueberry Nights appare subito come una pellicola di transizione, e il termine è strano da usare come un'eccezione per il lavoro di un autore i cui personaggi sono sempre vissuti in questo medesimo stato, aspettando incroci, opportunità, rimpianti. Continuano a farlo anche quelli di questo film. Sembra allo stesso modo necessario, perché non ci si può aspettare che, nel raccontare per la prima volta gli incroci nelle vite di non-hongkonghesi, il regista si trovi subito nello stesso identico universo di comprensione che lo legava profondamente a Hong Kong. È dunque una pellicola meno salda, più incerta sebbene più immediatamente "narrativa", nella quale si trovano principalmente conferme, forse qualche primo piccolo impaccio, e —il che è probabilmente ciò che colpisce maggiormente— un po' più di ottimismo.
My Blueberry Nights altro non è, una volta di più, che una storia di formazione, declinata stavolta al femminile (sebbene il personaggio maschile percorra a sua volta un cammino parallelo di elaborazione), nella quale però la malinconia pensosa ed auto-riflessiva del regista si incontra col topos americano del viaggio come metafora, ereditandone anche una certa logica fidente conclusiva che permetterà alla protagonista Elizabeth (Norah Jones) di tornare al punto di partenza avendo imparato una lezione, e ancora in tempo per vivere il suo amore con Jeremy (Jude Law).
La cifra di Wong va rintracciata nel fatto che a prevalere nel viaggio, nelle due elaborazioni che giungeranno a ricongiungersi, è però ancora una stasi esistenziale, piuttosto che una liberazione insita nell'atto stesso di viaggiare: è indicativo che per buona parte del tragitto Lizzie stia raccogliendo i soldi per comprare un'auto usata, e nel frattempo debba dunque fermarsi, scendere da un autobus (sul quale, non a caso, non la vediamo mai) e conoscere, incrociare altre persone. Lo specchio altrui, quello di altre due donne sfuggenti ed ingabbiate da un passato decisamente più doloroso del suo —la femme fatale Sue Lynne (Rachel Weisz), separata dal marito Arnie (David Strathairn), e la gambler Leslie (Natalie Portman), alle prese col padre— diventa così la cartina sulla quale si compie la vera esplorazione, figurativamente già espressa nei treni sopraelevati che si incrociavano nei pochi scorci newyorkesi che vediamo.
Anche la metropoli è di fatti incredibilmente ferma su sé stessa, tutta chiusa nello spazio fra il bar di Jeremy e lo spazio fuori dalla sua porta, il cui attraversamento, oltrepassando luci, insegne e vetrate, completa quello che è l'universo chiuso del film, il luogo di ritorno. Dentro di esso, oggetti —e persone— con una data di scadenza, mazzi di chiavi, ed altre porte da trovare aperte o chiuse, con qualcuno ad aspettare o meno. Libero dalla Storia della madre patria, per Wong è tempo di permettere che qualcuno ad aspettare, adesso, ci sia, che le opportunità perse permettano comunque, alla fine, di rimediare. Ad Hong Kong è rimasta quindi la melancolia, quel tocco intriso nell'ambiente stesso (e forse anche nella diversa sensibilità culturale degli interpreti) con la sua carica affettiva e significativa; tutto il resto c'è ancora.

Giudizio: 2.5


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Un bacio romanticoIl regista asiatico Wong Kar-wai (autore di pellicole ottime come In the Mood for Love e 2046) si cimenta con il suo primo film occidentale con attori americani (coprodotto però dalla Francia) dirigendo star del calibro di Jude Law, Natalie Portman e Rachel Weisz. Particolare non da poco è che nonostante questo trio di tutto rispetto la protagonista è un'esordiente (al cinema) di fama, la cantante Norah Jones, il cui personaggio funge da catalizzatore per gli eventi del film.
Riprendendo le tematiche a lui care del sentimento e della comunicazione contrastata, Kar-wai con il solito stile affascinante ci racconta delle storie diverse e separate, partendo da quella dell'incontro tra Lizzie e Jeremy nella pasticceria, sorta di osservatori del mondo con animo tenero e pacato (a dimostrazione il continuo armeggiare di lui con la telecamera del negozio a volte sfuocata a volte perfettamente regolata) che vedono storie di uomini e donne vivendo direttamente le loro emozioni, vicende disperate come quella della Weisz, ex moglie di un poliziotto che alla sera affoga la sua disperazione per la separazione nell'alcool, interpretato da David Strathairn, attore culto di George Clooney, per poi continuare con il racconto di una accanita giocatrice di poker (Natalie Portman) che gioca la sua vita continuamente sul filo del rischio economico e che ormai non crede più a nulla, neppure al padre in punto di morte.
Il tutto si chiude stupendamente con l'immagine che lo spettatore porterà a simbolo del film, l'inquadratura praticamente perfetta che si scolpisce nella mente per restarci a ricordo di quanto visto.
Privilegiando per la fotografia il caldo del rosso (il colore delle emozioni forti per antonomasia) siamo condotti per mano senza strattoni e in maniera dolce in questo percorso di storie metropolitane di grande impatto, dove la regia si differenzia continuamente, sottolineando i momenti diversi del vedere e del sentire, rallentando, velocizzando e cambiando le prospettive in maniera mai mono strutturata, utilizzando sempre il comparto fotografico alla perfezione per giochi di colore affascinanti. Quando l'intensa Norah Jones (davvero una bella sorpresa, ma anche gli esordienti sotto la direzione degli artisti prendono vigore) vede le vicende delle persone con cui viene a contatto, è come se il filtro dell'uomo che sta dietro la camera da presa sparisse, entrasse in lei e cogliesse gli attimi felici o meno degli altri per farli propri, bandito accettato dai protagonisti in maniera consapevole, in modo che quanto è stato preso possa essere portato a lezione per completare la propria storia. I rumori metropolitani affogano in una stupenda percezione sonora (la original soundtrack è veramente strepitosa), canzoni del momento portate a ricordo di una emozione da trasmettere.
Rispetto agli altri lavori precedenti del regista la trama è molto più lineare del solito, si svolge e si segue con meno tortuosità di racconto, probabilmente dovendo incontrare il gusto del pubblico occidentale si è fatto un lavoro in questo senso di limatura delle sfaccettature dei percorsi, ma le immagini e i simboli sono uguali e profondamente iconizzanti.
Come quando le parole nella pasticceria diventano la fusione del gelato sulla torta dei mirtilli (dialogo e comunicazione che si integrano), quando viene superato il bancone nella scena finale per simboleggiare il protagonismo ormai raggiunto con l'esperienza da vivere dopo l'osservazione, quando novelle Thelma e Louise si percorre la strada per giungere alla meta (morale e fisica) destinata viaggiando nella natura brulla e arida, quando i conti del passato ritornano in un biglietto a ricordarci che quanto viviamo non è mai veramente morto anche se nella vita odierna non sembra più entrare direttamente, mentre le lettere che spediamo ora ci collegano a quello che può essere il passato, il presente e il futuro, che una porta chiusa ci impedisca di progredire senza che delle chiavi lasciate su un bancone non è detto che possano aprire.
Il ritmo ovviamente non è incalzante, per far cadenzare e penetrare a dovere le emozioni di ciò che vediamo non si può pretendere che un ottica di racconto calma e riflessiva, anche se il grande impatto visivo non ci fa per niente sentire la sua durata.
In definitiva il lavoro di un artista in trasferta che ci dona un grande ritratto emotivo, dall'intenso fascino visivo sempre in evoluzione, che usa i colori caldi e i particolari per emozionarci in maniera splendida e convincente, nel modo che tanti registi più vacui non riescono a raccontare, in un perfetto connubio di musica e di spirito osservativo/introspettivo che non può non affascinare chiunque voglia pensare di vivere al cinema veri sentimenti, con presente una prova d'attori che ha dato volto vero agli animi tormentati di città che brulicano di storie meritevoli di essere conosciute, indipendentemente dalla vita sempre in corsa che facciamo, in un ottica di disincanto mai veramente rassicurativa del racconto ma che ha sempre in se una fiammella di speranza o nuovi orizzonti da perseguire.
Il titolo italiano non ha merito a quello originale, che si riferisce alle torte di mirtilli lasciate intatte dai consumatori ma che comunque sono dense di sapore, gustate di notte insieme per viverne completamente il profumo.

Giudizio: 3.5


Recensione di EMANUELE RAUCO

Un bacio romanticoA volte basta poco per leggere un film in due modi diversi e promuoverlo o bocciarlo a seconda delle sensazioni, del contesto, o semplicemente dell’aria che tira. Questo perché ci sono dei film che cuore, testa, pancia riconoscono come importanti, perfetti, superbi. E film magari minori e sottovalutati sui quali si passa sopra, concentrati sui difetti e ignari dei pregi.
Wong Kar-wai, pur spaziando dall’estremo formalismo di ricerca alla ricerca estrema del formalismo, ha quasi sempre fatto questi film del cuore, piccole o grandi gemme che superano definizioni e steccati convenzionali per installarsi con personalità nel cuore dello spettatore: ed è così se non in modi ancora più evidenti, in questa sua prima trasferta americana dove la tradizione statunitense diventa riflessione visiva – narrativa di puro piacere.
Dopo aver passato molte notti al bar di Jeremy per smaltire la delusione dell’abbandono del suo uomo, Elizabeth parte in viaggio all’estremo opposto degli Stati Uniti. Per cercare avventure, persone, idee. Se stessa.
Scritto da Wong con l’aiuto di Lawrence Block, un on the road sentimentale, ma in senso lato, esistenziale forse, leggero e delicato come una commedia umana e con la sensibilità spirituale e affettiva che riporta il regista di Hong Kong alle libertà e agli splendori del suo vecchio stile.
Ambientato tra New York, Memphis e Las Vegas, ma quasi esclusivamente in interni, in bar e casinò, un film che racconta il viaggio di liberazione di una donna dal suo dolore, dalle sue delusioni, alle scoperte di altri luoghi e, soprattutto, come ogni film “sulla strada” che si rispetti, di altre persone, come un viaggio nella disperazione quotidiana di una nazione che ha voglia, una volta tanto, di non prendersi troppo sul serio.
Come un turista illuminato, Wong cerca lo spirito degli Stati Uniti, mai come stavolta al plurale, visto che le tre tappe e ritorno del viaggio ci presentano le tre città come mondi diversi, dai toni, le musiche, i colori (straordinaria fotografia di Darius Khondji) quasi opposti, speculari – vista l’abbondanza di pareti riflettenti attraverso cui il film è visto, nei quali il regista prova a scoprire l’universo intimo di un paese che vorrebbe dimenticarsi del proprio io, e dei propri risvolti affettivi (ciò che prova a fare ognuno dei personaggi); con una scelta stilistica straordinaria e coerente, perciò, il film si concentra sulla concretezza, sulle immagini vive, sugli oggetti (le chiavi, i semafori, gli scontrini), sui ricordi, sugli attimi vissuti, come quel bacio indimenticabile o il monologo di Jeremy, lasciando inalterato il tono fresco e malinconico, quasi casuale del racconto.
Wong (tacciato a Cannes di maniera verso film come Hong Kong Express), sceglie una regia quasi iperrealistica, di pura soggettività, fatta di sensazioni percettive che lasciano molto spazio a colori, luci, fotografia sgranata e ricca di ralenti, dissolvenze, oltre che a un grande uso dei contributi scenotecnici (scenografie, montaggio e costumi sono curati da William Chang Suk Ping) e delle musiche, quasi un corollario concettuale col quale scavare meglio nell’atmosfera e nella verità del luogo.
Ovvio che con una regia di questa portata, la sceneggiatura e l’ottimistico gioco dei rapporti umani sembrino quasi uno spunto, un’idea resa viva dalle mani del regista: cosa che, in effetti, è. E come avesse tra le mani la celeberrima camera-stylo di nuovellevaguiana memoria, Wong riesce a disegnare e seguire il suo perfetto cast, capitanato dalla sorprendente Norah Jones (che canta in colonna sonora un paio di canzoni) e reso prezioso dal ruolo intenso di Jude Law, dall’esplosiva bellezza di Rachel Weisz e dalla magnetica bravura di Natalie Portman (per non parlare del grande David Strathairn). La tenerezza e la sincerità di sguardo con cui Wong segue il cuore del suo film e dei suoi spettatori ripaga di limiti, ingenuità e difetti, e rende prezioso un piccolo film che sembra come una porzione per due di cioccolata calda e pasticcini: da gustare con la persona giusta.

Giudizio: 3.5
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