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Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo Stampa E-mail
Domenica 25 Maggio 2008 01:55
Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo / LocandinaTitolo originale:    Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull
Nazione:      Stati Uniti
Anno:      2008
Genere:      Azione, Avventura
Durata:      124'
Regia:      Steven Spielberg
Cast:     Harrison Ford, Shia LaBeouf, Cate Blanchett, Karen Allen, Ray Winstone, John Hurt, Jim Broadbent
Produzione:      Paramount Pictures, Lucasfilm, Amblin Entertainment, Santo Domingo Film & Music Video
Distribuzione:      UIP
Data di uscita:      23 Maggio 2008

Trama: Nevada, 1957. I sovietici del KGB, guidati dalla glaciale Irina Spalko, hanno rapito Indiana Jones. Vogliono che li aiuti a recuperare qualcosa, ma va da sé che Indy riesce, per il momento, a scappare. Tornato all'università, viene sospeso per pressioni. Ma proprio quando sta per ritirarsi arriva a cercarlo il giovane motociclista Mutt, che vuole che il vecchio Indiana lo aiuti a ritrovare il prof. Oxley, persosi alla ricerca di un misterioso teschio di cristallo.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

Indiana Jones e il Regno del Teschio di CristalloPer dirla in breve, con facile e pigro accostamento, l'ultimo Indiana Jones è un “Incontri ravvicinati del terzo tipo con predatori dell'arca perduta”. 1957: veniamo quasi subito riportati nell'enorme deposito dove finiva segregata l'Arca dell'Alleanza, fonte di potere inimmaginabile al pari del Santo Graal. Presto detto, questi poteri altro non sono che la conoscenza («Quegli imbecilli che marciano al passo dell'oca come Lei, i libri dovrebbero leggerli invece di bruciarli», tuonava babbo Sean Connery), quella che il serial spielberghiano è abituato a macinare giulivo sotto forma di ironia d'avventura, divertimento fidente, antiquariato del gusto comico, nel quale convivono nel quadro il movimento e l'arguzia. Agli Indiana Jones non serve la parola, didascalie d'altri tempi su fondo nero farebbero il loro lavoro alla grande, accompagnate alle smorfie, inseguimenti e scazzottate dei personaggi.
Ecco però che nel deposito salta fuori il famoso alieno di Roswell, assieme ai russi che sembra vogliano usare lui e i suoi simili a mo' di baccelli siegeliani per convertire gli americani (d'altronde i Body Snatchers usciti giusto un anno prima devono avergli dato qualche idea), e sembra che un diverso tipo di conoscenza si faccia strada nelle ricerche di Jonesy (sempre Harrison Ford, ça va sans dire). O meglio, Jonesy scopre alla fine che gli altri predatori alla ricerca di quella conoscenza non sono né i nazisti né i comunisti, che creano problemi esclusivamente per smania di potere totale, ma esseri di un'altra dimensione.
Stranamente, la "novità" è stata accolta con un po' di sconcerto, e viene da pensare che chi è rimasto sconcertato abbia un ricordo un po' confuso del sottostrato della saga: già Sallah (John Rhys-Davies), infatti, avvertiva nel primo episodio il nostro Indy che quello che stava cercando non era «un oggetto terrestre». Nulla di più ovvio, dunque, che fare dell'ultimo della saga del professore-avventuriere Henry Jones Jr. una silloge dell'autore Spielberg: un'avventura strizzatina d'occhio, un avvicendarsi di location collegate da una linea e puntini rossi su una mappa, per giungere al forse definitivo (almeno, in termini di un certo Spielberg) interstellare punto di contatto. Meraviglia solo che il logo della Paramount non sfumi in dissolvenza incrociata con la sagoma della Devils Tower—perché le esigenze di trama impongono di essere in Nevada e non nel Wyoming. Basta il punto, ad ogni modo: sappiamo adesso che, implicitamente, il logo della Paramount si è sempre trasformato nella Devils Tower. Gli extraterresti sono i reperti mitici che hanno sempre richiamato Indy.
Sintonia fra i pianeti, gli esseri viventi e le intelligenze del cosmo. E ovviamente pacifismo (nulla di men che meraviglioso l'incipit, con una macchina di giovani anni '50 che sfila sbarazzina con Elvis a manetta di fianco ad un convoglio militare, provocando i giovani in divisa a lasciar perdere le guerre fredde e abbandonarsi alla goduria pop: la macchina civile andrà dritta a continuare a divertirsi, il convoglio militare volterà a destra verso la base), sebbene si sappia che anche prima della fine dei conti la Patria è sempre la Patria (i brillanti son sempre stati naturalmente solo gli Americani, gli altri sono i cattivi o al massimo bonarie macchiette), e soprattutto la Famiglia centro nevralgico dell'esistenza. Gli anni sono passati, e ora Indiana Spielberg si identifica non più con un figlio ma con un padre, che da permissivo amicone si fa tradizionalissimo quando le cose si fanno serie.
Insomma, la filosofia spielberghiana per come la si conosce nella sua declinazione non corrotta da aspirazioni altre, bambinesca e familista, c'è tutta, assieme a qualche buon rimasuglio dello humor che è a sua volta ben conosciuto. Ma papà Indiana e il nuovo Junior abbigliato a Brando (Shia LaBeouf), che non si sono mai parlati (in quanto non si conoscevano), sono meno divertenti e toccanti—almeno, quando non sono impegnati a scorrazzare nel campus e nelle sale del Marshall College—del vecchio papà Henry (sarebbe stato bello, ancora in omaggio agli Incontri ravvicinati, se la navicella, prima di volarsene via, ce l'avesse restituito) e figlio Junior, che non si erano mai parlati perché impegnati ad amare le stesse cose. Così è per buona parte del resto della pellicola (vedasi il calo di scintille fra Ford e la ritrovata Marion di Karen Allen, comunque sempre luminosa), che proprio nel divertimento derivante dall'azione pare spesso fatto di tappe forzate. Sebbene abbia il pregio indubbio, e dunque il fascino, di rispolverare un modo di far cinema che dopo tante imitazioni, nato dallo studio di Spielberg sulla sua infanzia, è ormai passato nel dimenticatoio, aiutato dalla frenetica evoluzione del montaggio digitale.

Giudizio:


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Indiana Jones e il Regno del Teschio di CristalloIl vero nome dell’avventura, da sempre, è Indiana Jones. Lo sanno bene gli ultraquarantenni e oltre, che nel 1981 assistettero al cinema a quel film unico e fondante che non prendeva nel titolo (unico della trilogia) il nome del suo protagonista: I predatori dell’arca perduta. Assistere a quella rocambolesca sequela di situazioni uniche (tra le altre la corsa con le corde sotto il camion e quella dello sparo contro il giannizzero armato di sciabola, entrarono nell’olimpo del mito) fu una specie di incanto che anche a distanza di 27 anni non si perde mai, mentre i suoi seguiti, pur splendidi di base, non raggiunsero i vertici di perfezione del capostipite (per quei quattro lettori vissuti ultimamente su Marte ricordiamo i titoli, Indiana Jones e il tempio maledetto e Indiana Jones e l’ultima crociata, in questo presente Sean Connery nella parte del padre del dottor Jones).
Oggi, finalmente, a distanza di quasi venti anni, possiamo smettere di consumare le polverose vhs, oppure i dvd della trilogia, e goderci questo nuovo coloratissimo attesissimo quarto capitolo delle avventure dell’archeologo più famoso del cinema.
Ovviamente, anche stavolta, al centro del tutto un tesoro che cela un mistero: siamo nel 1957, America, i russi, capitanati dalla affascinante Irina Spalko (una splendida Cate Blanchett, spadaccina e in versione caschetto nero deliziosa e perfetta, non nel doppiaggio italiano che risulta un po’ fuori luogo con la solita parlata russa tipica dell‘iconografia sovietica della guerra fredda) cercano di rubare un misterioso manufatto a forma di teschio, fatto di cristallo, dal deposito supersegreto (ma davvero male difeso) degli americani (il magazzino che si vede alla fine del primo film, gustosissima la scena della cassa che si spacca mostrando l’arca perduta che viene non notata da tutti come se fosse una cosetta da nulla).
Dopo una esplosione nucleare inopinata con il dottor Jones che si salva a malapena (vedere per credere come!) comincia un lungo inseguimento in Amazzonia e America latina per conquistare l’artefatto e capire a cosa serve esattamente. L’affascinante Irina è una tosta e la lotta per vincere durissima. Per cercare di portare a casa la nuova avventura, Jones avrà bisogno dell’aiuto di un giovane rampante in giubbotto nero e di una vecchia tenera amicizia.
La premiata ditta Spielberg e Lucas non tralascia proprio nulla per divertirsi in questo ottimo quarto chapter di Indiana Jones: umorismo (anche nelle sabbie mobili la battuta è presente), azione sfrenata nella natura ostile (le scene di inseguimento nella foresta sono strepitose), enigmi più o meno affascinanti (le solite chiavi anomale che possono aprire porte ma anche dare il via a terribili trappole) e una grandeur di mezzi senza precedenti, arrivando a ricostruire una città fasulla e fantasma che viene utilizzata per testare esperimenti atomici, formiche fameliche, mezzi anomali (pure un razzo ad alta velocità), cascate strepitose e strutture grandiose che si aprono e si chiudono in maniera machiavellica ma affascinanti per il movimento che compiono durante la loro trasformazione da chiuse in aperte. Il tutto, sottolineato dalle musiche immortali di John Williams che non perdono il minimo smalto del tempo durante lo svolgimento dell’azione pura.
Il difetto, se difetto può essere, è che succedono cose davvero irreali e senza il limite logico del fisico (prime fra tutti la scena del frigorifero, ma anche l‘omaggio a Tarzan e la lotta spadaccina sulle jeep), ma il tutto è talmente affascinante che prendiamo tutto per buono senza problemi e pensiamo solo ad appassionarci all’incalzare dell’avventura.
In una scena abbiamo nel campus una manifestazione anti-soviet con un cartello emblematico del clima di quegli anni, «Meglio morti che sovietici», simbolo (un po' banale) di quanto Spielberg voglia farci sentire dentro all’epoca del racconto. E in questa ottica ecco arrivare una megacitazione a Il selvaggio con Marlon Brando (moto in stile e giubbotto nero di pelle per Shia LaBeouf, reduce dai Transformers prodotti da Spielberg, davvero bravo e senza nessun timore reverenziale di fronte all’inossidabile Harrison Ford che alla sua età si lancia come un ragazzino dentro al pericolo, anche se la serpento fobia al suo personaggio non gli è ancora passata), una citazione agli Happy Days e a Ritorno al futuro con una movimentata scena nel bar.
Spielberg si sa che, insieme a Lucas, quando riprende film di questo genere è come un ragazzino nel paese dei balocchi che non ha freno, e non ha nessun timore a lasciarsi guidare dalla frenesia di fare il tutto tralasciando i dettagli (in una scena vi domanderete «Ma come ci sono arrivati lassù in così poco tempo?», ci sono arrivati e basta, deve proseguire l’avventura e non ho tempo per gli appesantimenti temporali, sembra rispondervi una vocina da fuori schermo) volendo girare la giostra alla massima velocità, e dato che i suoi numeri registici sono prelibati e di qualità (ci sono dei movimenti di camere e delle riprese incredibili), i 125 minuti del film scorrono come se nulla fosse, e vorremmo avere la quinta avventura già pronta da vedere. Abbiamo praticamente aspettato 20 anni per questa, speriamo che non dovremo attendere altrettanti per quella nuova.
Il cast (con un simpatico omaggio fotografico a Sean Connery che qui non poteva esserci, l‘età ormai è davvero troppa) è a dir poco perfetto, partendo da Harrison Ford, al gradito ritorno di Karen Allen nella parte di Marion (ricordate la sfida a base di alcolici del primo film?), a John Hurt nel ruolo del professore impazzito che ha trovato per primo il teschio, a Shia LaBeouf perfetta new entry dal pettine sempre presente (il richiamo a Grease è d’obbligo in questo).
Ma sopra a tutti sta Cate Blanchett, nel ruolo della determinata e cattivissima spadaccina russa, dotata di poteri paranormali che nel film praticamente non usa (chi scrive pensava che usasse questi per fermare la formichina birichina) affascinante, atletica e decisa a portare avanti la scoperta conquistandola lei a tutti i costi. Un ritratto coinvolto e coinvolgente di un grande avversario per Indy.
Il film per chi non ha visto gli altri è fruibile senza problemi, basta mettersi in poltrona e divertirsi, il fatto di perdere alcune citazioni più o meno evidenti non è assolutamente un problema per capire la storia assolutamente slegata dagli altri capitoli (sappiate che il cappello Indiana non lo perde mai, in uno dei capitoli precedenti ci fu una battuta su questo, come se fosse incollato alla testa e quando gli cade lo riprende in qualunque situazione sia, tra l‘altro proprio il cappello annuncia l‘ingresso di Harrison Ford e chiude il film).
In definitiva un film affascinante per le sue connotazioni del mistero (vedrete anche le famose linee di Nazca, che si vedono solo dal cielo tanto sono grandi), divertentissimo, movimentato e altisonante nelle situazioni, che non delude minimamente e riprende senza stancare un personaggio immortale, autentica icona dell’avventura che non teme il passare degli anni, per molti un vecchio amico ritrovato che si pensava ormai perduto, a cui intelligentemente si sono affiancati dei personaggi validi e ben caratterizzati da chi li interpreta.
È solo un grande intrattenimento, ma che vorremmo non finisse mai unendo stupore a ironia, perdonandogli tutto quanto ha di grosso e fasullo fisicamente. Bentornato Indy, quanto ci sei mancato!

Giudizio: 2.5


Recensione di EMANUELE RAUCO

Indiana Jones e il Regno del Teschio di CristalloEvento per davvero. Atteso vent'anni, sospirato, rimandato, accertato e finalmente giunto per orde di fan, cinefili e appassionati cresciuti all'insegna di un uomo con frusta e cappello. Una delle maggiori icone popolari del nostro tempo risorge a nuova vita: Indiana Jones è tornato.
A 19 anni di distanza dal terzo capitolo, Steven Spielberg – aiutato dal sodale George Lucas – riprende il più grande avventuriero della storia del cinema e lo butta in pasto alla mitologia Maya e alla guerra fredda. Seppur con tutti i distinguo del caso, il risultato non fa rimpiangere gli altri episodi della serie.
Per salvare la madre di un ragazzo e un amico dai russi, Indiana Jones va a caccia del teschio di cristallo, misterioso manufatto che si dice abbia particolari poteri psichici. Sua rivale la temibile scienziata sovietica Irina Spalko; assieme a lui il giovane Mutt, il compagno Mac e una vecchia fiamma di ritorno dal passato.
Scritto da David Koepp (dopo numerose riscritture e passaggi di mano) su soggetto di Lucas e Jeff Nathanson, un film d'avventura poderoso e spettacolare che, come nella tradizione del vecchio Indiana, mescola l'azione, il mistero esotico e il misticismo fantastico, osando stavolta un tocco deciso verso la fantascienza.
Ambientato nel 1957, tra l'America e la Cordigliera delle Ande, il film sembra una summa del percorso cinematografico di Spielberg e del suo personaggio, dove l'azione, l'avventura, la ricerca dell'ignoto, la fascinazione mistica, il luna park visuale ed emotivo di parte del suo cinema si fonde in un grandioso fumettone fatto di fanciullesca avventura, che in filigrana racconta il pesante cambio politico con tocchi di perfida ironia (negli USA preda del Maccartismo, la nazione è piena di agenti del KGB) ed anche il cambio di tempi, nello spirito del racconto e dell'esotica fascinazione per l'avventura.
Dopo il classico prologo molto ben costruito, Spielberg cerca di ravvivare un cinema scomparso con il precedente episodio della saga, aggiornandolo appena (a parte il finale) al digitale, regalando ai fan un sicuro e avvincente divertissement fatto di ritmo rocambolesco, struttura classica di enigmi e trappole che – oltre a quella delle serie – ha fatto la fortuna dei videogiochi, sequenze d'azione portentose (su tutte il lunghissimo inseguimento nella giungla), mistero mitologico e humour sornione. Fino a un finale discutibile, in cui la fantascienza irrompe, eccede, stona, nonostante la coerenza con le ossessioni spielberghiane.
La sceneggiatura, solida ovviamente, ha il solo limite di una certa programmaticità e compiacimento nell'accumulare elementi e ingredienti attesi e consueti, più per il piacere del fan che per esigenza narrativa; detto questo Spielberg realizza il miglior film possibile, date le differenze di tempo e modo cinematografico, restando fedele alle commedie d'azione anni '30-'40, sia nella narrazione sia nelle scelte stilistiche, e usa lo spazio – filmico e fisico – i luoghi, i cliché, come solo i grandi registi sanno fare.
A perpetrare il mito dell'archeologo con la frusta, concorre la straordinaria presenza scenica d Harrison Ford, scattante anche a 65 anni e pienamente conscio del fascino del suo sorriso, coadiuvato dall'“erede” Shia LaBoeuf (gustoso il loro scambio di sguardi finale), dalla ritrovata Karen Allen e dalla trasformista Cate Blanchett. Tornate bambini, salite sulla giostra, e godetevi l'intrattenimento del cinema puro: è quello che chiedono allo spettatore Lucas e Spielberg. È quello che facciamo senza indugi.

Giudizio: 2.5
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