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| Venerdì 04 Aprile 2008 01:55 | |||
Titolo originale: JunoNazione: Stati Uniti Anno: 2007 Genere: Commedia, Drammatico Durata: 96' Regia: Jason Reitman Cast: Ellen Page, Michael Cera, Jennifer Garner, Jason Bateman, Olivia Thirlby, Allison Janney, Rainn Wilson, J.K. Simmons, Candice Accola, Cameron Bright, Daniel Clark Produzione: Fox Searchlight Pictures, Mandate Pictures, Mr. Mudd Distribuzione: 20th Century Fox Data di uscita: 4 Aprile 2008 Trama: Una sveglia e bizzarra sedicenne rimane incinta dopo la sua prima volta con un amico, compagno di scuola e vicino di casa. Decide di tenere il bambino e darlo in adozione ad una giovane coppia. Recensione di ALBERTO DI FELICE Quello di Jason Reitman è un film, si potrebbe dire, sull'aborto ma
senza l'aborto. La faccenda viene liquidata in una scena nella sala
d'aspetto della Women Now, con una piccola ma efficace soluzione audio-visiva:
dettagli sonori di gente paranoide, egoistici pruriti, nella testa di
Juno MacGuff (Ellen Page). La questione finisce qui: Juno non sarà così, non abortirà,
opterà per dare il suo bambino in adozione. Tanto deve bastare, perché se qualcuno potrebbe—non con tutti i torti—vedere questa fretta di "abortire" l'aborto di cattivo occhio (va da
sé, ahinoi, che il film è diventato manifesto dei pro-Life, anche in casa nostra; chissà se avranno notato che la loro esponente
nel film, una un po' sgrammaticata studentessa di origini cinesi, col suo sgrammaticato cartello “No babies like murdering”, grida: «All babies want to get borned», che
purtroppo suona come “burned”—ignoro l'adattamento dialoghi italiano, ma quasi infallibilmente avrà perso per strada queste sottigliezze), proprio
con la messa fra parentesi di un punto latu senso "politico"
l'esordiente Diablo Cody, premiata agli Oscar, cerca di parlare dei motivi e dei
desideri che ci sono dietro, della loro rilevanza o banalità. Ci riesce in una certa misura, con una storia dolce e tenera che però non va molto oltre l'epidermico.Il film si muove su un terreno difficile, fra il classico "tema importante" e la frivolezza del cinema indipendente USA, spesso tacciato di mendacia—e per qualcuno ancor più detestabile dato il successo commerciale e in vari premi, dagli Oscar alla Festa di Roma. Non siamo insomma dalle parti del faticoso e necessario verismo del rumeno 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, né dello stupendo ritratto multistrato del Palindromi di Todd Solondz, il quale purtroppo, per quella indipendenza strenua e radicale che il film di Reitman non ha, è rimasto confinato ad una minuscola e fortunata nicchia—sia in casa che fuori—che non può che amarlo. Eppure Juno riesce per la sua strada più modesta e "stereotipata" (gli stereotipi leggermente caricaturali—ma mai la sfacciata gratuità—di certo cinema indipendente americano, per l'appunto) a trovare una qualche veridicità, seppur non il profondo umanismo, del bellissimo film del controverso Solondz: è anche la sedicenne di questo film un palindromo verso il quale scoprire un affetto, un attaccamento. Se si potrebbe prontamente rimarcare come i problemi presentati vengano comunque risolti alla luce di un—immancabile, date le premesse di cui si è detto—ottimismo nella tradizione a stelle e strisce, va piuttosto apprezzato come una pellicola del genere sappia raggiungere un pubblico amplissimo, intrattenerlo e offirgli—con tutti i suoi limiti qualitativi—qualche questione da ponderare, senza prenderlo necessariamente per scemo (o forse, con acume, sì: si veda il "borned" di cui sopra) né esser privo di una certa attitudine narrativa ed espressiva. Già si è detto della buona—magari non degna di un Oscar, ecco—sceneggiatura della Cody, ma è bene sottolineare come Reitman Jr. sappia accompagnarla e particolareggiarla. Si prenda, ad esempio, la scena in cui la madre di Bleeker (Michael Cera) viene a chiamarlo per cena, che si chiude sul dettaglio delle mutandine di Juno nella mano destra del ragazzo. La cosa non è di poco conto in un film, come si diceva, che nella sua veridicità, nel dato umano, cerca la più grande qualità. Da questo punto di vista, non vanno lodati di meno gli intepreti: su tutti la splendida Page, ovviamente, ma fra gli altri anche i genitori di J.K. Simmons e Allison Janney, oltreché una adeguatamente toccante Jennifer Garner. Con sullo sfondo una fede discreta nella bontà umana, evidente nei personaggi (della quale sono indicativi i genitori della protagonista), ma senza fare aperto affidamento su troppo buonismo, Juno è, più che sulla rinuncia all'aborto, soprattutto un film sulla maternità, e sulla maturità da cui dovrebbe nascere. Proprio su questo versante dimostra un positivo discernimento, opponendo l'incidente adolescenziale al suo equivalente nella decisione adulta, o nelle stesse tribolazioni di questa, nel desiderio di un figlio da parte di una coppia: il peterpanismo del marito (Jason Bateman) e l'anelito di maternità della moglie (non meno nevrotico—con le pratiche di preparazione all'evento apprese dal libro di turno su come trovare la sicurezza in sé stessi—di quello di disfarsene, che vediamo nella sala d'attesa della Women Now). E nel finale, nel pur rimarcato ottimismo, che chiude romanticamente su una canzoncina ed un bacio d'amore, non si rinuncia a suggerire la problematicità e la sofferenza della scelta, costretta a rinnovarsi e a mutare, chiamando due donne a decidere per sé stesse (i maschi sono sempre gli immaturi, e le donne quelle responsabili: una costante che richiama, sebbene non fino in fondo, le puberali commedie à la Apatow), facendo scappare uno dei due maschi adolescenti (molto bello il biglietto di Juno al posto del ritratto di famiglia che non sarà, sostituita da una vivida solidarietà femminile), e facendone tornare un altro. Un film discretamente intelligente, dunque, sebbene in definitiva limitato da alcuni facili schematismi espositivi facilmente rintracciabili in questo tipo di commedie, primo fra tutti uno spasmodico ricorso all'espediente delle musiche e del montaggio a episodi per far fluire la narrazione. Ma soprattutto manca nella sceneggiatura una vera capacità di definire realmente i problemi in gioco, facendo in verità affidamento più su singoli brani e su qualche generica—per quanto perspicace—oscillazione simpatica per i personaggi, piuttosto che sull'articolazione interna e uno sviluppo realmente incisivo delle questioni. I dialoghi brillanti forniscono così buona sponda agli adeguati interpreti (va in questo nuovamente sottolineata la bravura della Page), ma rimangono sempre alla superficie amabile e confortevole delle cose. E dei personaggi stessi. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Trionfatore al festival di Roma, questo Juno di Jason Reitman (autore del ficcante e interessante Thank You for Smoking)
è un film deliziosamente divertente, pieno di battute spiritose e
dotato di un autoironia fuori dal comune, con la piccola grande
protagonista (Ellen Page, che era la Kitty Pride degli X-Men) a
fare da mattatrice su tutta la vicenda in maniera sublime, dominando la
scena in lungo e in largo, dando prova di grande maturità, decisionismo
e assoluto controllo (tranne ovviamente nel momento in cui avrebbe
dovuto proteggersi dalla gravidanza indesiderata). Il film ci racconta
della sedicenne Juno, che ha un telefono hamburger e la stanza piena di
poster, alle prese con un piccolo fondamentale errore : ha fatto sesso
con un suo coetaneo, Paulie Bleeker (uno stralunato e bamboccione
Michael Cera, visto in Superbad), masticatore di tic-tac gusto
arancio e del tutto inconsapevole di come gestire un rapporto, ed è
rimasta in cinta. Detta la cosa tra non poche difficoltà ai genitori,
padre biologico e matrigna, decide coraggiosamente di non abortire («Là
puzzava di dentista!») e di portare a termine la gravidanza, per poi
donarlo a una coppia di coniugi trovata per annuncio, Mark (Jason
Bateman) e Vanessa (Jennifer Garner, l'affascinante Sidney Bristow di Alias e recentemente al cinema con Bateman in The Kingdom),
peccato che il clima della coppia che sembrava in un primo momento
idilliaco poi si riveli del tutto diverso. Juno è a un bivio e deve
decidere per il meglio.La bellezza del film si fonda sopratutto sui dialoghi al vetriolo impostati dalla ragazzina terribile, che non accenna mai a smettere di dominare la situazione e che a tutti i costi vuole che le persone capiscano il suo obbiettivo, si rendano conto che la cosa piombata su di lei è gigantesca ma non per questo non viene controllata, la giovane età non conta nulla se esiste il decisionismo. E così impartisce lezioni di vita a Mark, un possibile padre, ma anche un eterno Peter Pan, più vecchio d'età ma molto più immaturo di lei per gestire un figlio, sfida la scuola sfilando orgogliosa con il pancione sotto lo sguardo di tutti i suoi coetanei e i professori, risponde a tono alla matrigna che la accusa di non poter avere cani per colpa sua, guida l'auto per diverso tempo per fare la spola a portare ecografie che sortiscono effetti disparati. E ogni volta una frase viene sparata come pietra tombale sui discorsi, una chiosa e un paletto fissato e Juno ne esce fuori alla grande. Il merito della forza della sceneggiatura (premio Oscar) è di un autrice esordiente, Diablo Cody, eccentrica ragazza piena di tatuaggi che ha eseguito sceneggiature sulla rete ed ora è corteggiata dalle Major. il ritmo è movimentatissimo, Juno, nonostante il fagiolo nella pancia (come lo chiama lei) percorre le stagioni (scandite da una didascalia animata e dalla corsa del gruppo di studenti podisti di cui fa parte Bleeker) e si fa trovare nei vari luoghi sempre in movimento, pronta a scandagliare zone e persone per tenere tutto sotto controllo, segno di maturità acquisita e di vero coraggio che sprona l'azione. Belle anche le musiche, perfettamente intonate al film, mentre la sigla iniziale animata è a dir poco strepitosa, che ci fa intendere quanto questa coraggiosa ragazzina/mamma non abbandoni mai la sua ingenuità e la sua età anche se fa azioni da grandi. Il finale poi è quello perfetto, calibrazione esatta della scelta pensando al tipo di personaggi e a quanto si è visto, che non può far altro che accontentare tutti. Certo, il film non raggiunge vertici artistici aulici, si tratta pur sempre, per quanto intelligente e sarcastica, di una commedia giovanile "dolcemente incinta" più riuscita del solito, ma il valore finale è di soddisfazione per aver visto uno spettacolo che fa sorridere spesso, quasi grottesco nella parametrazione tra la decisa Juno e l'imbranato padre biologico («Mia madre usa la candeggina anche sui colorati»), che ci parla di coppie in crisi per l'impossibilità di essere se stessi o per la paura del nuovo che viene a interrompere la stabilità e il tran tran di cose sicure e consolidate. Ma non dobbiamo avere paura del nuovo quando questo porta una vita nuova tra di noi, Juno ci dice che se arriva quando non è il momento dobbiamo non impedirne la nascita ma solo variare le scelte fino a trovare quella giusta, perché il nuovo seme abbia le stesse nostre possibilità nostre di sbagliare magari, ma comunque anche la possibilità di essere qualcosa. Belli i siparietti che avvengono quasi sempre con gli adulti seduti, dove escono fuori le piccole invidie e le insicurezze che la situazione porta a scoprire. In definitiva una imperdibile commedia intelligente, briosa, spigliata e zeppa di dialoghi al fulmicotone, grandi e piccole verità espresse benissimo, mai volgare, interpretata magnificamente dalla protagonista totalmente in parte, ideale per sorridere di gusto e nel contempo avere una gradita lezione di stile e di coraggio da seguire da parte di questa ragazzina costretta a lasciare, ma che non vuole buttare, una parte importante di se stessa. Giudizio: ![]()
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Titolo originale: Juno
Quello di Jason Reitman è un film, si potrebbe dire, sull'aborto ma
senza l'aborto. La faccenda viene liquidata in una scena nella sala
d'aspetto della Women Now, con una piccola ma efficace soluzione audio-visiva:
dettagli sonori di gente paranoide, egoistici pruriti, nella testa di
Juno MacGuff (Ellen Page). La questione finisce qui: Juno non sarà così, non abortirà,
opterà per dare il suo bambino in adozione. Tanto deve bastare, perché se qualcuno potrebbe—non con tutti i torti—vedere questa fretta di "abortire" l'aborto di cattivo occhio (va da
sé, ahinoi, che il film è diventato manifesto dei pro-Life, anche in casa nostra; chissà se avranno notato che la loro esponente
nel film, una un po' sgrammaticata studentessa di origini cinesi, col suo sgrammaticato cartello “No babies like murdering”, grida: «All babies want to get borned», che
purtroppo suona come “burned”—ignoro l'adattamento dialoghi italiano, ma quasi infallibilmente avrà perso per strada queste sottigliezze), proprio
con la messa fra parentesi di un punto latu senso "politico"
l'esordiente Diablo Cody, premiata agli Oscar, cerca di parlare dei motivi e dei
desideri che ci sono dietro, della loro rilevanza o banalità. Ci riesce in una certa misura, con una storia dolce e tenera che però non va molto oltre l'epidermico.
Trionfatore al festival di Roma, questo Juno di Jason Reitman (autore del ficcante e interessante Thank You for Smoking)
è un film deliziosamente divertente, pieno di battute spiritose e
dotato di un autoironia fuori dal comune, con la piccola grande
protagonista (Ellen Page, che era la Kitty Pride degli X-Men) a
fare da mattatrice su tutta la vicenda in maniera sublime, dominando la
scena in lungo e in largo, dando prova di grande maturità, decisionismo
e assoluto controllo (tranne ovviamente nel momento in cui avrebbe
dovuto proteggersi dalla gravidanza indesiderata). Il film ci racconta
della sedicenne Juno, che ha un telefono hamburger e la stanza piena di
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con un suo coetaneo, Paulie Bleeker (uno stralunato e bamboccione
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