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| Domenica 17 Agosto 2008 03:13 | |||
Titolo originale: TakenNazione: Francia Anno: 2008 Genere: Azione, Thriller Durata: 93' Regia: Pierre Morel Cast: Liam Neeson, Maggie Grace, Famke Janssen, Xander Berkeley, Katie Cassidy, Olivier Rabourdin, Leland Orser, Jon Gries, David Warshofsky, Holly Valance, Nathan Rippy, Camille Japy, Nicolas Giraud, Gérard Watkins Produzione: Europa Corp., Twentieth Century-Fox Productions Distribuzione: 20th Century Fox Data di uscita: 14 Agosto 2008 Trama: Bryan è un ex-agente segreto americano, divorziato dalla fascinosa moglie, che adora la figlia diciassettenne Kim. Un giorno, nonostante le ripetute raccomandazioni del padre che teme per la sua incolumità, Kim parte con Amanda, una sua amica, per fare un viaggio a Parigi ospite di alcune amiche. Purtroppo i timori di Bryan diventano realtà: le due ragazze vengono rapite da un gruppo di albanesi che le vogliono utilizzare per il mercato della prostituzione. Senza guardare in faccia a nessuno, l'ex-agente vola a Parigi e scatena una ricerca disperata per impedire che ciò avvenga. La sua preparazione tecnica e tattica gli sarà utile per l'autentica guerra che sta per scatenare in nome della salvezza di Kim, chiedendo aiuto a dei suoi ex-contatti nella capitale francese. Recensione di ALBERTO DI FELICE La premiata ditta è quella registrata su suolo gallico a nome di Luc Besson e Robert Mark Kamen—due tizi che anche assieme non hanno certo bisogno di presentazioni—e produce un articolo di marca thriller d'azione piuttosto strambo, tanto pare annoso, da credere. Taken (il titolo originale, per non dire di quello italiano, rende bene l'assoluta severità della pellicola—e, se si considera che c'è «puzza» sin da subito dell'almeno più bonariamente caciarone Commando, non è buon segno) sembrerebbe un riesumato fondo di magazzino delle trame da figlia in pericolo, se non fosse che qua e là—almeno all'inizio—qualche compendiosa eco di presente sembra svegliare l'attenzione.Merito probabilmente della fantasia dei sovramenzionati, i quali anziché i soliti sudamericani del giardino di casa statunitense preferiscono ripiegare sulla gita europea irta di ostacoli (perlomeno, quanto a cattivi da far fuori, perché tutto il resto è ben più semplice), con un'allegra combriccola formata da una boscaglia criminale di loschi figuri dell'est e ricchi emiri con yacht e peccatucci che il denaro può comprare. Besson sembra fare il suo gioco raggrumando l'epidermico spavento sessuofobo-sociopolitico-piccoloborghese non solo americano ma della stessa fortezza Europa (tralasciando il fatto che i suoi francesi son fatti burlescamente oggetto di non molta solidarietà), cui non piacciono i vicini di cui addietro, troppo poco «comunitari». Ma, a onor del vero, per circostanziare meglio questa affermazione servirebbero anche degli idraulici-spia polacchi. Nonostante e al di là di queste facezie eurocentriche, il focus rimane—va da sé—sul papà americano (Liam Neeson) ritiratosi dai servizi segreti governativi e ripiombato adesso nell'incubo a carattere personale, ancora abbastanza in forma in fatto di armi e metodi di scontro corporale da mandare il necessario numero di demoni e loro (magari incolpevoli poveracci capitati lì per caso) servitori a miglior vita. Introdottici alla situazione, il film cala via via nel senso unico della location e dell'indizio che seguono a ruota i precedenti, in anempatica escalation verso un quadrante ritorno a casa. Venendo a quest'ultimo, la novità è che il papà, anziché indirizzare la figlia (Maggie Grace) fra le braccia di un bravo ragazzo avviato a promettente carriera universitaria (o, ancor meglio, chiuderla nella sua stanza a chiave per punizione, fortunatamente ancora vergine), vuole aiutarla a coronare il suo sogno di diventare una cantante pop—e la cantante di successo che l'aiuta (Holly Valance) è con ogni probabilità l'inespressa conquista del babbo. Se cercate lo spirito di Besson, eccolo. Il film potrebbe funzionare come onesto lavoro usa-e-getta, se non arrivasse nello svolgimento ad ammassare un insieme difficilmente digeribile di ottusità a sfondo impermeabile. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Luc Besson, il grande regista d'oltralpe, è lo sceneggiatore di questo film emulo dell'ironico Commando con Schwarzenegger (un film che all'uscita fu giudicato malissimo e poi con il tempo venne rivalutato per il suo mix di azione e umorismo). Preso un attore importante in cerca di parti per lui alternative come Liam Neeson (lo strepitoso attore di Schindler's List di Steven Spielberg), trovati un po' di capitali per pagare stunt e gli inseguimenti (in macchina e a piedi), deciso di ambientare il tutto a Parigi dopo il breve prologo in California, la produzione inscena un action movie poco coinvolgente e credibile anche se lo spunto iniziale che da il "la" alla vicenda con la telefonata tra padre e figlia (lei racconta in diretta al padre come sta avvenendo il suo rapimento) è curiosa e originale.La trama è davvero scarna: Bryan (Neeson) è un ex-agente segreto divorziato, ora in pensione, che sogna di stare un po' con la figlia Kim (Maggie Grace, la Shannon di Lost) per la quale sogna una carriera da cantante. Conosciuta una diva del pop (interpretata da Holly Valance) facendo un servizio di sorveglianza e dopo averla salvata dai fans e da un malintenzionato, si presenta la possibilità di aiutare Kim per una carriera musicale. Ma lei per ora ha altre intenzioni: spalleggiata dalla madre Leonore (l'affascinante Famke Janssen, è stata la Marvel Girl degli X-Men cinematografici) decide di andare con l'amica Amanda (Katie Cassidy) a Parigi per fare una vacanza. Bryan, preoccupatissimo, le pone condizioni ben precise per darle il permesso. Una volta arrivate in Francia, le due ragazze finiscono ingenuamente nella rete di pericolosi trafficanti di donne albanesi che utilizzano un ragazzo di bell'aspetto per agganciare le turiste. Kim riesce ad avvisare il padre che come una furia parte e cerca senza mezzi termini i colpevoli di chi ha osato rapire la figlia. A quel punto o Kim si trova o Parigi brucia. Il tema dei figli finiti nell'orrido mercato della prostituzione oppure dei film hard o snuff (ad esempio di tutti lo stupendo Hardcore di Paul Schrader) non è affatto nuovo, e Besson utilizza il tema come scusa per inscenare una furiosa lotta a colpi di ogni possibile arma lasciando l'approfondimento totalmente da parte. La denuncia del traffico occulto di cui nessuno nelle classi alte del potere sembra voler occuparsi in maniera seria e concreta si disperde in un mare di pallottole, di frasi secche di minaccia o vendetta, condite da esplosioni e botte di varia natura. Se Commando riusciva a prendersi in giro e ad essere simpaticamente leggero nel suo racconto flebile, questo film diretto da Pierre Morel (prima regia e fotografo di Danny the Dog e The Transporter), dopo un inizio che poteva promettere qualcosa di diverso e coinvolgente, suona la grancassa e butta Neeson dentro l'azione senza soluzione di continuità, perdendosi in varie cose che a pelle appaiono davvero troppo grosse, come le troppo facili smagliature di una rete tanto stratificata e così coperta per difendere ben altri colpevoli dei trafficanti. La cosa peggiore del film, tralasciando i mancati risultati di denuncia rimasti solo intenti, visto che le coreografie degli stunt e dei combattimenti sono ottime e ben dirette, sta nel fatto che il grande attore, che ha fatto ben altre parti nella sua carriera, non è fisicamente credibile in questa trama dove un Willis—e come ha dimostrato lo stesso Schwarzy—avrebbe alzato il tasso di adrenalina al giusto livello. Rimane un film che dopo un po' rischia addirittura di annoiare perché per non farlo finire troppo presto si deve fare in modo che la ricerca proceda ad ostacoli ed indizi, a volte troppo forzati (come la scena del ritrovamento del giubbotto nata da una conversazione in albanese tradotta in tempo reale da un interprete in auto; oppure quel «buona fortuna» detto da Marco) ma in un film come questo, dove alla fine si lasciano le briglie del racconto per salire sull'ottovolante, la cosa lascia il tempo che trova nel giudicarla una pecca, lo spettatore ha ormai capito che si gioca «a chi ce l'ha più lungo» (come dice lo stesso Bryan a Stuart, il nuovo marito della ex-moglie Leonore) e ci si abbandona al visivo senza pretese. In definitiva un film che manca completamente la profondità di denuncia per abbandonarsi dopo aver parlato blandamente del problema all'azione, rimanendo un divertimento limitato alle poche pretese dello spettatore in vena di scene veloci, frasi taglienti («Ti credo ma questo non ti potrà salvare!») e botti e spari. Besson in sceneggiatura si è lasciato prendere la mano, tradendo le possibili speranze iniziali di denuncia vera e propria sul tema scabroso diventato scusa, e la partecipazione di Neeson che poteva indicare la scelta di un ruolo non così blando e qualunque. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
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Titolo originale: Taken
La premiata ditta è quella registrata su suolo gallico a nome di Luc Besson e Robert Mark Kamen—due tizi che anche assieme non hanno certo bisogno di presentazioni—e produce un articolo di marca thriller d'azione piuttosto strambo, tanto pare annoso, da credere. Taken (il titolo originale, per non dire di quello italiano, rende bene l'assoluta severità della pellicola—e, se si considera che c'è «puzza» sin da subito dell'almeno più bonariamente caciarone Commando, non è buon segno) sembrerebbe un riesumato fondo di magazzino delle trame da figlia in pericolo, se non fosse che qua e là—almeno all'inizio—qualche compendiosa eco di presente sembra svegliare l'attenzione.
Luc Besson, il grande regista d'oltralpe, è lo sceneggiatore di questo film emulo dell'ironico Commando con Schwarzenegger (un film che all'uscita fu giudicato malissimo e poi con il tempo venne rivalutato per il suo mix di azione e umorismo). Preso un attore importante in cerca di parti per lui alternative come Liam Neeson (lo strepitoso attore di Schindler's List di Steven Spielberg), trovati un po' di capitali per pagare stunt e gli inseguimenti (in macchina e a piedi), deciso di ambientare il tutto a Parigi dopo il breve prologo in California, la produzione inscena un action movie poco coinvolgente e credibile anche se lo spunto iniziale che da il "la" alla vicenda con la telefonata tra padre e figlia (lei racconta in diretta al padre come sta avvenendo il suo rapimento) è curiosa e originale.








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