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| Domenica 29 Giugno 2008 05:04 | |||
Titolo originale: Street KingsNazione: Stati Uniti Anno: 2008 Genere: Poliziesco, Drammatico, Thriller Durata: 109' Regia: David Ayer Cast: Keanu Reeves, Forest Whitaker, Hugh Laurie, Chris Evans, Cedric the Entertainer, Jay Mohr, Terry Crews, Naomie Harris, Common, The Game, Martha Higareda, John Corbett, Amaury Nolasco, Cle Shaheed Sloan, Noel Gugliemi Produzione: Regency Enterprises, Yari Film Group (YFG), 3 Arts Entertainment, Emmett/Furla Films, Millennium Films Distribuzione: 20th Century Fox Data di uscita: 27 Giugno 2008 Trama: All'agente Tom Ludlow, dai metodi parecchio duri e al contempo uno dei pochi poliziotti non invischiati con la malavita a Los Angeles, piace fare il giustiziatore di criminali. A coprirgli le spalle, tanto, c'è sempre il capitano Jack Wander. Le cose per lui si mettono però male quando il suo ex-collega Washington, che stava collaborando con gli affari interni in un'indagine che lo riguardava, viene ucciso proprio quando Ludlow stava per dargli una lezione. Il capitano Biggs gli sta alle costole. Recensione di ALBERTO DI FELICE Nella Los Angeles dell'ultimo David Ayer non si salva decisamente
nessuno, come suol dirsi. Il disegno iconografico del potere marcio,
dagli squadroni di fondo fino all'apice, si risnoda lestamente nei suoi
topoi formativi: polizia, crimine, politica. L'ultimo arriva,
chiaramente, alla fine—come fosse una sorpresa. Va da sé che i tre
ambiti, volendoli distinguere, si alimentano a vicenda, causando
necessariamente l'inconveniente tegumentale del vizio—se non il
peccato—privato dei tutori della legge. Siamo nel feudo ben assestato
di James Ellroy, manco a dirlo, e da un punto di vista narrativo si
ritrovano appunto tutte le certezze prontamente ricollocabili nello
stampo del romanziere losangelino.Keanu Reeves fa quindi il poliziotto con la coscienza sporca ma personalmente nobilitata, efficientemente spietato e in egual misura sicuro della bontà del ruolo, prima di scoprire una più ampia fascia di marciume che coinvolge faccendieri dagli ideali non meno giustizialisti, ma di certo più squisitamente pragmatici dei suoi. La solidarietà della casta comincia a scricchiolare, dato che l'organo imputridito sotto il rivestimento cedevole inizia ad impuzzire. Il gioco è partito, c'è sempre stato e sempre continuerà, a quanto pare. Probabilmente Reeves ha una faccia giusta (purtroppo non è lasciato di speculare alcunché di buono da come il suo volto è andato escavandosi negli anni), ma non molto altro. L'uncino della corruzione del sistema diventa nel film poco più che un modesto compito di circolare logica poliziesca, di quelli che Ellroy scrive per brunch, componendo tutt'al più un tassello-doppione che la riespone non troppo estrosamente a favore del protagonista, che a questo punto è l'unico a non saper niente delle retrovie. Infatti Reeves, non troppo convinto (anche gli altri lo son poco: Forest Whitaker fa “L'ultimo re di South Central”, Hugh Laurie fa il Dr. Biggs in corsia degli affari interni, Chris Evans se la cava meglio come allievo che fa la cosa sbagliata, che manco l'ultimo dei pivelli), in qualche circostanza deve persino riassumersi la situazione verbalmente, sperando magari che la cosa possa avere una qualche utilità anche per lo spettatore. Ayer continua, se non altro, ad accompagnare la descrizione di una città nella quale il trattamento “Rodney King” è tutt'oggi normalissima routine con l'aspirazione di tirarci dentro anche il rimbombo e specchio prossimo dell'esportazione, altrettanto auto-sancita, dell'ordine all'esterno, con per contropartita l'importazione di abomini di ritorno dei quali l'eroina afghana è giusto un oppio accessorio—anche perché il protagonista del caso, nonostante il volto escavato, pare rivolgersi al massimo alla cara vecchia bottiglia. Ma è giusto un vago, anzi volatilissimo—tanto che è già troppo avervi fatto riferimento—rimando al precedente e meglio riuscito Harsh Times, che Ayer—non sarà un caso fortuito—aveva anche scritto. L'impressione è che nella sceneggiatura di Ellroy con Kurt Wimmer e Jamie Moss, faticosamente arrivata dopo anni ad esser girata da qualcuno, Ayer non trovi mai l'intercapedine che sta cercando. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Davvero intenso questo bel film di David Ayer (regista di Harsh Times – I giorni dell'odio ma sopratutto sceneggiatore di Training Day),
che dirige un motivato Keanu Reeves e un cast di stelle che parte dal
premio Oscar Forest Whitaker, passa per Hugh "Doc House" Laurie e
finisce con Amaury Nolasco (Prison Break), John Corbett (Sex and the City,
il serial tv) fino ad arrivare al bel fisicone di Chris Evans, qua
nella parte di un poliziotto alle prime armi ma deciso e motivato. La trama narra dei guai che deve passare Tom Ludlow (Reeves) che decide di capire da quale parte sta il marcio nella polizia dopo la morte di un collega fraterno che minacciava di denunciare i suoi metodi brutali di applicazione della giustizia. Il suo capo Jack Wander (Forest Whitaker) lo copre in continuazione dai problemi che incontra anche perché alle costole della squadra d'assalto c'è un mastino come il capitano James Biggs (Hugh Laurie) che sembra voglia far presa sull'onesta di Tom per scoprire chi sta a capo di tutta la cosidetta “organizzazione del salvadanaio”. Aiutato da un giovane poliziotto di poca esperienza ma molto deciso come Paul Diskant (Chris Evans), Tom, che mantiene sempre alto il ricordo della moglie scomparsa, si appresta ad aprire il coperchio del pentolone dove bolle il marciume della polizia, con grandissimo rischio per lui e il collega. Non è certamente nuovissimo il tema affrontato da questo film, la corruzione della polizia che usa il suo potere per dominare oltre il lecito le strade e le città (da qui il titolo originale Street Kings che nulla c'entra con quello assolutamente senza senso appioppatogli dai soliti fantasiosi titolatori italiani), Ayer prende un po' dalla sua sceneggiatura di Training Day e un po' da Affari sporchi con Gere-Garcia, ma il film ha una collocazione molto più precisa per vari motivi nella violenta serie tv The Shield, dove curiosamente nella quinta serie il ruolo del poliziotto che deve scoprire il marcio era di Whitaker (attore che con il suo occhio sinistro semichiuso è dotato di una espressività totale). Di The Shield James Ellroy, il co-sceneggiatore, riprende atmosfere e valori base («Nessuno alla fine è innocente») immergendo Los Angeles in un brodo primordiale di lotta per il potere dove solo chi è il più forte e non il più giusto domina, e anche coloro che sembrano e vogliono essere puliti alla fine dovranno cedere a compromessi per poter esercitare il lavoro a cui tanto tengono. Neppure Tom sarà mai redento del tutto, non potrà mai abbinare dovere e giustizia fino in fondo a meno di decidere che il suo ruolo non sia essere un Re delle strade ma un riempiscartoffie da scrivania. Un clima duro, deciso e senza speranza, è questo che Ellroy e Ayer ci consegnano, non c'è tratta di razzismo in quanto bianchi, neri e orientali sono tutti coinvolti nella spirale di violenza senza vera bontà che si mostra attraverso l'esplosione di pallottole speciali in duelli faccia a faccia. Il ritratto che ne esce è sconfortante, non sappiamo veramente chi possa essere la persona giusta a cui affidare le proprie speranze, e l'invito sembra essere quello di prendere una magnum e fare giustizia tramite le uniche persone che conosciamo veramente a fondo e di cui ci fidiamo, noi stessi. La solita ombra del passato (in questo caso la moglie morta) qui è sviluppata in maniera marginale, Tom è un cane sciolto («Come mai non ha chiesto rinforzi?») che agisce sotto vodka (bottiglie mignon utilizzate tre alla volta) indipendentemente dal dover lavare un così grave torto, come dimostra il fatto che anche con la fidanzata che gli chiede nuove prospettive di vita lui non sappia (ma in molto non voglia) disaffrancarsi in quanto la sua natura comunque lo chiama. I palazzi del potere possono tremare di fronte alla sua caparbia determinazione, ma il sistema è troppo radicato e gli sforzi sembrano inutili, anche perché rischiamo di essere tutti pupazzi di un grande burattinaio che ride beffardo. La speranza sta nel giovane Chris Evans, che essendo appena entrato nel sistema può sperare di non essere risucchiato dalla sua sirena che chiama ammiccante, ma ogni cosa ha bisogno di tempi e di conoscenze che cozzano contro la fretta di scaraventare gli animi puri in battaglia. Che ci sia un tempo anche per il riscatto morale senza dover guardare indietro e vergognarsi? Il seme esiste, il terreno per coltivarlo per ora è duro e inospitale. Per chi adora i duri polizieschi metropolitani e gli oscuri polar francesi questo film rappresenta un piatto prelibato, perché anche se la trama tende a girare in tondo senza astrazioni di fantasia particolari il ritmo è frenetico e il grande cast lo sorregge dandogli qualità nelle fasi di confronto senza sembrare solo una cavalcata piena di proiettili casuali. Nella recitazione di Reeves non vedrete un vero sorriso, una espressione compiaciuta ma solo un viso rassegnato ed assente che insieme alla faccia senza barba incolta di Hugh Laurie chiama lo sforzo di tentare sapendo benissimo che la cosa non sarà facile ma soprattutto non definitiva, una specie di lavoro senza salario. In definitiva un poliziesco dal grande cast non nuovo ma duro ed intenso, tutto giocato in chiaroscuro che si fa vedere con grande coinvolgimento ma che necessita anche di una dose di attenzione particolare in quanto la trama, pur senza presentare vere novità, si svolge su più strati come doveroso in questi corruzione-movie, dove la speranza si frammista alla delusione in continuazione per eroi che devono agire in un certo modo non solo per dovere ma soprattutto per natura. Uomini di legge che credono nel suo rispetto nei canoni base ma l'applicazione con parametri beceri per colpa di un sistema che non concede altro per poterne fare parte. Giudizio: ![]()
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Titolo originale: Street Kings
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