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| Domenica 18 Maggio 2008 01:57 | |||
Titolo originale: GomorraNazione: Italia Anno: 2008 Genere: Drammatico Durata: 135' Regia: Matteo Garrone Cast: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster, Salvatore Ruocco Produzione: Fandango, Rai Cinema Distribuzione: 01 Distribution Data di uscita: 16 Maggio 2008 Trama: Napoli, quartiere Scampia e zona del porto. La camorra affonda profondamente i suoi denti in ogni attività possibile, da quella edile, tessile, ma soprattutto nello smaltimento dei rifiuti tossici. Diversi personaggi di varia estrazione cercano di sopravvivere nel calderone pericoloso e movimentato. Ma in un mondo dominato dai boss i nuovi padrini emergenti, oppure i picciotti appena reclutati, faranno fatica a sopravvivere tanto quanto gli abitanti del luogo, che si ingegnano per tirare avanti alla meglio senza recare danni od offese a nessuno. Recensione di ALBERTO DI FELICE In Gomorra non c'è luce o scenografia che sembri
risultato falsificato di una volizione: sa tutto di natura, l'osservabile è
disposto come stesse seguendo da sé una propria intriseca connotazione,
non deriva da null'altro che da sé medesimo. Non sembra volizione,
eppure—ovviamente, essendo Cinema—lo è. Matteo Garrone non lavora tanto
a nascondercelo, a convincerci che le storie cui assistiamo
appartengano al vero in termini di fatto esattamente per come vengono
narrate, e vi si annullino come registrazione; quanto a epurare il
pensiero che quello che vediamo non esista in termini a quelle storie
subito rapportabili. Per dirla in breve, con Gomorra Garrone ha foggiato una sua personale ed esclusiva forma di neorealismo.Basta osservare le prime scene con Ciro (Gianfelice Imparato). Ad un certo punto, nel salotto di una delle famiglie cui l'uomo porta i soliti 500€, la camera si sposta a sinistra, parcellizzando un totale nel quale la parte dominante del campo dimentica quasi del tutto i personaggi, allungati e resi minuscoli sulla destra, focalizzandosi invece su un altarino posto di sghimbescio, sul quale riposano il fotoritratto di colui che intuibilmente è il carcerato e due candele disposte in basso ai lati. In quest'istante Dio stesso sarebbe giustificato nel non comprende la presenza di segni di lui in un posto che ha dimenticato, un verosimilissimo e del tutto tranquillo salotto di dipendenti dal clan in un condominio popolare. Come quella croce, giustamente capovolta, che Totò (Salvatore Abruzzese) porta all'orecchio sinistro. Il fatto, Garrone sembra dire per dove posiziona e come muove la camera già da questi primi attimi, è che quello che vediamo era già lì. L'autore, praticamente, non ha gran scelta su cosa inquadrare: seleziona solo, appunto, dove sistemarsi nel già esistente, quindi come inquadrarlo. E, quel che forse è il più, seleziona l'opzione di entrarci. Ciò succede nonostante sia chiaro che Gomorra non è documento ma drammatizzazione realistica, e che quindi ogni elemento del profilmico viene anticipatamente ed accuratamente vagliato per dare il risultato voluto. Come è evidente che la scelta ed il concatenamento attraverso il montaggio di queste storie evidenzia chiaramente una mano narrativa, che non mostra esclusivamente ma crea il suo mondo interno, un suo discorso estetico e morale. A tal proposito, si può notare fra le altre cose uno stacco di montaggio, che avviene appunto fra due segmenti delle cinque vicende a incastro del film. Totò ed il suo migliore amico sono in uno stanzino buio a far da pali, parlando già come non dovrebbero parlare, prima che si sappia che fra un po' potrebbero uccidersi a vicenda, o l'uno aiutare a uccidere la madre dell'altro. Stacco: la luce inonda secca ed improvvisa lo schermo, grande vetrata trasparente e grigia di un aereoporto, la camera indietreggia e vediamo adesso un ragazzo, che al contrario di Totò e dell'amico si è finora tenuto lontano anche fisicamente dai malaffari, Roberto (Carmine Paternoster) col padre, prima che prenda l'aereo per Venezia col negoziatore "aziendale" per lo smaltimento di rifiuti tossici Franco (Toni Servillo). In questo stacco letteralmente accecante, viene segnalata l'esistenza di un sinallagma funzionale fra le storie, e soprattutto fra quelle dei più giovani. C'è anche uno stretto legame fra Roberto, che decide di uscire dal lavoro ben remunerativo che non può sopportare, e la storia di Marco e Ciro (Marco Macor e Ciro Petrone), che avevano deciso di non sottostare ai padrini, di far da soli. Il primo cammina via, i secondi si allontanano su una ruspa, eliminati. Ognuna di queste storie ha un riflesso sulle altre, tanto che la conclusione della vicenda del sarto Pasquale (Salvatore Cantalupo), ripresa fedelmente dal libro, la cui commissione da alta moda approda sullo schermo tv indossata da una diva americana, ancora a Venezia, pare citare direttamente la babele di Iñárritu. E alla fine, quando le didascalie e quel titolo in caratteri maiuscoli rosa su sfondo nero rafforzano l'impatto del colpo, ci si sente tornare ad un altro momento del film. È un momento particolarmente interessante, perché Garrone—che non ha mai inserito musica extradiegetica—usa il sonoro per farci affogare emotivamente come farebbe un accompagnamento musicale. Franco e Roberto, al porto, hanno appena finito di ispezionare, tuta e maschera di protezione, i liquami tossici da spedire in Africa («Sì, sono aiuti umanitari», fa faccia serafica Servillo). Li vediamo in campo lunghissimo (come la prima volta che li abbiam visti, ad ispezionare una pompa di benzina abbandonata), quasi senza notarli, e contemporaneamente ascoltiamo un respiro serrato che dà l'impressione che l'inquadratura sia una soggettiva (è anche in movimento, avvicinandosi lentamente ai due): siamo dentro uno scafandro, incapaci di agire in una guerra che non fa per noi. Se il cinema possa far da farfalla per far cambiare le cose fuori, si sa, è domanda da un milione di dollari; intanto ci siamo dentro, allo scafandro e alla guerra. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Film sottotitolato in quanto parlato in dialetto campano. È tempo di
denuncia nel panorama cinematografico italiano, sembra di essere
tornati ai fasti dei film anni settanta di Petri con il grandissimo
Gian Maria Volonté protagonista, ovviamente nel dovuto rispetto di
queste grandi opere. L'operazione coraggiosa e determinata non poteva
essere eseguita che da due autori che non hanno paura di parlare per
immagini come Matteo Garrone (regista di questo ma anche degli ottimi Primo amore e L'imbalsamatore) e Paolo Sorrentino (che arriverà a fine mese a parlare dell'argomento mafia con Il divo,
il biopic su Giulio Andreotti). E tutti e due si affidano a uno dei
migliori attori italiani in circolazione, il quarantanovenne Toni
Servillo che è balzato all'onore delle attenzioni con la splendida
interpretazione offerta ne Le conseguenze dell'amore.In questa pellicola di Garrone (tratta dal romanzo/inchiesta omonimo di Roberto Saviano) Servillo (praticamente unico vero attore professionista in un cast di non professionisti), è un affarista intrallazzato che si occupa di smaltire illegalmente i rifiuti tossici (affidandoli a dei ragazzini visto che i camionisti non lo vogliono fare). In mezzo a questa storia, vediamo tanto degrado con il quartiere Scampia ripreso nella sua connotazione senza nessuna edulcorazione, con giovani con il culto di Tony 'Scarface' Montana (viene citata una scena del film di De Palma in un cantiere in costruzione, sporco e malandato, con annessa mega vasca da bagno) che con una pistola in mano pensano di avere la possibilità di comandare rispetto ai boss del luogo ritenuti deboli ed incapaci, giovani picciotti pericolosamente messi allo sbaraglio nel giro di droga e madri che devono vivere con i soldi che la camorra gli passa per i favori e il silenzio che compiono, sarti che devono affidarsi ai clan cinesi in clandestinità per sopravvivere. Da Camorra a Gomorra (è citata anche Sodoma con una veloce scena nei privé, d'altronde anche lo sfruttamento della prostituzione rientra nelle attività illegali del giro) il passo descrittivo della parola è breve, e di fatto è terribile la lucidità descrittiva con cui viene mostrata la vicenda alla quale non solo si deve guardare indietro senza aver paura di diventare una statua di sale dopo averla lasciata (iconizzando il fatto di essere spettatori), ma bisogna intervenire direttamente denunciando il marcio. Garrone non eccede in nulla, lascia che a parlare siano la gente e le loro case, il cemento bianco sporco e gli sguardi che indicano cosa si deve fare senza necessità di dare ordini vocali. Non c'è musica ridondante a sottolineare la schiavitù del posto, oppure le gesta di (non) eroi ma di comuni mortali che per sopravvivere devono lottare con forza contro il potere costituito da cui lo stato è lontanissimo (polizia e carabinieri si vedono solo in una fugace scena), racconto estremo ma reale che ci fa sentire impotenti nella bellissima scena dell'iniziazione dei picciotti a colpi di pistola sul giubbotto antiproiettile (marchiati da un livido) oppure in quella degli spari degli aspiranti illusi padrini che sparano all'impazzata dopo aver trovato l'arsenale. Non conta quante armi hai, ma quanto sei nella paura della gente e nel loro credito di terrore, quanto pietrifichi l'avversario nei comportamenti che ne impediscono ogni reazione. Niente è peggiore dell'angoscia di vedere uno stato che non c'è, contratti puliti di facciata che si aggirano con facilità e bambini che non hanno altra aspirazione che diventare mebri di un clan, oltretutto divisi se aderiscono a uno diverso e costretti alla falcidazione contemporanea e opposta dell'amico fratello che improvvisamente diventa avversario. La scelta dei sottotitoli è perfetta per calarci nell'ambiente che si deve raccontare; sarebbe stato uno scempio vederlo in lingua italiana senza dialetto. Non dimenticherete per molto tempo la denuncia che ne viene fuori, supportata da una fotografia sporca a dovere e una ambientazione sempre scura e mai totalmente solare. Tra l'altro il racconto è fruibilissimo, non si disperde in meandri paludosi fiacchi e si permea di fascino senza nessuno orpello particolare. Questo è cinema di denuncia, di pura constatazione amara senza cavalleggeri che arrivano a salvare da chissà dove la truppa in difficoltà. Per uscire dai guai e liberarsi dalla piovra bisognerà essere decisi e determinati, e contare solo sulle proprie forze, ma prima bisogna far credere ai cittadini che veramente che possa esistere un mondo senza camorra perchè altrimenti non c'è nessuna possibilità. Ci chiediamo come mai questo film vergognosamente non abbia la dicitura di film di interesse culturale, mentre invece lo danno a prodotti beceri e inutili (per dirla tutta l'ultimo insignito fu un filmaccio come L'anno mille) In definitiva un potente film di denuncia sociale asciutto e sconsolante, ma per questo ancora più prezioso, che ci presenta la situazione nuda e cruda senza romanzare in occulto nulla, esempio di cinema italiano radicato nel passato come concezione che un bravo autore sa far vivere di vita propria. Uscendo dal cinema non ci sentiamo davvero bene, siamo a disagio nella nostra vita solo apparentemente tranquilla, la camorra non è una lontana gomorra che non potrà mai toccarci, questo indica che l'obbiettivo è stato centrato in pieno. Il meraviglioso manifesto sottolinea nel modo migliore il grande spirito del film. Giudizio: ![]() Recensione di EMANUELE RAUCO Vivere a 30 anni sotto scorta, e col peso di aver scoperchiato il vaso
di Pandora della camorra casertana (la più potente della Campania,
probabilmente), dev'essere difficile. Ancora più difficile se il
proprio lavoro è diventato quasi un paradigma di un nuovo modo
d'intendere l'impegno civile e il racconto impegnato in Italia. Perciò,
dopo un romanzo best-seller e un'importante opera teatrale, per Roberto
Saviano arriva anche l'atteso e importante film. Scelta rischiosa, resa
ancora più intrigante dalla scelta di mettere in cabina di regia il
talento e la capacità immaginifica di Matteo Garrone. Ma la forza del
progetto e la caratura degli elementi in campo danno vita, finalmente
per l'Italia, a un grande film. Due ragazzi che sognano la vita dei gangster dei film e si ritrovano in mezzo alla vera malavita dopo alcune scorribande; un contabile al soldo della criminalità costretto a schierarsi in una guerra tra fazioni; un imprenditore gestisce i rifiuti e le discariche sotto gli occhi impietriti di un suo assistente; un sarto cerca di uscire dal giro dei falsi e degli abiti sottopagati insegnando ai cinesi; un bambino scopre la morte e la violenza e il tradimento nel giro di pochi giorni. Scritto da Garrone con Saviano, Maurizio Braucci, Ugo Chiti, Gianni Di Gregorio e Massimo Gaudioso, un film che scavalca definizioni, etichette e generi (anche se sembra un vero e proprio film di guerra), un enorme e poderoso affresco non solo della camorra e delle articolazioni dei suoi traffici, ma anche della sua gente, dei suoi luoghi, dei suoi riferimenti culturali e sociali, fatti di musica neo-melodica, cinema frainteso, valori deturpati. Ambientato nei veri luoghi della camorra, tra le inquietanti architetture dell'urbanesimo campano (la casa bruciata del boss, Le Vele), il film racconta l'abisso infernale in cui è sceso il profondo sud italiano finito in mano alla violenza e all'interesse economico più spietato, in cui ogni minima forma di onore, valore o rispetto è stato distrutto in nome del denaro e del potere, misurabile oltre che con la moneta anche con la possibilità di uccidere e commettere impunemente atrocità: un terzo o altro mondo che ha reagito all'abbandono e all'incuria del potere precostituito con proprie regole, leggi e istituzioni (il contabile che paga la pensione ai vecchi affiliati), ma che – a differenza di organizzazioni parastatali come la mafia – non ha saputo dare coerenza e ordine a un gioco di bambino presto trasformatosi in puro orrore, dove non solo non esistono più buoni o cattivi, ma nemmeno alleati e nemici. E ognuno uccide quasi per conto proprio. Tutto filtrato dai punti di vista di giovani ed estranei al sistema criminale, il film parte già dal folgorante incipit all'insegna di una notevole cura filmica messa al servizio del racconto che Garrone gestisce attaccandosi alla realtà con rispetto, cercando di rendere con secchezza e lucidità la società e la realtà, non solo locale, che alla camorra è connessa, attraverso la necessaria frammentazione narrativa, ma anche con una maturità di sguardo e di approccio impressionanti, che riescono a raccontare mondi e connessioni e sottotesti che vanno molto al di là di ciò che lo schermo rimanda. Garrone e soci, con una struttura maestosa, dimostrano una grande abilità nel maneggiare un racconto quasi non narrativo, dalle rarissime convenzioni, e il piglio cronachistico e d'indagine, nel costruire climax, personaggi e andamenti narrativi quasi da saga senza mai far sentire il peso del racconto. In modo che la regia possa dare prova di straordinario talento e misura, nell'uso accuratissimo di steadicam e contributi tecnici (fotografia di Marco Onorato, montaggio di Marco Spoletini, scenografie di Paolo Confini), primo e primissimo piano, soprattutto del fuori fuoco, per raccontare un mondo al singolare, fatto di imperativi categorici che finiscono necessariamente per condurre lontano, fuori dalla mischia, per scelta o per forza, tradotto in immagini che – di nuovo nel panorama nostrano – possiamo definire significative. A comporre ulteriormente la potenza dell'affresco, così profondo nel sondare un'intera "civiltà", un incredibile cast fatto di attori noti (Toni Servillo, Gianfelice Imparato), glorie del teatro partenopeo (Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo) e non professionisti coinvolti di persona nelle storie raccontate. Si esce scossi e coinvolti senza nemmeno accorgersene, come uno dei personaggi finiti per caso al fondo dell'umanità. Ma consapevoli che si possono ancora fare in un paese come il nostro film, di nuovo, necessari. Non solo per ciò che dicono. Ma soprattutto per come lo dicono. Giudizio: ![]()
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Titolo originale: Gomorra
In Gomorra non c'è luce o scenografia che sembri
risultato falsificato di una volizione: sa tutto di natura, l'osservabile è
disposto come stesse seguendo da sé una propria intriseca connotazione,
non deriva da null'altro che da sé medesimo. Non sembra volizione,
eppure—ovviamente, essendo Cinema—lo è. Matteo Garrone non lavora tanto
a nascondercelo, a convincerci che le storie cui assistiamo
appartengano al vero in termini di fatto esattamente per come vengono
narrate, e vi si annullino come registrazione; quanto a epurare il
pensiero che quello che vediamo non esista in termini a quelle storie
subito rapportabili. Per dirla in breve, con Gomorra Garrone ha foggiato una sua personale ed esclusiva forma di neorealismo.
Film sottotitolato in quanto parlato in dialetto campano. È tempo di
denuncia nel panorama cinematografico italiano, sembra di essere
tornati ai fasti dei film anni settanta di Petri con il grandissimo
Gian Maria Volonté protagonista, ovviamente nel dovuto rispetto di
queste grandi opere. L'operazione coraggiosa e determinata non poteva
essere eseguita che da due autori che non hanno paura di parlare per
immagini come Matteo Garrone (regista di questo ma anche degli ottimi Primo amore e L'imbalsamatore) e Paolo Sorrentino (che arriverà a fine mese a parlare dell'argomento mafia con Il divo,
il biopic su Giulio Andreotti). E tutti e due si affidano a uno dei
migliori attori italiani in circolazione, il quarantanovenne Toni
Servillo che è balzato all'onore delle attenzioni con la splendida
interpretazione offerta ne Le conseguenze dell'amore.
Vivere a 30 anni sotto scorta, e col peso di aver scoperchiato il vaso
di Pandora della camorra casertana (la più potente della Campania,
probabilmente), dev'essere difficile. Ancora più difficile se il
proprio lavoro è diventato quasi un paradigma di un nuovo modo
d'intendere l'impegno civile e il racconto impegnato in Italia. Perciò,
dopo un romanzo best-seller e un'importante opera teatrale, per Roberto
Saviano arriva anche l'atteso e importante film. Scelta rischiosa, resa
ancora più intrigante dalla scelta di mettere in cabina di regia il
talento e la capacità immaginifica di Matteo Garrone. Ma la forza del
progetto e la caratura degli elementi in campo danno vita, finalmente
per l'Italia, a un grande film. 








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