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| Sabato 05 Aprile 2008 02:55 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Quasi sicuramente Lee Tamahori non lo recupereremo più, perso com'è nel baillame dell'action esplosivo senza cranio (né eccessiva perizia tecnica). Dopo le prime due pellicole, l'esordio rivelazione nella sua Nuova Zelanda e il noir Scomodi omicidi, non ci ha riservato nulla di propriamente necessario. Next rientra in questa involuzione commerciale, che—anche se la cosa non consola: anzi—procede a ritmo abbastanza diradato (cinque pellicole in dieci anni).Il film è un esiguo rimasticamento contemporaneo di un racconto del caro vecchio Philip K. Dick, interessato solo agli aspetti più pallidi dell'opera dickiana. L'unica trovata interessante della sceneggiatura di Gary Goldman (in passato autore degli script ben più meritevoli—è anche vero che a dirigerli c'erano Carpenter e Verhoeven—di Grosso guaio a Chinatown e Atto di forza), Jonathan Hensleigh (Il santo, Armageddon, The Punisher) e Paul Bernbaum (Hollywoodland), è quella di fare dell'eroe un furfantello dello spettacolo di Las Vegas, col fine di mascherare il suo potere. Vi si potrebbe con un po' di bontà rintracciare qualche frecciatina. D'altronde già il personaggio originale, che in Dick era un mutante imprigionato dal governo, aveva particolari tratti in comune con i successivi X-Men a fumetti, e il Cris Johnson/Frank Cadillac di Nicolas Cage ne è un po' la parodia in abiti civili da mago da quattro soldi. Ma l'appiglio finisce prestissimo, fungendo giusto da set-up, senza lasciare molto tempo per pensarci su. Meglio puntare sulla storia d'amore con la bella, che regala anche il twist finale—per smorto che sia. Si ripiega dunque sulla fuga del protagonista con colei che potrebbe essere sua figlia, Liz Cooper (Jessica Biel), braccati dall'F.B.I. dell'agente Ferris (Julianne Moore), che vuole salvare otto milioni di vite nell'area di Los Angeles. I terroristi, per non scomodare i mujaheddin, sono una banda transnazionale di europei che comunicano in inglese britannicizzato e francese. Con scuse non molto convincenti, in effetti, pare a Johnson non vada proprio di dare una mano. D'altronde se riesci a scappartene in Arizona con la Biel, non è che possa importartene molto se L.A. brucia all'inferno, no? La trama in sé, più o meno, scorre, senza il minimo sussulto. Gli effetti speciali, che sarebbero un'esplosione (che naturalmente vediamo più volte, dati i poteri del Nostro), qualche rantolamento di ferraglia e tronchi, e un misticamente sdoppiato Cage che se ne va in giro ad esplorare un magazzino, sono magari un po' cafoni. Comunque adatti alla pellicola, che se non altro sembra capace di fornire—a chi lo vuole—il classico divertimento con quel tocco di cerebrolabile, che non fa male a nessuno e si dimentica subito. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Tratto dal racconto «The Golden Man» di Phillip K. Dick. Come è caduto in basso Lee Tamahori, dopo essere partito benissimo nel 1994 con l'interessante e sanguigno Once Were Warriors – Una volta erano guerrieri, aveva girato un interessante Bond nel 2003 (La morte può attendere), poi si era perso con l'inutile seguito di XxX ed ora fa un nuovo tonfo con questo pessimo Next.Film, dalla strada al cinema già percorsa più volte, di un uomo che vede nel futuro (Nicolas Cage, qui in versione superlegnosa al suo peggio e oltretutto in alcuni punti uomo multiplo, una tortura per chi lo odia), peccato che possa avere solo due minuti di preveggenza, tranne che per quanto riguarda una misteriosa donna che vede in continuazione, e soltanto per quello che riguarda la sua vita (in pratica non prevede nulla di quello che non lo riguarda). Vive di espedienti insieme a un vecchio compare (un incanutito e patetico Peter Falk) in una rimessa d'auto (Cage voleva ri-citare il suo orrendo Fuori in 60 secondi?), anticipando le mosse delle guardie che lo catturerebbero se non sapesse come agiscono, e facendo l'illusionista in un locale di Las Vegas. Un giorno una affascinante detective dell'FBI (Julianne Moore, unico vero motivo di vedere il film la sua sempre incantevole e arcigna presenza) lo studia e decide di usarlo contro una terribile minaccia terroristica, sfruttando la preveggenza. Decisamente la fretta di farlo (probabilmente il cast, compresa la bella Jessica Biel qui in versione dolce fidanzatina del destino, aveva ben altri lavori in testa e questo lo ha infilato per paghetta) ha nuociuto parecchio a Tamahori, dato che la trama, già di per sé piena di insidie come tutte quelle che parlano di paradossi temporali, viene sviluppata come un compitino di prima elementare senza nessuna vera inventiva, piena di cose davvero poco convincenti (una per tutte: perché davanti a una televisione il suo potere si espande oltre i due minuti, a comando, solo perché ci sono dei fissa-palpebre?): azione farraginosa, inseguimenti davvero privi di emozione e scene ridondanti (quelle nel cottage in montagna) veramente indegne dei soldi spesi per farle tanto ci lasciano indiferenti. Oltretutto il finale rinnega ogni dettame che il film ha imposto, lasciandoci praticamente di stucco di disapprovazione, quasi che dopo la noia sia subentrata anche la facile spiegazione degna dei fumetti primi anni novecento di Little Nemo che tutto può accadere nonostante tutto. Si procede anche con siparietti commedia (quella nel bar stile Tarantino del suo Pulp Fiction) davvero noiosi, dove il giochino del «vedo due minuti avanti per cui so» viene espanso ad elastico. Cage fa le solite facce attonite, qualche corsetta e si accuccia mentre tutto vola mentre fa rewind e forward mentali in continuazione; la Biel si diletta ad essere la brava ragazza che ha il destino dei bimbi a cuore, la Moore sa che è tanto brava che esserci già basta, si cita Kubrick in maniera più o meno velata (oltre che quella evidente di Arancia meccanica anche Il dottor Stranamore, sia per il discorso della bomba che per delle veloci immagini in televisione) e la carne da cannone in mezzo (poliziotti comparsa e cattivi terroristi super-tecnologici e dai delitti che lasciano gli scenari del crimine pulitissimi) gioca a buoni e cattivi nelle sparatorie alla camomilla più placide degli ultimi tempi, tanto con Cage uomo multiplo «prevedi-tutto» la vittoria è sicura. Bonariamente si potrebbe pensare a un divertimento da parte degli autori, ma il divertimento non dovrebbe essere solo loro: dovrebbero pensare anche a noi che gli abbiamo dato fiducia entrando al cinema spendendo tempo (per fortuna poco, 96 minuti) e soldi traditi. A un certo punto tra le preveggenze stiracchiate nel calcolo del tempo delle forbice del potere (quanti secondi mancano? Quanti minuti?) si perde la bussola, e il regista che capisce il fatto ci propina sempre soluzioni comode cadendo nella noia più totale. In definitiva un film brutto e noioso, poco coinvolgente, che se avessimo avuto il potere del protagonista avremmo evitato con gioia. Giudizio: ![]()
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Quasi sicuramente Lee Tamahori non lo recupereremo più, perso com'è nel baillame dell'action esplosivo senza cranio (né eccessiva perizia tecnica). Dopo le prime due pellicole, l'esordio rivelazione nella sua Nuova Zelanda e il noir Scomodi omicidi, non ci ha riservato nulla di propriamente necessario. Next rientra in questa involuzione commerciale, che—anche se la cosa non consola: anzi—procede a ritmo abbastanza diradato (cinque pellicole in dieci anni).
Tratto dal racconto «The Golden Man» di Phillip K. Dick. Come è caduto in basso Lee Tamahori, dopo essere partito benissimo nel 1994 con l'interessante e sanguigno Once Were Warriors – Una volta erano guerrieri, aveva girato un interessante Bond nel 2003 (La morte può attendere), poi si era perso con l'inutile seguito di XxX ed ora fa un nuovo tonfo con questo pessimo Next.









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