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Funny Games Stampa E-mail
Domenica 13 Luglio 2008 12:16
Funny GamesTitolo originale:      Funny Games U.S.
Nazione:      Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Austria, Germania, Italia
Anno:      2007
Genere:      Thriller, Horror, Drammatico
Durata:      111'
Regia:      Michael Haneke
Cast:      Naomi Watts, Tim Roth, Michael Pitt, Brady Corbet, Devon Gearhart, Boyd Gaines, Siobhan Fallon, Robert LuPone, Susanne C. Hanke, Linda Moran
Produzione:      Celluloid Dreams, Celluloid Nightmares, Dreamachine, Halcyon Pictures, Tartan Films, X Filme International
Distribuzione:      Lucky Red
Data di uscita:      11 Luglio 2008

Trama: Una famiglia benestante composta da padre, madre e figlio decide di andare a trascorrere qualche settimana di ferie nella casa di villeggiatura nello Stato di New York. Il posto è incantevole e permette di passare tra gite in barca e relax il tempo necessario per uscire dallo stress cittadino. Appena giunti, un apparentemente inappuntabile ospite dei vicini arriva a chiedere delle uova, aprendo uno dei peggiori incubi cui i tre non avrebbero mai pensato di sottostare.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

Funny GamesProcediamo a dimostrare, ancora una volta, che un autore fa sempre lo stesso film; e che ciononostante non fa mai lo stesso film. Noi non dovremo far nulla, d'altronde son cose che si dovrebbero spiegare alla prima lezione di (meta?)fisica alle superiori. Ci penserà l'autore medesimo, supportato—guarda caso—dal suo ben noto spirito didattico: nel suo ultimo, Michael Haneke decide di prendere l'incarico (sfibrantemente) sul serio, e rifà letteralmente lo stesso film. Eppure, ovviamente, come è vero che due righelli “lunghi trenta centimetri” non saranno mai perfettamente uguali, né saranno lunghi esattamente trenta centimetri, così pure i due Funny Games non sono lo stesso film.
Ci si trova di conseguenza di fronte alla situazione alquanto imbarazzante di rimanere senza parole nel dover descrivere la versione americana, ma per motivi fondamentalmente estranei al disagio di fronte a quella austriaca. È evidente infatti che per parlare del Funny Games 2007 si dovrebbe ripetere, anche qui alla lettera, tutto ciò che si è detto e ripetuto su quello del 1997. Essendo questa una pratica che si rivelerebbe subito ben poco interessante—onestamente, un po' come la visione del remake approssimativamente identico—per chi scrive e per chi legge, bisognerà cercare il quid del film, che andrà letto ancor più come un “funny game” del suo autore, altrove. Siamo dunque già oltre la prima dimensione metatestuale che diamo già per scontata—o meglio siamo in una dimensione metatestuale con essa parzialmente tangente, e qui sta il grosso della diversità.
Stando alle dichiarazioni del prof. Haneke, questo remake servirebbe a far arrivare al suo pubblico (quello americano, e possibilmente quello generalista dei multiplex) una pellicola che ai tempi si è perso: via i sottotitoli, dentro attori conosciuti, ora lo spettacolo è fruibile anche dagli adolescenti di Des Moines (Iowa), che ascoltando nella colonna sonora la band di John Zorn potranno avere meglio di noi l'impressione che si tratti di roba inedita degli Slipknot. Questo, sembrerebbe ammettere candidamente Haneke, è un film che serve agli Americani: si chiama, per mettere la cosa in chiaro, Funny Games U.S.. Se anche voi, come me, non siete americani, guardatevi direttamente—qualora non l'aveste ancora fatto—l'originale. O forse no.
Su questo versante, quello preparativo al test, Haneke provvede, portando loro il veleno sotto casa (e, cosa a quanto pare più importante, senza fastidiosi sottotitoli), a prendere i suoi topi da laboratorio ancor più per fessi. Non solo, come già era stato dieci anni prima per non abbastanza Americani, li fa arrivare in sala con la promessa di un thriller/horror con alcuni primi elementi tramici che potrebbero aiutarli ad orientarsi e tranquillizzarsi, per poi toglierglieli; ma offre, come detto, quattro volti familiari per aumentare ancor più l'appeal sadicamente commerciale, e quindi la sicurezza di sapere cosa si sta vedendo, e poi frustrarlo con gusto perverso. Se non fosse già chiaro, Haneke si mette a giocare ancor prima che il film inizi.
Succede quindi che la famiglia americana modello ha per moglie una bionda anglo-australiana bella tosta, che si promette ad un certo punto rimarrà anche semi-nuda (Naomi Watts), e per marito un inglese noto soprattutto per le parti da cattivo (Tim Roth). Vuoi che proprio loro adesso si mettano a fare i deboli e crepino? I cattivi, per parte loro, sono due facce angeliche ma con un background abbastanza limpido: Michael Pitt—fra le altre cose—è stato traviato in tenera età da Larry Clark, ha ascoltato troppi discorsi franco-leftisti per colpa di Bertolucci, e si è già lasciato morire—vacuità dell'esistenza e chitarra in mano—per Gus Van Sant; Brady Corbet, nel suo piccolo, ha già fatto il ragazzino traumatizzato per Gregg Araki. Vuoi che davvero questi due non siano, alternativamente, disadattati o viziati che derubano facoltose ville per procurarsi i soldi per la droga o per occupare il tempo uccidendo il vuoto?
Li conosciamo (o crediamo di conoscerli) talmente bene—anche noi che americani non siamo, inutile farsi illusioni continentali: Haneke sta prendendo di nuovo per fessi anche noi—che per suggerirci ancora relativamente presto che (forse) è tutto un gioco, irrealtà, Michael Pitt—voltandosi verso di noi mentre aiuta la Watts a ritrovare il primo oggetto sacro della famiglia-tipo, il cane—non ha neppure più il bisogno di farci l'occhiolino come faceva Arno Frisch. Haneke, in altre parole, è talmente sicuro di averci fatto di nuovo abboccare, che il suo alter ego demiurgo può permettersi di farsi semplicemente un calmo sorrisino mentre noi ci riguardiamo dal suo punto visuale, con di poco aggiustato spirito consumistico, l'esperimento.

Giudizio: 2.5


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Funny GamesNel 1997 il regista austriaco Michael Haneke (regista diventato poi maggiormente famoso con lavori come La pianista e Niente da nascondere) costruì un piccolo straniante film incentrato sulla figura di due violenti che prendono in ostaggio, nella casa di villeggiatura di una famiglia benestante, tre persone, madre, padre e figlio. Funny Games original version fu tacciato di violenza gratuita e fine a se stessa, con delle soluzioni narrative a dir poco stranianti come quella del telecomando del videoregistratore e del fatto che i personaggi si rivolgono direttamente verso lo spettatore. Due lustri dopo, complice la voglia di rifare con attori di fama e maggiore caratura recitativa il suo film (soprattutto per la presenza desiderata dal regista di Naomi Watts, qui anche co-produttrice) Haneke ritorna sul luogo del delitto, rompe di nuovo le uova che danno il via alla vicenda e confeziona un film fotocopia del primo con la sola variazione del minutaggio (4 minuti in più) e l'introduzione del cellulare nella storia che prende il posto del cordless del primo film, dicendo anche «Come mai non avete un numero fisso?» per ricordarne la sostituzione (nel 1997 ovviamente l'indispensabile strumento elettronico che è croce e delizia del cinema moderno non aveva subito un boom così generalizzato come oggi).
Qualcuno potrebbe storcere il naso di fronte ad operazioni tanto carta carbone, come fu “l'impossibile” remake a colori di Psycho ad opera di Gus van Sant, ma invece le differenze, i valori e i risultati sono sostanziali: mentre in Van Sant si riproponeva un capolavoro irraggiungibile senza minimamente trovare uguale pathos e dramma, operazione giustificata dal regista di confortevolizzare le nuove generazioni a Hitchcock, ma fondamentalmente senza senso, qua si upgrada un lavoro (tra l'altro poco e minimamente conosciuto, per cui molto appetibile al grande pubblico che non lo conosce) interessante con una presenza attoriale e tecnica più carismatica, un plusvalore di aggiornamento senza stravolgere l'asciuttezza del lavoro precedente (la musica per esempio è presente solo quando uno dei figuranti inserisce un cd e non come sottolineatura d'atmosfera della situazione). Per cui il senso di impotenza si accresce, il film risulta interessante e sorprendente (ovviamente il doppio per chi non ha visto l'originale).
La trama è semplicissima: una famiglia benestante decide di trascorrere un weekend in una splendida zona di villeggiatura dove di solito si gioca a golf e si va in barca. Madre (Watts, bionda e bella come sempre), padre (Roth, presente in sala di questi tempi al fianco di Norton ne L'incredibile Hulk) e figlio appena arrivati vengono sequestrati nella loro casa da due ragazzi apparentemente educati e normali ma invece folli e violenti, arrivati con la banale scusa di volere delle uova. Inizia un incubo senza fine che ha come speranza la salvezza.
Le similitudini strillate dalla pubblicità che si leggono con Arancia meccanica (nessun vero paragone di merito con l'immortale capolavoro di Kubrick ovviamente) stanno nel fatto che i due ragazzi (Michael Pitt, davvero coinvolto e allucinato in una compostezza gelida, lo ricorderete per essere uno dei ragazzi di The Dreamers di Bertolucci, e il suo compare Brady Corbet) sono vestiti prettamente di colore bianco come Alex e i suoi drughi, che utilizzavano tramite il loro capo la ultraviolenza ma poi lui sentiva ed adorava Beethoven, cosa che sembrava stridere con il suo comportamento. Qui il grande Ludovico Van non c'è ma si tratta di parametrarsi al galateo, dove Peter e Paul (i nomi di due apostoli), ma loro si affibbiano anche i nomignoli di Tom e Jerry oppure “ciccia”, non accettano di essere ignorati oppure maltrattati da coloro che stanno seviziando. Le buone maniere innanzitutto, peccato che la cosa funziona e deve andare solo quando aggrada e verso di loro. Parlando e scrivendo solo per chi non ha visto il primo film (chi lo ha fatto sa già davvero tutto) questo è un film anti-hollywoodiano di natura, non c'è speranza oppure vera possibilità di fuggire, non ci sono istituzioni che arrivano suonando la tromba a salvare gli innocenti. Bisogna cavarsela da soli e uscire dalla situazione con le proprie forze, e anche l'innocenza spirituale della pubertà verrà brutalmente compromessa. Il film è teso, spietato ed un raffinato gioco di gatto e topo (non a caso i nomignoli) che vi terrà incollati allo schermo dall'inizio alla fine. Quindi non mera riproposizione (sottolineata dal cartello finale con scritto Funny Games U.S.) ma nuova impronta e genesi di corpo uguale, omaggiando senza rinnegare o utilizzare cose già viste per mancanza di idee.
Qualche furbata comunque c'è, come quella di far recitare la Watts quasi tutto il film in reggiseno e mutandine (la protagonista precedente rimaneva in sottoveste) oppure la diminuita attenzione verso un fatto tragico da parte dei due coniugi.
Ma il tutto è talmente frenetico, talmente claustrofobico ed ossessionante che i particolari vengono dimenticati e tralasciati dalla sensazione di visione, dove gli atti efferati non vengono mostrati ma spediti per terza persona dalle espressioni di ansia e terrore, necessità di silenzio dove le parole di un commentatore di gare automobilistiche in tv ci dà più fastidio del sangue e della violenza. Lo spettacolo che deve continuare è più orrendo del delitto stesso. L'inizio poi è molto bello, con quel progressivo avvicinarsi della camera verso la macchina ed i protagonisti che fa contraltare all'allontanarsi dalla barca del finale.
Da notare la critica alla televisione che Corbet fa in diretta a noi spettatori, rispondendo a Roth che gli chiede una fine veloce e perchè non li ammazzano subito «Non ti dimenticare il valore dell'intrattenimento».
Una curiosità: la parte del padre ora di Tim Roth fu del compianto Ulrich Mühe (il protagonista dell'ottimo Le vite degli altri).
In definitiva un film fotocopia che porta l'ambiente ricreandolo dai laghi austriaci del primo alla Long Island del contemporaneo, che però si aumenta e si valorizza grazie ai suoi partecipanti più validi dell'originale e una nuova fotografia, intrattiene e mette ansia con dovizia uscendo talvolta con soluzioni narrative surreali. Chi ha già visto il primo avrà molto déjà-vu, potrà comunque essere stuzzicato a dovere per rivederlo senza soffrirlo oltremodo.

Giudizio: 2.5

Altri giudizi della redazione:

Emanuele Rauco: 3
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