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| Domenica 15 Giugno 2008 01:55 | |||
Titolo originale: The HappeningNazione: Stati Uniti Anno: 2008 Genere: Drammatico, Fantascienza Durata: 91' Regia: M. Night Shyamalan Cast: Mark Wahlberg, Zooey Deschanel, John Leguizamo, Ashlyn Sanchez, Betty Buckley, Spencer Breslin, Robert Bailey Jr. Produzione: Blinding Edge Pictures Distribuzione: 20th Century Fox Data di uscita: 12 Giugno 2008 Trama: Una mattina, a Central Park a New York la gente si ferma e inizia a camminare all'indietro. Poco dopo, a breve distanza, in un cantiere dei muratori si suicidano buttandosi da delle impalcature. Questi strani eventi sembrano essere dovuti ad una sconosciuta tossina che pian piano va diffondendosi nel Nord-Est degli USA. A Philadelphia, Elliot e la moglie Alma partono in treno assieme all'amico Julian e sua figlia Jess per raggiungere Harrisburg, nel tentativo di sfuggire all'epidemia. Ma il treno, perso ogni contatto, è costretto a fermarsi in una cittadina rurale sperduta della Pennsylvania. Intanto, l'epidemia dilaga. Recensione di ALBERTO DI FELICE Chiunque pensi che The Happening sia un film di “denuncia
ambientalista” non sta solo prestando nessuna attenzione alla poetica
del suo autore, regolarmente e comodamente incompresa da troppi, ma
soprattutto sta prestando pessima attenzione al testo. Per chi non
avesse chiaro che M. Night Shyamalan è un erede diretto di Alfred
Hitchcock, il regista di Philadelphia apre il suo ultimo lavoro con una
citazione neanche tanto nascosta de Gli uccelli, che è
stato chiamato in causa piuttosto spesso nelle recensioni che hanno
anticipato l'uscita del film, probabilmente senza neanche rendersi
conto della grande esattezza del richiamo. I titoli di testa scorrono,
facendosi largo a pezzi dirotti, su nubi che sempre più febbrilmente
attraversano lo schermo, esattamente come gli uccelli neri su fondo
bianco in Hitchcock. Al di là della menzione superficiale con la quale
è stato chiamato in causa, il collegamento hitchcockiano in questione è
a ben vedere molto più profondo, ed è anzi una primissima
dichiarazione, un avvertimento per la lettura all'interprete.Shyamalan si è da sempre profondamente appropriato di un metodo discorsivo tipicamente hitchcockiano: ogni suo film si basa su un ferreo procedimento di spostamento narrativo, dichiarato in maniera eloquente e rigorosa nel penultimo Lady in the Water, saggio essenziale ed aperto sullo storytelling dell'autore. Ciò si verifica a due livelli: nel macro e nel micro, componendo attraverso i dissonanti tasselli della narrazione il vero oggetto d'indagine, che è sempre e soltanto un ferito e perso animo umano. Quello che avviene in un suo film non è mai da interpretare come fatto inquadrabile a sé stante, un anello di una trama di eventi disposti in una logica riduzionisticamente empiristica: i fatti si presentano al contrario come catena indeterminata di causa ed effetto, sono totalmente riconducibili ai desideri repressi nelle paure della psiche, l'unica vera minaccia per l'essere umano. Sono dunque da rigettare con fermezza—non che non lo siano sempre o quasi, in realtà—le pigre accuse rivolte ai personaggi poco credibili, ai pessimi dialoghi, alla carenza di motivazioni valide, e consimili; le quali richiamano, tra l'altro e a conferma di quanto si va dicendo, quelle che tiravano fuori molti recensori contemporanei ad Hitchcock. Non parla dunque di un ambiente in rivolta contro l'uomo che l'ha sfruttato troppo, The Happening; né tantomeno è il racconto di un'epidemia causata dal terrorismo, dalle piante, da scorie nucleari o dal governo americano. A meno che qualcuno non creda che Gli uccelli parli di un'invasione di volatili ad una piccola cittadina costiera a nord di San Francisco. Nei due film la riflessione sul contrasto uomo-natura è inglobata in un discorso più ampio e diverso. Proprio in quel film di Hitchcock si trovava uno dei rimproveri più raccapriccianti all'incapacità dell'uomo di vedere: un cadavere senz'occhi, l'Edipo re di un'umanità universale che preferisce accecarsi piuttosto che riconoscere la verità di sé stessa, della sua natura. In The Happening il protagonista Elliot Moore (Mark Wahlberg) si ritrova a parlare ad una pianta, come a supplicarle di salvare lui e gli altri: il più delle spiegazioni sul disastro che si sta verificando l'ha portato, come ha portato lo spettatore, ad accettare con poco indugio la spiegazione “ecocentrica”. Ma ecco che scopre che quella pianta è in realtà di plastica, e (solo noi) verremo poi a sapere—inizialmente, data la pista nucleare, si può essere portati a pensare sia costruita in un'area fantasma per esperimenti—che è posta a decorazione di una casa-modello, anch'essa di plastica, dove tutto è umanità ridotta a perfezione e finzione, pronta per lo sviluppo immobiliare. L'uomo non sa riconoscere quanto siano ridicole e fallaci le cose e le aspirazioni nelle quali vive, quelle alle quali dovrebbe rivolgersi per trovar risposta, preferendo credere a qualche apparentemente razionale teoria scientifica, numeri ed ipotesi, in fondo più rassicuranti. Ma il fatto che Gli uccelli sia parte integrante della nervatura e del pensiero sottostante il film di Shyamalan viene segnalato ancora una volta chiaramente nel finale, anche questo idealmente gemello. Nella pellicola di Hitchcock, i quattro assediati trovavano finalmente il coraggio di affrontare il panico che si era loro palesato con violenza, uscendo finalmente dalla casa. L'ultima inquadratura ci mostrava la loro macchina allontanarsi mentre qualche tremante raggio di sole sembrava tornare in parte ad illuminare un quadro infestato per il resto da nubi ed uccelli. Era un finale che lasciava intuire una speranza di scioglimento, ma che al contempo ricingeva minaccioso di inquietudine lo spettatore. The Happening fa la stessa cosa, in quelle che, si potrà notare, sono tre parti conseguenti di un unico finale: la prima pare liberare i personaggi; la seconda ci mostra una pacificazione che sembrerebbe definitiva; la terza ci segnala che, come per i quattro di Hitchcock, il futuro di Elliot, Alma (Zooey Deschanel) e Jess (Ashlyn Sanchez), come il nostro di uomini-spettatori esterni al film, lungi dall'esser stato salvato per sempre, dipenderà viceversa dalla nostra capacità—e volontà—di leggere dentro di noi per inseguire noi stessi. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Davvero stavolta non ci siamo, il bravo regista di origine indiana dal
nome impossibile (che fa Manoj Nelliyattu Shyamalan, in arte Night),
autore di perle come Il sesto senso (con Bruce Willis che lo portò all'attenzione del grande pubblico) e dei raffinati Signs e Lady in the Water,
sbaglia completamente il colpo e realizza un film patetico e senza
particolari meriti autoriali, traendo spunto da ambientazioni stile Lost e che alla fine sembra un maxi episodio di un telefilm de Ai confini della realtà.La trama ci racconta di un professore di scienze (Mark Wahlberg) e del suo collega che insegna matematica (John Leguizamo) che scappano da New York in treno, impauriti dalla presenza di uno strano virus (apparentemente sparso da dei terroristi) che induce al suicidio chiunque ne è infettato. Ma presto la fuga si interrompe presso una anonima cittadina, il gruppo si trova senza comunicazione con il mondo esterno (i mezzi elettronici non funzionano più) apparentemente senza scampo. Il nemico, chiunque esso sia, a quanto pare sembra davvero inarrestabile. La trama è in apparenza stimolante, le nuvole bianchi iniziali portatrici di cattivi presagi di grande impatto, peccato che tutto viene realizzato con una banalità disarmante (davvero insospettabile prima della visione vista la caratura del regista), peggiorato da recitazioni al minimo sindacale, Wahlberg domina la scena senza piglio (tra l'altro doppiato da Pino Insegno con una voce che non gli si addice), un Leguizamo di contorno fa l'anonimo matematico che propone percentuali sempre confortanti, la Deschanel (vista recentemente ne L'assassinio di Jesse James) con i suoi occhioni azzurri perennemente sbarrati riempie lo schermo in maniera insulsa, il tutto contornato da macchiette prese più dal varietà che da una situazione di ansia (vedi il soldato che sembra affetto da grave sindrome fibrillatoria oppure il naturalista sputasentenze «so tutto del mistero»). Se da un lato i suicidi sono realizzati in maniera originale (quello del tagliaerbe su tutti e la caduta degli operai che avete visto anche nei trailer), i personaggi non sentono la situazione e non ce la fanno sentire. Si chiacchera amabilmente di stupidaggini camminando con tranquillità in situazione di estremo pericolo, i due coniugi si preoccupano di uno pseudo tradimento per colpa di un gelato e di un caffè bevuti con un'altra persona, non c'è il minimo pathos in nessuna zona del film mentre il telegiornale, preso chissà come, visto che le comunicazioni sono interrotte come dimostra il treno, sciorina percentuali in assoluto freddo stile tipico (dopotutto sono telecronisti e non uomini e rimangono fedeli al giuramento etere etico). Se da un lato manca la totale presa sul pubblico ed è presente una incuria davvero inaspettata nella regia del tutto anonima (tra l'altro nella sceneggiatura potrete trovare delle incongruenze legate al numero delle concentrazioni umane e altre cose), il messaggio natural-difensivo c'è. Senza essere più precisi per non rivelare nulla dell'origine del mistero, M. Night ci spiega che se l'uomo continua così la natura si ribella pesantemente, il giorno del titolo è un solo un tragico avvertimento, un colpo alle gambe, e potrà venire un giorno che la cosa sarà molto più cattiva e devastante (una scritta sulla lavagna recita «Se scomparissero tutte le api in quattro anni il mondo finirebbe», dove le api sono intese come procreazione della natura) mentre le fabbriche che emettono fumo all'orizzonte del camminamento dei disperati hanno il sapore delle nostre colpe che si disperdono a contaminare, mentre la casa finta è un'icona dell'uomo che vuole realizzare un mondo vivibile ma per come lo fa lo rende falso, e il suicida con il tagliaerbe un classico esempio di come falciando si viene falciati. Tutti bei messaggi, ma in fondo scontatissimi, in un'aurea cinematografica che non li rafforza e non li profonde. Non si risparmiano neppure i ragazzi e i bambini, giustamente la tragedia non guarda all'età o all'animo candido, ma per come avviene non si riesce neppure a pensare a un doveroso «No, loro no!» e che le colpe dei padri ricadono sulla progenie. Non si capisce come mai un film tanto atteso possa aver deluso in maniera tanto cocente, ma purtroppo questo è quello presente sul tavolo e davvero certe volte si rischia l'inconsapevole ilarità in dialoghi ad alto tasso di critica (vedere per credere, la punta in un discorso tra Wahlberg e una... pianta). Il mondo ci osserva mentre lo offendiamo, peccato che ce lo debba ricordare un film che fa del pretestuoso vacuo la sua bandiera. Un passo falso di grave entità, viste le attese, che ci sentiamo di perdonare a Shyamalan consapevoli che forse la fretta di naturalizzare il concetto abbia cozzato contro la necessaria tempologia di preparazione/allestimento cinematografico. In definitiva un film tanto atteso e tanto deludente, dai bei messaggi natural-promozionali ma clinicamente vuoto di ogni merito particolare, che lo rende solo una cartolina poco affascinante piena di stereotipi scontati, impedendogli di avere un fascino ben preciso. Alla prossima notte di Manoj Shyamalan, sperando vada meglio. Giudizio: ![]() Recensione di EMANUELE RAUCO Dopo l’insuccesso inaspettato di una bella favola come Lady in the
Water, M. Night Shyamalan cerca di tornare ai fasti che lo resero uno
dei cineasti più promettenti della sua generazione, tornando ad
affrontare la paura e l’impatto da thriller fantastico, ma puntando
ancora più in alto.Stavolta, il regista indo-americano sceglie i toni apocalittici e i temi cari all’America post 11 settembre per raccontare lo stato della nazione ai giorni nostri, a confronto delle proprie paure: ma le ambizioni restano confinate come tali e la realizzazione non sempre è adeguata. Nelle grandi città succede qualcosa di terribile: all’improvviso, la gente si ferma, cammina all’indietro e si uccide in modi sempre più atroci. Terrorizzate dall’incubo terrorismo, le autorità ordinano di evacuare i centri. Tra coloro che cercano di mettersi in fuga, il professor Elliot Moore, che sospetta che non sia il terrorismo a causare la distruzione, ma qualcosa di molto meno affrontabile. Scritto e prodotto dallo stesso Shyamalan, un dramma apocalittico dalle forti venature fantascientifiche, venato di horror e melodramma familiare che mischia non poche derivanti (X-Files, La guerra dei mondi e tutto il filone sulla deriva dell’umanità) per cercare di arrivare alla metafora definitiva sugli USA attuali. Indirizzato, come una specie di on the road, verso il lato più aperto, sconosciuto e naturale degli Stati Uniti, il film è il romanzo di formazione di uno stato che non è più in grado (se mai lo è stato) di affrontare le proprie paure ma solo di esorcizzarle di indorarsi la pillola con teorie, statistiche, ipotesi spesso inspiegabili, e che ha bisogno di conoscere fino in fondo la propria follia, sempre più crescente, per evitare l’auto-distruzione, che forse sarà anche causata dalle difese della natura, ma cova nelle pieghe dell’animo umano. Strutturato concentricamente, come la minaccia che descrive, il film di Shyamalan è ricco e affascinante, ma pieno di difetti: se la suspense da fine del mondo funziona sempre, la costruzione è meccanica, a tratti svogliata nell’alternare (come in una serie, divisi in blocchi pubblicitari) scene di tensione e viaggio del protagonista, sorretta da quel tocco didascalico eccessivo che è stato sempre il limite dell’autore, giocando sempre sul filo del ridicolo e dell’implausibile (l’assunto “naturalista” è bizzarro e forzato) senza riuscire ad evitarli. Le scene a effetto ci sono e il racconto ha il suo fascino, ma la sceneggiatura è poco compatta, confusa, persa in digressioni e personaggi secondari che – se di solito sono il tessuto connettivo che da spessore al cinema di Shyamalan – stavolta mancano il bersaglio (la casa con gli oggetti finti). La regia sacrifica il lato comunicativo del film alla metafora, al messaggio, alla filosofia del film, ma anche in questo, l’impasse è evidente, denunciando la mancanza di misura ed equilibrio, laddove idee e sprazzi di talento non manchino. Mortificati dal pessimo doppiaggio, gli attori sembrano confondere l’ironia di Shyamalan con l’auto-parodia, recitano tutti e sempre con un tono misticheggiante che ispira sorrisini più che pathos, e culmina con la prova inadatta e superficiale di Mark Wahlberg. Si ha costantemente la sensazione che (come nel penultimo film) Shyamalan faccia fatica a sentirsi metteur en scène, a gestire il suo lavoro in termini puramente filmici e debba ricorrere ossessivamente al supporto di una matrice letteraria. Che gli darà pure altezze filosofiche e fascino intellettuale, ma lo tiene lontano dagli apici della sua aspirazione (come in The Village), dove le due cose trovavano amalgama perfetto. Giudizio:
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Titolo originale: The Happening
Chiunque pensi che The Happening sia un film di “denuncia
ambientalista” non sta solo prestando nessuna attenzione alla poetica
del suo autore, regolarmente e comodamente incompresa da troppi, ma
soprattutto sta prestando pessima attenzione al testo. Per chi non
avesse chiaro che M. Night Shyamalan è un erede diretto di Alfred
Hitchcock, il regista di Philadelphia apre il suo ultimo lavoro con una
citazione neanche tanto nascosta de Gli uccelli, che è
stato chiamato in causa piuttosto spesso nelle recensioni che hanno
anticipato l'uscita del film, probabilmente senza neanche rendersi
conto della grande esattezza del richiamo. I titoli di testa scorrono,
facendosi largo a pezzi dirotti, su nubi che sempre più febbrilmente
attraversano lo schermo, esattamente come gli uccelli neri su fondo
bianco in Hitchcock. Al di là della menzione superficiale con la quale
è stato chiamato in causa, il collegamento hitchcockiano in questione è
a ben vedere molto più profondo, ed è anzi una primissima
dichiarazione, un avvertimento per la lettura all'interprete.
Davvero stavolta non ci siamo, il bravo regista di origine indiana dal
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