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| Sabato 24 Maggio 2008 11:18 | |||
Titolo originale: Reservation RoadNazione: Stati Uniti Anno: 2007 Genere: Drammatico, Thriller Durata: 102' Regia: Terry George Cast: Joaquin Phoenix, Mark Ruffalo, Jennifer Connelly, Mira Sorvino, Elle Fanning, Sean Curley, Eddie Alderson, Antoni Corone, Gary Kohn, John Slattery Produzione: Focus Features, Random House Films, Reservation Road, Miracle Pictures, Nick Wechsler Productions, Volume One Distribuzione: CDI Data di uscita: 23 Maggio 2008 Trama: Una sera, la famiglia Learner sta tornando a casa dopo il concerto del figlio Josh. Nel frattempo, il padre divorziato Dwight Arno corre nel suo SUV cercando di non essere troppo in ritardo nel riportare il figlio Sam dall'ex-moglie, dopo una partita di baseball dei Red Sox di cui padre e figlio sono grandi tifosi. In una stazione di servizio, dove i Learner si erano fermati, avviene la tragedia: Arno investe accidentalmente il piccolo Josh, non fermandosi. Josh muore sul colpo, e il fatto distruggerà inevitabilmente le vite dei Learner—specie papà Ethan, deciso a scovare il colpevole e a vendicarsi—e di Dwight. Recensione di ALBERTO DI FELICE C'è un'America che sta facendo i conti da tempo—non è difficile capire
da quando—con l'autoanalisi e la ridislocazione—o il ritorno, con
relative controindicazioni—dei suoi valori e delle sue certezze. In
realtà questa è una caratteristica ed una missione, anche implicita, del
cinema tout court, inserirsi di continuo nel proprio tempo
presente per portarne fuori le contraddizioni, le paure, i
comportamenti. Il nordirlandese Terry George fa il suo, pur senza dire
nulla di nuovo, con un dramma-thriller i cui contorcimenti morali sono
presto astraibili come commento ad un'ansia diffusa.Il film riarrangia del resto temi e modelli piuttosto recenti. Viene subito in mente, dato che si parla di giustizia ufficiale e giustizia privata, l'incompreso Jordan de Il buio nell'anima (della cui indelebile tortuosità, che tanta ira ha attirato, viene fatta però pulizia), che a sua volta riprendeva una materia risalente della mentalità americana, specie nella sua veste scolpita nelle pellicole anni '70. Ma ancor più, Reservation Road, tratto da un romanzo di John Burnham Schwartz, fluttua in quegli ambienti diffusamente malsani del New England già visti in pellicole come Mystic River e Gone Baby Gone, tratte dai romanzi di Dennis Lehane. La vicenda è infatti situata in quello che proprio nel film viene definito come uno dei posti più sicuri al mondo, il Connecticut poco distante geograficamente e culturalmente dal Massachussetts degli altri due, anche se decisamente meno urbano (ma non meno uggioso) di Boston. Siamo però stavolta all'interno della parte teoricamente più istruita di quella società (il personaggio interpretato da Mark Ruffalo è un avvocato, quello di Joaquin Phoenix un professore universitario), quando nei film di Eastwood ed Affleck camminavamo nel mezzo dei ghetti proletari. Questo fatto richiama a sua volta una pellicola che, anche solo perché antecedente all'11 settembre, si colloca in uno strano rapporto con quelle già citate, In the Bedroom di Todd Field. Proprio un dibattito durante una lezione all'università avverte abbastanza chiaramente, ce ne fosse bisogno, dell'intento sottotestuale, che torna sul lutto, il rancore e la vendetta che implodono dall'interno. Il conflitto rimane difatti dentro i due circoli familiari, fra responsabilità pregresse e risposte attuali che devono affrontare la sensazione di opposte angoscie finora mai (o mal) percepite. Ci sono dunque gli intuibili rapporti fra padri e figli, mariti e mogli, polizia e pistole clandestine, in una sceneggiatura che li combina cercando di seminare tracce interessanti in spunti e luoghi, come detto, tutt'altro che nuovi. Il film, che trova nella direzione di George e nelle prove del cast una dignitosa medietà drammatica sul versante umano (tralasciando qualche piattezza nei dialoghi, in particolare fra Phoenix e Jennifer Connelly; più convincente il rapporto fra Ruffalo e il figlio interpretato da Eddie Alderson), non riesce tuttavia a trovare un punto di vista e sfumature perforanti nell'unione fra queste diverse basi, rimanendo ancorato ad una visione sostanzialmente conformista e piana della realtà sociale dipinta. Ne risulta un onesto dramma, nel quale le riserve vengono espresse nel dolore intimo, per riparare infine nello stesso ordine di valori che ne è subissato. Giudizio: Recensione di PIETRO SIGNORELLI Era tanto che non si vedeva un film sulla famiglia infranta per via di
una perdita più o meno grave. Negli anni ottanta, complice film di
culto come L'albero del male di Friedkin, lo stesso de L'esorcista, il filone familiare con una minaccia all'interno del nucleo o un torto da riparare era florido (uno dei meglio riusciti fu Le mani sulla culla),
la gente li guardava perché erano ambiti vicini a loro,
sentimentalmente se ne sentiva coinvolta. Le situazioni, gli oggetti e
le persone erano vere, le paure riconosciute come possibili in ogni
vita e non solo sullo schermo. Poi questi tipi di prodotti finirono
sulla molto più vacua televisione in fiction che li snaturò in varia
maniera producendo purtroppo solo intrattenimenti di poco conto, e il
pubblico che voleva uscire dalle paure quotidiane e dal comune (forse
ne vedeva già troppe di cose simili nella realtà) li snobbò decretando
la fine di un sottogenere (il thriller familiare) mai veramente
riconosciuto.Questo Reservation Road (che indica la strada "prenotata" dal destino, in questo caso crudele) fa parte di questo filone familiare, che ha pochi protagonisti, di norma si svolge in zone ristrette e chiuse di una periferia in cui tutti si conoscono, i figuranti soffrono all'interno di mura che sono come prigioni perchè non trovano sfogo alle loro ansie. Pochi protagonisti magari, ma in questo caso davvero attori di buon livello, conosciuti e famosi. Ethan (interpretato da Joaquin Phoenix, in versione barbuta e colta) è il professore buono e comprensivo, che ha costruito una famglia perfetta, sposato con la bella Grace (Jennifer Connelly, divenuta famosa come ragazza che comandava gli insetti in Phenomena di Argento) e padre di due figli perfetti, Josh ed Emma. Dwight (Mark Ruffalo, lo avete visto anche in Zodiac) invece è un avvocato, ha una vita difficile perché con un divorzio alle spalle non riesce a convivere a dovere con il figlio Lucas che vede solo nei fine settimana stabiliti. Una sera Lucas e Dwight fanno tardi alla partita di baseball della squadra di cui sono tifosi, i Red Sox, e per una disattenzione di Dwight succede un terribile incidente : viene travolto e ucciso sul colpo Josh, il figlio di Ethan. Dwight non si ferma perché è terrorizzato dalle conseguenze del suo gesto, fugge via lasciando Ethan e Grace nella disperazione. Ma se Grace vuole provare a ricominciare dopo la tragedia, il marito è pervaso da una terribile sete di vendetta, che si acuisce quando la polizia brancola nel buio nel trovare il colpevole. E le cose non vanno meglio neppure per Dwight, colto da terribili sensi di colpa che non lo lasciano stare. Poi a complicare le cose, il fatto che il destino incrocia le vite e gli accadimenti quotidiani in maniera inaspettata. Un film attualissimo ovviamente, con un tema scottante: come punire, sempre che lo si trovi, un pirata della strada? A quanto pare la soluzione sembra arrivare direttamente dall'interno di chi ha compiuto l'atto, la vera punizione sta nel terribile senso di colpa che pervade a posteriori, che ci punisce peggio di una prigione o di un tribunale. Dove la colpa è sempiterna e non solo limitata nel numero degli anni comminati a giudizio. Purtroppo il film, oltre a mostrarci l'impotenza della polizia di fronte a queste cose e alla voglia di farsi giustizia da soli, è miope nel disegnare il tipo di pirata della strada, lo sceglie confortevole per la sua sceneggiatura in quanto Dwight è un uomo buono e non stava correndo ubriaco in auto, ha commesso una terribile inconsapevole leggerezza e poi è fuggito per paura. Ben diversa sarebbe stata la profondità di narrazione se al suo posto ci fosse stato un personaggio visibilmente negativo, un tossico oppure un malavitoso che fuggiva dalla polizia. In uno dei più amari film italiani, Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli, con una vicenda lontana ma parametralmente simile a questa, vediamo consumarsi una vendetta che riteniamo giusta e consapevole, siamo totalmente dalla parte del padre tanto ingiustamente colpito, vediamo e scopriamo l'eruttare del dolore, qua sembra di doverci arroccare sulla difensiva, cerchiamo in un certo senso di capire come un atto tanto spregevole e vigliacco abbia delle giustificazioni reali dato che è stato fatto in maniera inconsapevole da un uomo non disprezzabile. Quando si guida abbiamo in mano una potenziale arma di morte, quello fatto da Dwight è solo un colpo di pistola partito per caso dopo aver tolto la sicura, doppiamente colpevole in quanto normale persona e con il figlio sull'auto. In questa sorta di accondiscendenza il film ci tradisce, ci sconsola e si perde di profondità, relega le sensazioni a uno scavo psicologico inconsistente, ci mostra il dolore sui forum dei genitori con figli morti per "hit and run" in maniera troppo esteriore. Alla fine una scelta di sceneggiatura (il film si basa su una novella di John Burnham Schwartz) abbastanza banale condanna il film verso la mediocrità, dopo che per tutta la sua durata comunque ci ha interessati per il tema e abbiamo vissuto il dramma esistenziale opposto di chi ora ha un terribile vuoto nella vita e di chi lo ha provocato. Il film si muove senza particolare frenesia, tutto è molto lento, come molto pacate sono le reazioni dei due genitori orfani del figlio (che era anche un bravo musicista, un ottimo scolaro e perfettamente a suo agio in famiglia) che contengono dentro di essi il dolore, non succede moltissimo e le intersezioni della sorpresa abbastanza prevedibili. Bisogna pensare a quanto il regista Terry George (sceneggiatore di pellicole come In nome del padre e The Boxeur e autore del drammatico Hotel Rwanda) abbia voluto fare un film di denuncia per portare alla ribalta lo spinoso problema in una versione bifacciale, oppure voleva anche darci una pellicola valida da seguire come film vero e proprio e con un certo pathos di fondo. Se l'obbiettivo era il primo, operazione riuscita, anche per la buona prova di Phoenix, un po' anonimi Ruffalo e la Connelly, per il secondo invece siamo molto lontani e parte del pubblico rimarrà delusa pensando che in fondo una simile vicenda poteva anche essere relegata a una fiction televisiva (e di fatto avrebbe avuto più spettatori). In definitiva un film che elabora un tema assai spinoso in maniera erronea per essere sia denunciante che interessante, avrebbe dovuto diversificare meglio le situazioni e non limitarsi a intersecare in maniera vacua e prevedibile situazioni di contiguità familiare nella sua prosecuzione dopo la buona scena del fatto portante. Un film che comunque ci fa pensare che abbiamo mentre siamo al volante, non solo la responsabilità sui passeggeri e su di noi, ma anche per tutti gli altri, anche se estranei, sono sulla strada. E non è certo un merito da poco. Giudizio:
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Titolo originale: Reservation Road
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