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Grace Is Gone Stampa E-mail
Domenica 03 Agosto 2008 05:35
Grace Is Gone / LocandinaTitolo originale:      Grace Is Gone
Nazione:      Stati Uniti
Anno:      2007
Genere:      Drammatico
Durata:      85'
Regia:      James C. Strouse
Cast:      John Cusack, Shélan O'Keefe, Gracie Bednarczyk, Alessandro Nivola, Emily Churchill, Rebecca Spence, Jennifer Tyler, Susan Messing, Doug Dearth, Doug James, Zach Gray, Marisa Tomei, Penny Slusher, Dana Lynne Gilhooley, Katie Honaker
Produzione:      Plum Pictures, New Crime Productions, Benedek Films
Distribuzione:      01 Distribution
Data di uscita:      1 Agosto 2008

Trama: Una mattina, prima di recarsi a lavoro, Stanley Philipps riceve la notizia della morte in combattimento della moglie Grace, soldato in Iraq. Sconvolto, aspetta il ritorno a casa delle figlie Heidi e Dawn da scuola, ma non trova il coraggio di dar loro la notizia. Decide invece, d'improvviso, di ritardare il momento della verità e di portarle in Florida, al parco divertimenti preferito di Grace.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

Grace Is GoneSui titoli di testa, Stanley Philipps (John Cusack) avanza nel magazzino della grande catena per cui lavora mentre ascoltiamo un messaggio che la moglie Grace, arruolata in Iraq, ha lasciato in segreteria. Arrivato vicino alla porta, raduna i dipendenti e inizia con loro la giornata dandosi la carica come farebbe una squadra di football prima della partita. Finito il cerimoniale informale, Stanley è l'ultimo ad attraversare la porta per entrare in negozio; mentre lo fa appare il titolo del film, la cui “grazia” che se n'è andata pare già qui delineata nell'indifferenza di questa mattinata tipo, nella quale un uomo tutt'altro che allegro cerca di scongiurare con un rituale da sport la propria condizione di nessuno.
Questo magazzino non è certamente l'ultimo luogo cimiteriale che vediamo nel film. Il regista/sceneggiatore James C. Strouse e l'attore/produttore Cusack realizzano infatti un indie che fa l'inventario dei metodi di rifugio commodificato e privatizzato dell'esiziale stato di cose in America. Il padre in lutto, distaccato perdente che ha definitivamente capito di non poter più combattere per sé, si riaggrappa alla poca libertà che può essere concessa dal topos del viaggio, verso la meta accogliente di un parco divertimenti, che al pari dell'inizio della sua giornata tipo par essere l'unico sfogo, e assieme continuata sottomissione.
È la condizione del film stesso, che in spirito molto americano passa attraverso il privato (la morte di una donna soldato e madre) per elaborare la condizione pubblica (l'intervento in Medio Oriente, ovviamente, e più in generale la propria posizione di fronte alla gestione politico-strategica—e di quotidiana filosofia—del mondo), cercando di affrontare i propri problemi, ma finendo giusto per arrendersi all'evidenza. Lo stesso protagonista, uomo conservatore reso letteralmente miope dalla sua fedeltà, risponde alle domande della figlia maggiore Heidi (Shélan O'Keefe), che sono le stesse del preoccupato e sfaccendato zio liberal John (Alessandro Nivola), rifugiandosi nonostante tutto nella propria necessità di credere che la morte della moglie abbia avuto un senso.
Il cuore e le intenzioni, specialmente quelle del Cusack che ha scelto di produrre in prima persona, sono chiaramente lodevoli. Tuttavia la pellicola affronta ogni questione esplorandola molto poco, facendo affidamento per darle prospettiva su qualche gioco simbolico (la sovramenzionata miopia, in primis, chiaro commento alla reazione—e, invero, a tutta la vita—di Phillips) e puntando più che altro a creare una tenera intimità (si pensi alla sequenza che porta padre e figlie nella casetta nel supermercato) in questa famiglia gioco forza costretta a cavarsela, chiusi in quello stesso universo collettivo.
Cusack e le bambine (soprattutto la citata O'Keefe) hanno successo nell'impresa, ma in questo modo il film punta sull'aspetto più patetico e pacifico, ed è pronto per accontentare con auto-indulgenza tutto lo spettro dell'America ferita, quella addolorata che pensa ne valga la pena e quella indignata che vorrebbe uscirne definitivamente. Più che spingerla a riflettere per farla indietreggiare dalla propria posizione, finisce per fargliela accettare—e forse perdonare—così che ogni spettatore può trovare conferme delle opinioni che già aveva, e dei propri dolori.

Giudizio: 2
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