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| Alla scoperta di Charlie |
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| Sabato 17 Maggio 2008 05:00 | |||
Titolo originale: King of CaliforniaNazione: Stati Uniti Anno: 2007 Genere: Commedia, Drammatico Durata: 93' Regia: Mike Cahill Cast: Michael Douglas, Evan Rachel Wood, Willis Burks II, Laura Kachergus, Paul Lieber, Kathleen Wilhoite Produzione: Emmett/Furla Films, Lone Star Film Group, Michael London Productions, Millennium Films Distribuzione: Moviemax Data di uscita: 16 Maggio 2008 Trama: Charlie è appena stato rilasciato dopo un soggiorno di due anni in un ospedale psichiatrico, ma alla figlia sedicenne Miranda, cresciutasi praticamente da sola, non sembra migliorato. A riprova che forse la ragazza non si sbaglia, Charlie è convinto di aver risolto il codice che dà istruzioni su come recuperare un baule di dobloni d'oro del diciassettesimo secolo. La ragazza è ovviamente riluttante a farsi coinvolgere, ma si sa: i genitori hanno il vantaggio di esser sempre necessari. Recensione di ALBERTO DI FELICE È comodo partire da Alexander Payne—che, saprete tutti, è quello di Sideways—per parlare del film dell'ignoto débutant
Mike Cahill. Viene infatti naturale pensare, foss'anche solo perché si
sa che Payne ne è produttore, che Cahill si sia scritto la
sceneggiatura partendo proprio da un'idea del cinema del natio di
Omaha, figurandosi quale perdente da compiangere si potesse porre al
centro di un viaggetto di sopravvivenza. Cahill infatti scrive una
buona sceneggiatura, con quell'equilibrio e quella stoccata di
figurazione richiesti da tal produzione indie. E che purtroppo ha anche l'aspirazione di dire un po' troppo da sé.La stoccata consiste nel fatto che la ricerca dei dobloni d'oro da parte del pazzo papà Charlie (Michael Douglas) è in realtà un'acuta planimetria della (ri)edificazione commerciale del caro vecchio Sogno Americano, con per ascendente gente fra i primi avventurieri di California, i missionari spagnoli di padre Juan Florismartes Torres. Si risale fino al 1600, ma in realtà si aspira ad andare giusto qualche decennio indietro, quando il più ricco stato dell'unione era ancora "vergine". A Charlie e Miranda (Evan Rachel Wood) basta ricordare che pochi anni prima attorno alla loro casa non c'era quell'invasione di cantieristica residenziale che c'è adesso. La terra dell'oro spogliata di ogni fascino, con quei teloni di plastica che la fanno sembrare una discarica stesa ad ammuffire a cielo aperto, e un barbecue in cui i modelli da spiaggia sono rimasti a casa lasciando il posto a dei miserandi poco depilati, flaccidi, decisamente unappealing, estremamente gross. Cose rimaste da fare in questa terra spogliata: se si è figlie, abbandonare la scuola, lavorare da McDonald's («Welcome to McDonald's») e comprare coi risparmi auto di -xª generazione su eBay; se si è padri, fingere di avere un'intervista di lavoro da Applebee's per impressionare favorevolmente la figlia che lavora da McDonald's («Welcome to Applebee's»?) e munirsi di metal detector, ruspa e trapano per recuparare finalmente l'oro del quale la terra è stata spogliata. Naturalmente, per gli altri è lui il pazzo. Così questo film ha attimi in cui squarcia letteralmente la prospettiva: ci si ritrova a tradimento su un campo da golf inizialmente mimetizzato nel racconto di padre Torres, una natura perfetta si manifesta sottosopra, tosata e riassemblata; si ascolta la descrizione schifata e poco caritatevole degli allora selvaggi e nel frattempo, a tradimento, si osservano miserandi in lardo odierni dimenarsi convinti di esser civili; e si scopre che le catene (infine la grande distribuzione: «Welcome to Costco»?) hanno incatenato gli uni e gli altri fregandosene di dove poggiano i piedi. Eppure, nonostante la descritta e volendo anche illuminante stoccata figurativa (in conclusione arrivano anche i cinesi, sottolineatura—che forse va oltre quello che ci si può permettere—della vittoria del "pazzo"), a Cahill manca proprio la sensibilità estetica—diciamo pure lo stile—per poterla sferzare in modo più memorabile di un modesto prodotto da home video. Al di là di quei pochi attimi si naviga in acque piattamente medie, e anche narrativamente ci si accontenta di un risaputo rapporto padre irresponsabile-figlia responsabile da riallacciare. Anche se Douglas ha una barba irresistibile, e Evan Rachel Wood dovrebbe ormai aver convinto tutti. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Michael Douglas dopo qualche apparizione cammeo o blande
interpretazioni (il vero ultimo film dei qualche importanza a cui ha
partecipato è Traffic del 2000), interpreta con dovizia e
humour questo ritratto di Charlie (agghindato alla Don Chisciotte ma
anche da vecchietto saggio dell'Old Wild West), con baffi e barba
incolti, con problemi psichiatrici, genitore della giovane Miranda
(Evan Rachel Wood, promettentissima interprete di Across the Universe e Thirteen,
film che l'ha lanciata), ragazza che tutti sognano e vorrebbero avere
come figlia, coscienzosa lavoratrice del McDonald's e che nonostante
mille difficoltà date dall'ossessione del padre per un fantomatico
tesoro spagnolo (questo il richiamo a Don Chisciotte e Sancio Panza in
versione femminile) si dimentica di poter avere una vita propria
(nessun segno di fidanzati, amici oppure distrazioni nella vita di
questa bella diciassettenne) e si dedica completamente a seguirne il
sogno.Il tesoro, vero o falso non conta poi molto, è il tramite per unire questi due universi diversi, che si ritrovano a seguirsi con due modalità parallele e non congiunte, una modalità che parla di un sessantenne voglioso di aiutare la figlia e dare un senso alla sua malattia e alla sua vita, l'altra di una ragazza dolce e comprensiva che attraverso i flashback ripercorre le difficoltà e le privazioni di una infanzia povera ma che non rinnega l'amore per chi in fondo, anche se senza cattiveria, le ha provocate con un comportamento borderline. Commedia agrodolce, lineare e semplice, che il regista Mike Cahill, prima regia, propone senza troppi voli di fantasia al suo interno, blindandola nei due protagonisti (decisamente al cinema vanno di moda le coppie strambe) e non permettendo che nessun altro elemento, se non in maniera marginale, possa intervenire nel disegno narrativo delle gesta familiari. Il difetto che possiamo cercare all'interno di un simile prodotto è decisamente quello di agire per esagerazioni senza alimentare il fascino descrittivo in maniera seria, dove il volonteroso e divertito Douglas (probabilmente una parte che si è tagliato su misura e che voleva a tutti i costi proporre) costruisce il vecchietto strambo dalle mille intuizioni e che non si arrende davanti a nulla (fino ad arrivare a mettere muta, respiratore e maschera da sub), ma che al gusto del pubblico smaliziato di oggi può risultare troppo fiabesco e per nulla credibile nei suoi atteggiamenti (arrivando anche ad affascinare una avvenente poliziotta), che hanno anche incursioni nella musica d'atmosfera (suonava il contrabbasso prima di andare fuori di ragionamento, con degli amici stile bohème di cui uno, Pepper, ora soffre di cancro e fa le chemio). Si esagera anche dall'altro lato, dove Miranda è davvero troppo perfetta e comprensiva, la maturità del passato e le difficoltà le avranno donato una certa capacità discernitiva, ma è bella, tremendamente pulita e non disdegna di vivere in un ambiente da cui non vuole minimamente fuggire per amore del padre. Fiaba quindi, quella della tenace, che anche se vede intorno alla sua bicocca pluri-ipotecata nascere famiglie perfette stringe i denti, lotta e si organizza insieme alla sua adorata Volvo in decadimento. Nonostante queste perplessità che possono disturbare o meno a seconda del proprio gusto personale (è giusto, e doveroso, che il cinema racconti una storia anche senza perfette aderenze realistiche per poter sviluppare un concetto) i produttori di Sideways e di A proposito di Schmidt riescono sempre a sviluppare dei ritratti validi e consistenti, anche se in questi caso siamo molto lontani dalla grandeur di quello di Nicholson oppure dallo stupendo viaggio enogastronomico della folle coppia Giamatti-Thomas Haden Church. Analizzare il ritratto padre figlia come si è letto da qualche parte in questa maniera non è certo probante per proporlo come caso e consiglio, dato che tutto è troppo ricondotto al discorso di creare una sorta di fascino avventuroso/romantico senza farne una cornice realistico introspettiva, dove tutto diventa speranza di nuova vita aspettando l'Eldorado. Nel film troverete un finale surreale, la spiegazione del perché lo stato della California si chiama in questo modo, un omaggio completo a non credere i folli tanto pazzi e una permeazione di buonismo dei due protagonisti in una sorta di ampolla che li rende estranei al mondo circostante, dove sembra che in fondo l'interazione e lo sfondo siano semplici bidimensionali poveri co-protagonisti. In definitiva un film semplice, corretto e volonteroso nel cercare di affascinare con pochi elementi di trama il pubblico, sorretto da due buone interpretazioni in una cornice semichiusa verso il mondo esterno che non capisce sogno e caparbietà, ma che purtroppo non lascia il segno in maniera convincente disperdendosi in cose che lo rendono solo un passatempo non noioso senza alcuna penetrazione emotiva convincente. A volte serve sognare, ma probabilmente il pubblico di oggi ha bisogno di storie più corpose per credere alla sublimazione di Morfeo e tenersi stretto il tutto. Giudizio: ![]()
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Titolo originale: King of California
È comodo partire da Alexander Payne—che, saprete tutti, è quello di Sideways—per parlare del film dell'ignoto débutant
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sa che Payne ne è produttore, che Cahill si sia scritto la
sceneggiatura partendo proprio da un'idea del cinema del natio di
Omaha, figurandosi quale perdente da compiangere si potesse porre al
centro di un viaggetto di sopravvivenza. Cahill infatti scrive una
buona sceneggiatura, con quell'equilibrio e quella stoccata di
figurazione richiesti da tal produzione indie. E che purtroppo ha anche l'aspirazione di dire un po' troppo da sé.
Michael Douglas dopo qualche apparizione cammeo o blande
interpretazioni (il vero ultimo film dei qualche importanza a cui ha
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