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The Hunting Party Stampa E-mail
Sabato 03 Maggio 2008 01:55
The Hunting Party / LocandinaTitolo originale:      The Hunting Party
Nazione:      Stati Uniti, Croazia, Bosnia-Erzegovina
Anno:      2007
Genere:      Azione, Drammatico, Thriller
Durata:      101'
Regia:      Richard Shepard
Cast:      Richard Gere, Terrence Howard, Jesse Eisenberg, Diane Kruger, Joy Bryant, James Brolin, Ljubomir Kerekes, Kristina Krepela, Dylan Baker, Mark Ivanirlène Cardona
Produzione:      Intermedia, The Weinstein Company, Cherry Road Films, Cherry Hill Productions, Jadran Film, QED International, Scout Film
Distribuzione:      MIKADO
Data di uscita:      30 Aprile 2008

Trama: Simon Hunt è un reporter di guerra che con il suo amico, il cameraman Duck, non ha alcuna paura a infilarsi nelle situazioni più pericolose possibili in ogni parte del globo. Dopo una tragedia che lo colpisce direttamente, il combat reporter però perde la calma e in diretta esplode con esternazioni che ne provocano il licenziamento. Costretto a girovagare con contratti miserabili per il mondo, cinque anni dopo ritrova Duck, diventato influente all'interno del network televisivo, coinvolgendolo in Bosnia per dare la caccia a un terrorista criminale di guerra chiamato 'la Volpe'. Apparentemente sembra che Hunt lo faccia per la ricompensa, ma forse c'è ben altro in gioco.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

The Hunting PartyTipico film di denuncia, che prova ad essere atipico, nel quale il buon gusto e la chiarezza ideologica non sono proprio il pezzo forte. Si parte dalla storia vera d'ordinanza, nel caso in specie un reportage del giornalista Scott Anderson sul settimanale Esquire, che assieme ad altri quattro colleghi avrebbe rischiato di scovare in mezzo alle montagne della Repubblica Serba Radovan Karadžić, se solo non fosse stato chiaro che la comunità internazionale (in particolare il governo americano), a sua detta, trova più comodo lasciarlo in pace dov'è. Chiamata a raccolta la star-testimonial Richard Gere, il bravo attore di supporto Terrence Howard, e un mestierante alla regia, la macchina è partita.
Richard Shepard, che si scrive la sceneggiatura, decide di buttarla sull'ironico. Ad aprire il film c'è infatti una bella didascalia che informa che «solo le parti più ridicole sono vere». Peccato che (escludendo le didascalie pre-titoli di coda) non abbia la faccia di bronzo per andare fino in fondo. Se da un lato abbiamo qualche nota bislacca (del tipo: gli agenti indiani della polizia internazionale dell'ONU mangiano, anche loro, le ciambelle) ad orpello di una vicenda nella quale i veri coinvolti sono stati sul serio scambiati per componenti di un'operazione coperta della CIA, dall'altro vengono riproposte stantie schematizzazioni drammatiche pensate apposta per la star.
L'eroe giornalista Simon Hunt (Gere) è contro il sistema, e capisce che il sistema è marcio quando l'amore della sua vita (che purtroppo si chiama Marda, Kristina Krepela) ci lascia tragicamente le penne. Nel momento tragico, ecco che salta fuori il cattivo (la personificazione del male, specie se è un serbo con l'occhio sbieco, il capello lungo e unto, e la barbetta incolta, fa sempre comodo) Boghdanovic 'La Volpe' (Ljubomir Kerekes; ma bisognava proprio scomodare Bogdanovich?) da guardare negli occhi: un giorno ci sarà giustizia. Ops, vendetta.
La giustizia/vendetta difatti c'è, a dispetto di ONU/Nato/USA/Francia/Regno Unito (ce n'è per tutti), grazie alla buona azione del villaggio musulmano dove crebbe e morì l'amata, alle calorose cure dei cui abitanti viene lasciato il mostro. Sarà colpa mia, ma il tocco ironico di Shepard mi è sfuggito particolarmente in questo momento, anche se ovviamente il tutto è un atto d'accusa contro L'Aia. Rimane difficile capire cosa trarne di preciso, se si pensa che il film sarebbe un commento al perché Bin Laden se ne sta anche lui ancora tranquillo sulle montagne. Forse che all'americano medio conviene andarselo a prendere e farlo fuori da sé perché ai Repubblicani conviene tenerselo stretto?
Terrence Howard è nel classico ruolo di sprecato, a sua volta con una bella lontana (Joy Bryant) cui pensare. Poi c'è colui che ha il ruolo di riaffermare sommessamente la positività complessiva del sistema (dell'informazione, e non solo) contro il quale l'eroe è schierato: c'è il figlioccio del vice-presidente del network che l'ha licenziato, il pivello Benjamin da Harvard (Jesse Eisenberg), che nell'attimo giusto si redime come sveglio e uomo d'azione, e intuibilmente a pellicola terminata re-immetterà l'eroe nel parterre degli stipendiati bravi corrispondenti di guerra.

Giudizio: 1


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

The Hunting PartyRichard Shepard (regista di The Matador) dirige sbilencamente una pellicola che trae ispirazione da un articolo scritto sulla rivista Esquire, con gusto totalmente americano di stravolgere storie serie e tragiche per farle diventare una vuota fiction dalle molte colpe. Un incanutito e trascurato Richard Gere è Simon Hunt (ovvio il gioco di parole tra il cognome e il ritrovo/caccia che suggerisce il titolo), un coraggioso reporter che si infila in ogni parte del globo dove ci sia in atto una guerra («Non sai quante guerre ci sono al mondo se le vai a cercare») seguito fedelmente dal suo cameraman Duck (Terrence Howard, al cinema in questi giorni anche con Iron Man), in quanto per loro l'unico modo per vivere la vita è il pericolo («Il resto è televisione»). Ma dopo aver avuto una terribile tragedia Hunt “sbarella” in diretta tv, rovinato dalla tensione e dalle troppe tragedie vissute sotto pelle, rilascia dichiarazioni eversive e viene cacciato. Dopo 5 anni di girovagare reincontra Duck, e insieme al figlio di un dirigente del network decidono di dare la caccia a un noto criminale di guerra chiamato “la Volpe" attirati dalla ricompensa di 5 milioni di dollari e dalla voglia di tornare alla ribalta.
Viste le premesse, ci sarebbero tutte le condizioni per proporre una storia tragica con tutti i crismi, con l'intelletto del reporter messo a dura prova dalle tragedie che non può commentare senza esserci dentro psicologicamente, altrimenti ne viene distrutto, e invece ne esce una storia priva di qualunque mordente con l'introduzione di un feroce criminale e la sua cricca che davvero fa ridere, una collaboratrice affascinante e misteriosa (Diane Kruger che aveva cinque minuti di tempo per una particina secondaria, ma nella storia reale e non questa era un uomo, magari barbuto, puzzolente ed incolto), scene di ripresa in diretta della guerra false lontano un miglio (come quelle dell'inizio), interludi con belle donne in vacanza e non manca pure il ragazzo coraggioso, anche se novellino che fa domande continuamente e che suscita ilarità in situazioni del tutto di pericolo («Quando ci ammazzano?»).
A chiudere il corollario del ridicolo filmico creditori di Hunt di varia stazza (il nano), incontri con vecchi amici che un secondo prima ti stavano sparando, con infine la raffigurazione di un reporter disastrato che, guarda caso, ha una tragedia alle spalle con risvolti patetici per come vengono mostrati (non possiamo dire quali per filologia di lavoro e rispetto, ma non incolpateci di averlo visto per aver suscitato la vostra curiosità scrivendo questo) che lo portano ad andare oltre.
Gabriella Simoni ed Ennio Remondino (tanto per citare due reporter di casa nostra che si sono sempre infilati in situazioni pericolose pur di fare il loro lavoro di cronaca) dovrebbero chiedere alla produzione i danni da lesa immagine, dato che questo Simon Hunt, interpretato da un Gere che vogliamo credere non abbia letto il copione e aveva bisogno di qualche dollaro per la villa nuova, sembra uscito da un fumettone di Canale 5 tanto risulta falso, patetico e scontato. Si vuole fare denuncia partendo da una vicenda giornalistica? Si prenda l'esempio del Salvador di Oliver Stone allora, e non ci si perda in miasmi hollywoodiani che devono presentare una tragedia globale in maniera così evidentemente banale costruendo una sciocca spy story tra alberghi e con criminali da operetta che cacciano volpi, fanno lo sguardo truce (evidenziato da dei primi piani scandalosi) quando nella realtà massacravano i bambini (famosa la frase di papa Giovanni Paolo che disse «Fermatevi di fronte al bambino!»), rispondono al cellulare mentre stanno per iniziare una tortura e hanno frasi tatuate sulla fronte. E ogni tanto, dulcis in fundo, telefonatina alla fidanzata procace e bellissima che è in vacanza in Grecia, ma Duck pur geloso marcio non torna da lei perché l'istinto e il dovere lo chiamano. Si vuole denunciare le pecche di una fallace e trascurata ricerca dei criminali di guerra serbi perché fa più paura Bin Laden dei massacratori in pensione, si tira in ballo la CIA e si chiede con una scena cittadina di far fare giustizia al popolo, certo che sono ottimi messaggi, ma messi così banalmente e spettacolarizzati senza senso perdono ogni loro virulenza propositiva.
In definitiva un film scialbo e monotono, pieno di cose sciocche, che perde la sua attrattiva ben presto dandosi una patina di denuncia alle guerre dimenticate e ai suoi truci protagonisti lasciati in libertà da una opinione globale di poca memoria (offendendo così le vittime) che proprio ha solo nella forma e non nel contenuto, presentando due attori spaesati in cerca di comode proposizioni di poco impegno. Si può tranquillamente evitare senza nessuna remora.

Giudizio: 1
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