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Titolo originale: One Missed CallNazione: Stati Uniti Anno: 2008 Genere: Horror, Thriller Durata: 87' Regia: Eric Valette Cast: Shannyn Sossamon, Edward Burns, Ana Claudia Talancón, Ray Wise, Azura Skye, Johnny Lewis, Jason Beghe, Margaret Cho, Meagan Good, Rhoda Griffis Produzione: Alcon Entertainment, Missed Call Productions, Kadakowa Pictures, Intermedia Films Distribuzione: Warner Bros. Data di uscita: 4 Giugno 2008 Trama: Un telefono squilla con una suoneria non sua, una chiamata perduta indica l'orario della tua morte, e un messaggio della segreteria ti dice quali saranno le tue ultime azioni e parole. Quando la cosa avviene, si capisce che non sono solo leggende metropolitane. Per un gruppo di giovani è iniziato un incubo che sembra essere senza fine, e neppure rivolgersi alla polizia serve a qualcosa. Come potranno sventare la minaccia il gruppo di terrorizzati ragazzi? Intanto controllate bene i messaggi, perché non si sa mai che la prossima volta possa toccare a voi. Recensione di ALBERTO DI FELICE Il film del francese Eric Valette, sceneggiato da Andrew Klavan (autore dei romanzi da cui sono stati tratti Fino a prova contraria e Don't Say a Word),
riadatta l'originale secondo la non peregrina intenzione, almeno commercialmente, di mantenerne
praticamente intatto lo scheletro drammatico e l'ormai ben noto “fantasmismo” orientale (una casa in stile giapponese, con tanto di shoji
e giardino interno con laghetto, aiuta subito a destreggiarsi chi per
caso non sappesse che si tratta del remake di una produzione nipponica;
ad abitarla però c'è una nera), ed al tempo stesso di avvicinare i
dettagli allo spettatore occidentale, o meglio agli stereotipi cui è
abituato.Acquistano così maggior rilievo i rapporti intercorrenti fra i personaggi, ed in particolare viene prontamente cementata l'attrazione fra i principali, ovvero il detective (Edward Burns) e la studentessa in attesa di morte (Shannyn Sossamon). Klavan lavora a semplificare ed accorciare le svolte, ma non fa il minimo sforzo sui sottotesti (che pure, come si dirà incidentalmente poco più avanti, paiono essere, sebbene di poco, declinati diversamente) lavorando sull'intreccio, soprattutto per correggere quelle lacune dell'originale che venivano eclissate (anzi, giustificate) dalla sua atmosfera fumosa. La direzione di Valette, qualora fosse il caso di specificarlo, è sensibilmente diversa da quella di Takashi Miike. Sparisce ad esempio l'efficace uso del fuori campo, che viene rimpiazzato da ben meno ispirati momenti di spavento da “boo” (spuntano fuori come novità, a tal proposito, spettri in stile The Eye), neanche gestiti malissimo, a dire il vero. Allo stesso modo, il montaggio si appiattisce perdendo la carica allusoria originaria. Se il film di Miike non brillava rispetto ai concorrenti connazionali (viene in mente soprattutto il bellissimo Kairo di Kiyoshi Kurosawa) per il suo discorso su media ed apocalisse moderna (cellulari e televisione come mezzi di consumo virali), latente ma mai realmente incisivo, di questa incisività si trova ancor meno traccia qui. L'esorcismo in tv (stavolta di quelli “veri”, che chiamano in causa il nostro Dio) è un'occasione sprecata e risolta molto più in fretta. Per il resto, il sottofondo preminente rimane quello, caro soprattutto al cinema di Hideo Nakata, dello spasmodico e malato rapporto genitori-figli, sfociante nella patologia ed in una distopia del tempo e della visione che tenta di riallacciarlo. Il nuovo finale, anche da questo punto di vista, pecca di semplificazione—se non di accomodamento ideologico. Nonostante quel telefono che, comunque, riprende a squillare. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI È davvero difficile riuscire a scrivere qualcosa di diverso dal solito
o di decente quando ci si trova di fronte a film tanto poveri e che
derivano da originali orientali, potremmo dirvi di prendere la recente
recensione di The Eye con Jessica Alba, cambiare il titolo e il nome di protagonisti ed attori e il risultato è servito.Tra l'altro in questo remake di The Call di Takashi Miike non c'è neppure il trito schemino dell'attrice famosa e formosa, l'unico attore minimamente sentito è Edward Burns, l'avete visto l'ultima volta in 27 volte in bianco, che fa il poliziotto annoiato dall'indagine e del tutto insipido caratterialmente, che chiede alla esoterica minaccia telefonica solo di ammazzarlo il più presto possibile per intascare il denaro del compenso e sparire. Gli altri sono tutti il solito stereotipo di ragazzi bene casa/college/amiche/festini sexy che grazie ai loro cellulari ultima generazione trendy ora rischiano la vita per colpa di una maledizione indegna che li colpisce nonostante abbiano pagato la ricarica. E questo decisamente non è giusto: nei film non c'è mai campo, in questo ce n'è anche troppo, la telefonata maledetta arriva sempre e comunque. Il regista è Eric Vallette, un francese alla prima prova, chiamato a fare lo yes man senza nessuna fantasia, con inquadrature scolastiche per lo più copiate dall'originale (io parlerei in molti casi di fotocopia e non remake). Cerchiamo di riassumere il contenuto di questa controfigura di trama: un telefono cellulare ha chiamato dopo la morte del suo proprietario un'altra persona. Nella segreteria c'è un messaggio con delle parole apparentemente senza senso, ma quelle sono le ultime parole che dirà la prossima vittima, lasciando cadere una caramella rossa dalla bocca dopo la morte. La catena prosegue con le fortunate vittime (che così possono uscire dal film non lordandosi oltre con la loro presenza) fino alla dura e tosta universitaria che resiste alla minaccia (senza neppure spogliarsi, manco quello ci concedono) con un piglio studiato sui banchi di scuola della difesa perfetta dalle maledizioni da cellulare. In mezzo un cellular-esorcismo (quando dice «Io ti espello da questo cellulare!» c'è da morir dal ridere, unico inopinato punto valido del film) e tante frasi fatte, il ricorso al gestore telefonico, la rottura inutile del totem elettronico con dolore, visto che dobbiamo farne a meno ma quasi meglio la morte. Già il film di Miike era un prodotto monetario su commissione lontano dai picchi autoriali del bravo e acclamato autore orientale, ma almeno dosava benissimo i tempi della paura, aveva una feroce critica contro la televisione e il massicccio uso dei cellulari senza i quali siamo perduti, era girato bene e poteva essere piacevole nel genere (ne fecero pure un seguito privo di senso e valore). Questa americanata insulsa davvero perde ogni cosa: l'effetto sorpresa non c'è anche se non si è visto l'originale, i personaggi sono antipatici, la produzione mette qualche character orientale (la poliziotta e qualche comparsa) per ricondurre, quando Miike stesso vorrebbe che ne stiano ben alla larga da lui se non per il pagamento dei diritti, gli effetti splatter risibili e limitatissimi. Ci mettono dentro pure le bambine (bionde, belle e americane, ovvio) non tenendo conto che i tratti infantili giapponesi in una certa guisa sono molto più inquietanti di quelli occidentali, in una teoria di violenza infantile inaspettata che dovrebbe sconvolgere tanto è pesante come argomento, spiegatelo al regista che bisogna anche saperlo girare in un certo modo e non solo con un cappuccio e un coltellaccio per renderlo emozionale e penetrante (aspettatevi poi le camminate ectoplasmiche a scomparsa e vibrazione che hanno ormai raggiunto e superato ogni limite di sopportazione). Ancora una volta dobbiamo arrenderci al fato e dire che finché queste degenerate derivazioni saranno recepite dagli spettatori dovremo vederle in cartellone. La colpa, ci duole dirlo, è solo di questo. In definitiva un film pessimo sotto ogni punto di vista, talmente orrendo da far rimpiangere gli 87 minuti di esistenza passati inutilmente, pagando un costo che ci meritiamo se lo vediamo, in quanto talmente scontato d'origine e che una semplice veloce lettura sul web avrebbe evitato, facendoci rendere conto che l'unico merito che ha il film è il curioso manifesto. Certo, sempre meglio poi una lettura che una telefonata. Giudizio: ![]()
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Titolo originale: One Missed Call
Il film del francese Eric Valette, sceneggiato da Andrew Klavan (autore dei romanzi da cui sono stati tratti Fino a prova contraria e Don't Say a Word),
riadatta l'originale secondo la non peregrina intenzione, almeno commercialmente, di mantenerne
praticamente intatto lo scheletro drammatico e l'ormai ben noto “fantasmismo” orientale (una casa in stile giapponese, con tanto di shoji
e giardino interno con laghetto, aiuta subito a destreggiarsi chi per
caso non sappesse che si tratta del remake di una produzione nipponica;
ad abitarla però c'è una nera), ed al tempo stesso di avvicinare i
dettagli allo spettatore occidentale, o meglio agli stereotipi cui è
abituato.
È davvero difficile riuscire a scrivere qualcosa di diverso dal solito
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derivano da originali orientali, potremmo dirvi di prendere la recente
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