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| Lunedì 30 Giugno 2008 05:47 | |||
Titolo originale: The RuinsNazione: Australia, Stati Uniti Anno: 2008 Genere: Horror, Thriller Durata: 91' Regia: Carter Smith Cast: Jonathan Tucker, Jena Malone, Laura Ramsey, Shawn Ashmore, Joe Anderson, Sergio Calderón, Jesse Ramirez, Balder Moreno, Dimitri Baveas Produzione: BenderSpink, DreamWorks SKG, Red Hour Films, Spyglass Entertainment Distribuzione: UIP Data di uscita: 27 Giugno 2008 Trama: Due coppie di amici in vacanza a Cancún decidono di andare ad esplorare un misterioso sito archeologico dello Yucatán circa cui sono state raccontate cose davvero incredibili in quanto a fascino archeologico e bellezza turistica. Pur se dubbiosi in quanto il luogo non è segnato sulle mappe ufficiali, i ragazzi si recano accompagnati da altre persone che hanno conosciuto in albergo. Uno di essi, Mathias, deve raggiungere il fratello che è già sul luogo. Ma, arrivati a destinazione, si trovano di fronte a una popolazione ostile che li confina nel sito archeologico per preservare un misterioso segreto. È solo l'inizio di un terribile incubo che sembra non finire mai, mentre la minaccia fa vedere il suo vero volto. Recensione di ALBERTO DI FELICE Tornando a sceneggiare da un suo romanzo, uscito dopo tredici anni dal primo che lui stesso aveva riadattato per il Soldi sporchi
di Raimi (fra i suoi estimatori c'è nientemeno che Stephen King; guarda
caso, il regista—stesso cognome, nessuna parentela—Carter Smith è nato
nel Maine), Scott Smith si ributta a capofitto nei ticchettii del
gruppo chiuso, preso alle spalle da sé stesso. L'avviamento della
vicenda è anche in questo caso non propriamente sconosciuto, ed è anzi
parte diventata apparentemente obbligatoria di quel sottogenere
dedicato ai cannibali “studi etnologici a rovescio” prepotentemente in voga nell'horror.Presto detto, la trappola tesa al gruppo di studenti americani (più un greco ed un tedesco, che comprensibilmente saranno i primi ad abbandonarci), desiderosi più per noia del villaggio vacanze che per interesse di avere un assaggio “autentico” del Messico precolombiano dove non si parla nemmeno lo spagnolo, va a configurarsi come un «Ve la siete cercata» che se la prende chiaramente con l'abulia culturale che si portano dietro da casa. Assieme alle proprie risposte pronte, quantomai fuori luogo, incapsulate nella fideica certezza che quattro americani scomparsi in Messico non possano esser lasciati da soli. E invece. Ridotta all'osso, la saldezza dell'abbiente statunitense, del quale il brillante studente di medicina Jeff (Jonathan Tucker) è prototipo in fieri ma con già tutta la spocchia (ereditata quasi certamente dal babbo che gli sta pagando la laurea ed il break di primavera), va ad esser posta di fronte alla resistenza del gruppo per biblica definizione più naturale: l'uomo e la donna. Le due coppie composte da Jeff ed Amy (Jena Malone) e da Eric (Shawn Ashmore) e Stacey (Laura Ramsey) si annoiavano e procedevano per inerzia, fra banali segretini e bestialità civilizzate: ora sentono le loro stesse voci che li intimano a uccidersi a vicenda. Il babau vegetale, un “happening” organizzato da madre natura a favore esclusivo dei nostri, circoscrive e garrisce come un TomTom, procedendo prima per via fisica ad entrare nell'organismo in vacanza e poi a fargli aprire, in maniera altrettanto concreta, la mente. Non che per questo abbia intenzione di perdonarla. Progressivamente, questa va sfaldandosi, il finto coraggio della propria irrevocabile infallibilità è contraddetto dalla fatale determinazione dei fatti, e prima ancora dal fatto che il partner—soprattutto quello maschile—ha sempre fatto finta di ascoltare l'altro, per ascoltare invece solo quello che voleva dicesse. Le coppie si sfracellano, insomma, e sembra se lo siano meritato. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Estate, tempo di horror di bassa qualità, scarsa fantasia e poco
significato. Le case di distribuzione setacciano ogni possibile nicchia
dove sono nascosti (ed una ragione ben c'era) filmetti senza valore
dove l'unica cosa interessante è vedere come spogliare le avvenenti
ragazze protagoniste del film che alla fine rimangono dopo la morte dei
maschietti (eroica o meno) ad affrontare la minaccia di turno.In questo Rovine di Carter Smith, prodotto nientemeno che dalla Dreamworks e dalla SpyGlass, due etichette di grande richiamo, le cose si fanno leggermente diverse. Innanzitutto l'ambientazione: probabilmente influenzato dal non troppo entusiasmante Turistas di qualche tempo fa, il regista ambienta l'azione a Cancún in Messico, introduce una minaccia insolita sullo sfondo di una piramide maya (le rovine del titolo). Quattro turisti americani (due coppie di fidanzati) conoscono in albergo Mathias, un altro turista che dice di avere una preziosa mappa (stile caccia al tesoro) che contiene l'indicazione del posizionamento di un bellissimo sito archeologico non ufficiale, dove avrebbero dovuto incontrarsi lui e suo fratello. Dopo qualche titubanza, il gruppo, a cui si è unito un altro ragazzo, parte alla volta della meta. Ma giunti sul luogo vengono trattati con diffidenza e brutalità dalla popolazione locale che li confina per misteriosi motivi in una sorta di quarantena sulla sommità della piramide maya. L'oscura minaccia non tarda a mostrare il suo lato arcigno e crudele. Dopo il velocissimo prologo che ci mostra una donna in un luogo misterioso che tenta disperatamente di telefonare per cercare aiuto, non si disdegnano le inquadrature da cartolina (con una buona carrellata dall'alto sulla foresta) di spiagge ed alberghi, ritrovi più o meno piccanti con nude look quasi assente e poi quando si parte per la volta di questa missione turistica con suspance ritroviamo protagonista ancora una volta il nostro grande inseparabile amico elettronico: il telefono cellulare, di solito tirato in ballo per dire subito la solita fatidica immancabile frase «Non c'è campo!» (qualche volta l'abbiamo sentita dire pure in centro New York, per cui ormai vi siamo abituati). Stavolta invece il cellulare deve funzionare in quanto la storia fa perno su uno squillo che proviene da un antro del sito archeologico, viene ripetutamente confermato che ci sono in giro satellitari che prendono senza problemi («Con questo parlo anche con la luna!») in modo da giustificare il più possibile l'evento. Il corpus principale della storia si svolge in un fazzoletto di terra e il renderla tanto circoscritta, per un tipo di film simile e soprattutto per un cast tanto povero di doti, nuoce ovviamente alla suspance generale, riducendo il tutto a continue discese su e giù dal pozzo (con problemi e risoluzioni più o meno credibili) mentre progressivamente il caldo e il terrore fanno spogliare le due ragazze (coppia stile veline, interpretate da Jena Malone, la mora, vista in Into the Wild, e Laura Ramsey, la bionda, presente in Lords of Dogtown), cosa che non fa certo risvegliare dal torpore e dalla noia gli spettatori. Tendiamo sempre a chiederci perché la carne giovane piaccia così tanto da mandare al macello, visto poi la professione che salta fuori da parte di uno dei ragazzi e per quello che fa (vedrete una padella cauterizzare in modo anomalo una ferita, eseguire tagli profondi e precisi con un coltello fuori ordinanza, gli oggetti sono stati trovati all'interno di una tenda presente sulla sommità della piramide lasciata da qualche vittima precedente) sarebbe stato meglio un uomo di mezza età, la presenza delle dolci fanciulle per il belvedere era giustificabile in mille maniere. Ma tanto è, tanto abbiamo, e il cinema di genere davvero povero non cerca neppure giustificazioni o coraggio di nuova azione, propone stili e canoni risaputi cercando di cambiare sfondi senza aumentare le idee. Tra l'altro quando conoscerete la vera minaccia vi scapperà pure un sorriso, in quanto è davvero folle poter pensare di gestire un simile nemico e una storia tale come se fossimo in una sorta di limbo spazio-temporale degno delle storie anni cinquanta, circoscrivendolo con il sale oppure nascondendolo con dei rami in una zona dove arriva pure un tassista (a quanto pare i satelliti funzionano solo per i cellulari e non per trovare piramidi antiche a cielo aperto). La storia della mappa segreta, è ovviamente una idea bufala a dir poco mastodontica. Tratta da un libro di Scott Smith, la vicenda ha degli effetti speciali contenuti dove si segnala una penetrazione di freccia e una esplosione di una testa, ma poi ben poco altro. In definitiva un film davvero povero, un horrorino turistico di infelice impatto che impegna poco il cervello ripetendo continuamente con monotonia cose ormai risapute pur presentando una minaccia anomala, dove oltretutto rivediamo il solito inutile finalino in coda imposto dalla produzione che spera di girare il sequel. Se volete dei brividi è l'ideale andare al cinema, in questo caso il merito non è della pellicola ma dell'aria condizionata. Giudizio: ![]()
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Titolo originale: The Ruins
Tornando a sceneggiare da un suo romanzo, uscito dopo tredici anni dal primo che lui stesso aveva riadattato per il Soldi sporchi
di Raimi (fra i suoi estimatori c'è nientemeno che Stephen King; guarda
caso, il regista—stesso cognome, nessuna parentela—Carter Smith è nato
nel Maine), Scott Smith si ributta a capofitto nei ticchettii del
gruppo chiuso, preso alle spalle da sé stesso. L'avviamento della
vicenda è anche in questo caso non propriamente sconosciuto, ed è anzi
parte diventata apparentemente obbligatoria di quel sottogenere
dedicato ai cannibali “studi etnologici a rovescio” prepotentemente in voga nell'horror.
Estate, tempo di horror di bassa qualità, scarsa fantasia e poco
significato. Le case di distribuzione setacciano ogni possibile nicchia
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