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| Il cacciatore di aquiloni |
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| Lunedì 31 Marzo 2008 02:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Ecco Marc Forster, discreto mestierante fattosi finora apprezzare per il suo buon tocco letterario (film riusciti sia Neverland che il precedente Vero come la finzione, che a loro modo dicevano qualcosina di non nuovo ma piacevole sullo storytelling e la realtà), alle prese con quello che stranamente è solo il suo primo adattamento cinematografico di un libro, il noto bestseller dell'afghano-americano Khaled Hosseini. E purtroppo succede che, venendo infine con questo Il cacciatore di aquiloni all'adattamento «alto»—del David Benioff già sceneggiatore di Stay (chissà perché, quello che non scrive per Spike Lee non sembra nulla di eccelso; speriamo il buon Jim Sheridan, il cui prossimo Brothers è scritto proprio da Benioff, sappia dimostrare altrimenti)—di un romanzo «importante» (ma, sospetto, nel senso meno lusinghiero), si palesa chiaramente anche tutta la sua mancanza di genuino impulso critico-artistico.Tralasciando l'opera di Hosseini, che non ho letto, il film altro non è che una sommaria storia di formazione con elementi di rito, tutta incentrata su memoria personale, che vorrebbe farsi collettiva di un popolo, e il balsamo della seconda opportunità. Abbiamo quindi un passato lacerante rimosso, un lungo flashback, una svolta ed una luminosa conclusione. Su questo tracciato, la superficialità del materiale diventa sempre più manifesta, e la fredda costruzione narrativa, pedantemente sottilineata dalla messa in scena, dimostra un'attenzione tutta estrinseca alla storia, incapace di andare oltre uno sguardo storico-critico null'altro che illustrativo, fantoccio e vacuo, un genericissimo purgatorio di anime sofferenti. C'è così giusto la storia della famiglia con segreti del piccolo Amir (Zekeria Ebrahimi; Khalid Abdalla da adulto) e del suo amico-fratello Hassan (Ahmad Khan Mahmidzada), bambini con la purezza dell'infanzia e al contempo il marchio, imposto, subìto e reiterato, della colpa umana. Narratoci l'antefatto, ben poco viene in seguito elaborato sullo stesso. Semmai, si tenta un abbozzo di dipinto sociologico della diaspora in terra americana, all'acqua di rose, nel quale c'è solo spazio per far compiere un'ultima buona azione in onore alla tradizione—la richiesta di matrimonio—al padre interpretato da Homayoun Ershadi, prima che muoia. Il film, in altre parole, fa esclusivo affidamento sul lacrimevole della vicenda, prodigandosi in simbolismi spicci (lo zenit essendo immancabilmente la metafora degli aquiloni, prevedibilmente ripresa nel finale) piuttosto che in sforzi analitici. Per di più, emerge finanche una visione ben lontana dal progressismo di facciata. È da questo punto di vista estremamente indicativa la scelta di far finire il discorso sulle etnie e sui Talebani con la solita spietata personificazione riassuntiva del Male, un cattivo venuto anche lui dritto dall'infanzia. Ma la vera «finezza» è che questo demonio in carne ed ossa si sceglie di farlo essere bullo gay da ragazzino (interpretato da Elham Ehsas; uno stupro del quale, se non ci fosse da pensarci su, si potrebbe addirittura lodare la misura drammatica), e quindi adesso pedofilo da grande (Abdul Salam Yusoufzai): un personaggio che è un insopportabile coagulo di schifosi stereotipi omofobi. Per tacere della scolasticamente controllata mielosità con la quale è dipinta la nuova terra che accoglie i profughi, l'America della seconda opportunità e con solo minimi impicci dove possono tornare a volare gli aquiloni colorati strappati ai bambini dai soci di Bin Laden, che li hanno sostituiti con arti mutilati e stampelle. La questione culturale e storica, per il film, si ferma qui. Fortuna che c'è l'intelligenza di Persepolis per tirarci un bel po' su. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Marc Forster ha diretto due film molto apprezzati e conosciuti come Neverland e Monster's Ball, e sta lavorando niente popodimeno che alla regia del prossimo, targato n° 22, episodio di 007, e in questo straziante ritratto di un uomo pervaso dai dubbi e dai sensi di colpa tratto dal libro di Khaled Hosseini, apprezzato bestseller internazionale, dimostra tutta la sua bravura e le sue capacità registiche, con suggestive inquadrature dall'alto di una Kabul (e di un Afghanistan) in procinto di subire eventi devastanti come l'invasione sovietica e la presa del potere successiva dei Talebani.La trama narra di un'amicizia finita male per colpa di un atto vigliacco e di una decisione di non intervenire ancora più vigliacca, se vogliamo, che per vent'anni sembra stare muta senza intersezioni, riallacciando i suoi fili solo quando sembrava ormai completamente seppellita. I protagonisti sono due bambini di diversa estrazione sociale, Amir e Hassan, il primo ricco ereditiero, il secondo il figlio del suo fidato servo. Il ritorno a Kabul dell'ormai trentenne Amir, trasferitosi con il padre in America per sfuggire alla repressione sovietica, sarà traumatico. Forster non cambia moltissimo del libro (introduce una scena d'azione per dare movimento decisamente poco affascinante rispetto a quello che avviene nel romanzo, e anticipa la figura di colui che farà da motore alla decisione di tornare a Kabul per meglio far comprendere allo spettatore alcune cose), ma mantiene intatto lo spirito che lo permea, quello della disillusione, dei troppi cambiamenti che avvengono (il ricco diventa povero, le sicurezze si sfaldano e le delusioni e le amarezze sono continue) e della incapacità di vivere con i sensi di colpa del passato. Amir (Khalid Abdalla) vive la sua gioventù in amarezza e in controtendenza dei voleri del padre che ha trovato per entrambi la salvezza in America, si laurea senza nessuna gioia, cerca di scrivere faticosamente un libro tra la diffidenza dei parenti e conoscenti («Devi fare il dottore» gli dicono) e poi, quando il libro viene ultimato e stampato, deve andare a riprendere i fili del suo passato. Un'ironia del destino che ci insegna che i disegni più grandi sono quelli della solidarietà umana da attuare e non il successo economico da perseguire (la scena dell'orfanatrofio abbandonato a se stesso è a dir poco eccezionale quanto a iconizzazione della necessità di aiutare); di fatto nella seconda parte del film si abbandonano gli agi e le certezze pur di correre a salvare l'onore sporcato nel tempo addietro. Immagini dure e pesanti, che ci ricordano sotto quale regime si viveva (presente anche la scena della lapidazione di una donna fedifraga, con la privazione dell'identità del burqa da indossare anche durante la sua esecuzione), che impediva ogni tipo di felicità e dimostrazione pubblica di colloquio avverso al regime. All'interno è nascosta una terribile verità sotterranea che uscirà in maniera devastante, dimostrando che la tanto decantata fedeltà ad Allah del regime, con imposizione di comportamenti impossibili da seguire, nasconde verità scomode e atrocità indegne. I contrapposti psicologici tra la prima e la seconda fase (innocenza e maturità) sono altissimi proprio per sottolinearli: vediamo l'altalena di situazioni in cui vive la famiglia di Amir, che passa dalla ricchezza e visibilità afghana all'appiattimento in quella americana, vivendo di lavoretti, mentre man mano si nota come il padre dia dignità alla propria vita con comportamenti che affossano sempre di più la dignità del figlio oppresso dal passato (la scena con il soldato russo è a dir poco eccezionale quanto ad emotività). Preparatevi a una trama piena di sorprese inaspettate, per una delle trasposizioni di romanzo più riuscite degli ultimi tempi, riuscendo grazie a una grande prova di regia e a un'integrazione ottimale degli ambienti a farci sentire nella zona dove si svolge ciò che vediamo. In definitiva un film coinvolgente come pochi, potente, emozionante, che tratta gli inaspettati temi scabrosi (ovviamente per chi non ha letto il libro) in maniera perfetta calibrandosi tra le diverse realtà, tirando fuori tutti gli scheletri dall'armadio quando meno te lo aspetti, visione completa ed appagante per una serata di cinema impegnato. E mentre i bambini ci guardano con i loro occhi privi della dignità della fanciullezza, uccisa troppo presto dalle azioni nefande dei grandi, ci sentiamo tutti più poveri per non aver fatto niente per loro. Sono momenti in cui il cinema ci ricorda che le tragedie e gli incubi degli errori personali non finiscono scappando e trovando una nuova realtà di vita, ma continuano a tormentarci senza tregua finché non li abbiamo riparati. Giudizio: ![]()
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