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| Sabato 14 Giugno 2008 10:46 | |||
Titolo originale: Things We Lost in the FireNazione: Stati Uniti, Regno Unito Anno: 2007 Genere: Drammatico Durata: 118' Regia: Susanne Bier Cast: Halle Berry, Benicio Del Toro, David Duchovny, Alexis Llewellyn, Micah Berry, John Carroll Lynch, Alison Lohman, Robin Weigert, Omar Benson Miller, Paula Newsome, Sarah Dubrovsky, Maureen Thomas, Patricia Harras Produzione: DreamWorks Pictures, DreamWorks SKG, Neal Street Productions Distribuzione: Teodora Film Data di uscita: 12 Giugno 2008 Trama: Al funerale del marito Brian, morto tragicamente proprio mentre difendeva una donna dall'aggressione del compagno, Audrey incontra dopo anni il miglior amico del consorte, Jerry, eroinomane in recupero. Nonostante lo odi da tempo, al punto di considerarlo implicitamente responsabile della morte del marito, decide di accoglierlo in casa con sé ed i bambini. Recensione di ALBERTO DI FELICE Susanne Bier ci mostra cosa succede “dopo il funerale”. Una moglie
perde il marito, dei figli perdono il padre, un uomo perde il miglior
amico—l'unico suo amico rimasto, anzi l'unico che ci sia mai stato.
Nonostante non si sia più in Danimarca, e nonostante la sceneggiatura
non sia stata scritta dal fido Anders Thomas Jensen a partire da un suo
soggetto (è di Allan Loeb), in Things We Lost in the Fire
l'autrice danese sembra riprendere da un film che ha già girato. Anche
se, si vede già dalla fotografia dell'eastwoodiano Tom Stern, che rende
umida e calda la periferia residenziale di Seattle, è cambiata la sede.
I suoi personaggi vengono buttati nell'improbabile, nel tentativo di
localizzare nel loro modo di guardarsi l'un l'altro, a cambiamento
avvenuto, quello che di loro “prima” non si poteva vedere.La trama, si può dire, scatta infatti quando Audrey (Halle Berry) ritrova in auto le tre banconote da 20$ che, in una conversazione col marito Brian (David Duchovny), aveva accusato Jerry (Benicio Del Toro) di aver rubato per comprarsi la droga. Quando succede Brian è morto, causando la fine di un matrimonio di pieno successo, nel quale le fantasie di tradimento sono ancora benvenute. Audrey decide di accogliere Jerry in casa, forse il buono che viene col brutto, contro il suo odio di anni. Quasi sicuramente la donna lo sta facendo perché il marito l'avrebbe voluto, ma quando una notte chiama Jerry nel suo letto, per riuscire ad addormentarsi secondo l'intimo rituale che aveva con Brian, si capisce che non è solo per questo. Ma nessuno sta tradendo nessuno, neppure adesso. La Bier racconta i rapporti rivelandoli quasi direttamente come giunzioni fisiche e carnali prima che affettive, quasi la chimica dei corpi fra Audrey e Brian, fra Jerry ed Audrey e fra Jerry ed i bambini, fosse tutt'uno con la chimica della dipendenza dell'uomo. Come anzi tutto fosse dipendenza dagli altri: ritrovare un padre ed una figlia come nel precedente film, il cui titolo era appunto Dopo il matrimonio (ricorderete lo scambio di sguardi fra Jacob ed Anna al loro primo incontro dopo aver saputo), ritrovare l'amico del padre e del marito qui. La danese fa però anche qualcosa di leggermente diverso rispetto alla precedente opera, che era letteralmente ossessionata dai particolari che sezionavano il viso: gli occhi, la bocca. La sua insistenza su di essi (specialmente sull'occhio singolo) e sui dettagli (ad esempio, le foto) rimane anche qui, ma la sensualità che questo découpage pressante sul volto umano ed i suoi ricordi esprime si fa forse più evidentemente cocente. Sono da questo punto di vista quasi coincidenti le relazioni già richiamate fra Jerry ed Audrey e quella dell'uomo con i figli di Brian, Harper (Alexis Llewellyn) e Dory (Micah Berry), sebbene la prima abbia comprensibilmente quella paura che i bambini (con le solite loro frasi troppo buone e sagge, qualcuno potrebbe lamentarsi, come la progressione drammatica affatto esente da determinismo) sembrano dimenticare più facilmente. È proprio Jerry con Dory, nel giochetto col quale convince il bambino—come non era riuscito a Brian—a mettere la testa sott'acqua in piscina, a replicare quel gioco di accettazione che viene significato dalla regista attraverso la scomposizione e l'insistenza sul volto e gli oggetti. Stavolta lo stesso procedimento viene applicato all'inizio del film, che dirompe a incastro la fabula assecondandone il senso, remando per certi versi contro il suo stesso, già citato, determinismo. Il sottofondo che la regista suggerisce rimane molto scandinavo, anche per la sua comunanza col dramma che analizza l'assetto familiare (considerate le due cene alla lunga tavola in salotto, la prima nel periodo del funerale e la seconda, nella quale vediamo anche Alison Lohman, quando Jerry è stato ormai accolto in casa: come cambia la disposizione di Jerry ed Audrey a tavola, e quella dei bambini, e soprattutto come la camera nella seconda occasione si avvicina e si concentra su come raccontano spiegando il titolo originale, e come si guardano), piuttosto che simile all'universalismo di Iñárritu, con il quale c'è comunque in comune un senso di provocatorio e anche un aperto rischio di patetico. Come si dice nel film, di questo converrà prendere il buono col cattivo. Giudizio: ![]()
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Titolo originale: Things We Lost in the Fire
Susanne Bier ci mostra cosa succede “dopo il funerale”. Una moglie
perde il marito, dei figli perdono il padre, un uomo perde il miglior
amico—l'unico suo amico rimasto, anzi l'unico che ci sia mai stato.
Nonostante non si sia più in Danimarca, e nonostante la sceneggiatura
non sia stata scritta dal fido Anders Thomas Jensen a partire da un suo
soggetto (è di Allan Loeb), in Things We Lost in the Fire
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se, si vede già dalla fotografia dell'eastwoodiano Tom Stern, che rende
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