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| Giovedì 19 Gennaio 2006 01:00 | |||
Titolo originale: Outfoxed: Rupert Murdoch's War on JournalismNazione: Stati Uniti Anno: 2004 Genere: Documentario Durata: 75' Regia: Robert Greenwald Produzione: Carolina Productions Distribuzione: 01 Distribution (DVD) Data di uscita: 3 ottobre 2007 (DVD) Trama: Un documentario che esamina l'impatto dell'impero mediatico di Rupert Murdoch, guidato dalla rete Fox News, sull'informazione e sulla politica americana. Recensione di ALBERTO DI FELICE Robert Greenwald è meno massiccio e personaggio di Michael Moore, ma se
cercate pane duro contro l'attuale amministrazione americana, che
faccia egregiamente il suo lavoro senza scentrare l'obiettivo, dovete
dimenticare Fahrenheit 9/11 e concentrarvi sul documentario di
cui vi andiamo a dire. E questo perché, sebbene il titolo parli del
canguro australo-anglo-americano, Outfoxed analizza con
fredda precisione FoxNews per puntare dritto a Bush Junior. Di fatti,
dopo due brevi grafici riassuntivi di ciò che Murdoch possedeva
all'inizio della scalata e di quanto possiede ora, si passa subito alle
immagini delle cabine elettorali ed ecco che veniamo immersi
nell'analisi—svolta da esperti di comunicazione, giornalisti,
presidenti di associazioni ed ex-dipendenti Fox (alcuni dei quali con
voce modificata fuori campo)—dei meccanismi attraverso i quali la
rete all-news "Fair and Balanced", "America's News Room", "We Report,
You Decide!" lavora in sinergia con i conservatori americani. E vedersi
messe di fronte tutte assieme, elencate con scrupolo, le tecniche delle
quali siam pure consci, ma alle quali siamo anche assuefatti, è
piuttosto impressionante: le musiche e la grafica da battaglia, la
bandiera che sventola orgogliosa, i ritornelli martellanti, gli «Shut
up!» di Bill O'Reilly, gli opinionisti stipendiati (quelli
conservatori, tutti pezzi grossi tipici mascelloni americani ben in
vista, e quelli democratici, vanto per la presunta imparzialità della
rete, dal look più dimesso).
Tutto visibile ed avvertibile
semplicemente sintonizzandosi un giorno qualunque, ma c'è molto di più
gustoso: come i memo alla redazione che impostano l'atmosfera e gli
argomenti da spingere o da evitare, i toni ed i temi da cavalcare e
quelli da sminuire nella giornata; come Carl Cameron, corrispondente
dalla campagna presidenziale di Bush la cui moglie frequenta la sorella
del Presidente oltre ad essere in prima linea nella stessa campagna,
che parla amabilmente di lei in un fuori onda con George W. affabile e
con la solita risatona da intelligentone; o come l'inviato in
California per il compleanno di Reagan celebrato dalla rete come un
evento nazionale mettendo in fortissima difficoltà il poveretto, che ci
racconta di aver dovuto abbellire con entusiasmo tutti i suoi
collegamenti e servizi basandosi solo sugli unici che erano al memorial
a festeggiare l'ex-presidente: una scolaresca.
L'analisi del linguaggio che del giornalistico perde tutto, con i «Si dice che...», «Alcuni dicono che...» messi lì non per dare una notizia celando la fonte, bensì ad introdurre speculazioni, battutine sul personaggio o sull'argomento democratico di turno; il confine fra cronaca ed opinione che si sfuma fino a trasformare la prima nella seconda, perché le opinioni non sono smentibili; l'approccio fondamentalistico-religioso del «Noi abbiamo ragione, voi torto e non importa cosa dite»; la preparazione, lenta e meticolosa, dell'opinione pubblica alla guerra in Iraq in un crescendo di paure immotivate inculcate mettendo la parola terrorismo in ogni discorso (come ai tempi della guerra fredda era di moda il termine "comunismo"); la notte delle elezioni del 2000, col cugino di Bush a capo della divisione statistica della rete che annuncia il parente come vincitore senza fondamento e tutti gli altri network si mettono in fila dando una spinta alla sua elezione più grande delle schede ricontate e della Corte Suprema; la passata campagna elettorale, con Bush che viaggia orgoglioso, forte ed intrepido e ripreso anche nei più banali discorsi e Kerry bersagliato dai "flip-flop" e preso allegramente in giro per le sue vacanze sulla neve (le vacanze di Bush son di lavoro, invece...) e per il suo "aspetto francese" salutato con dei bei «Bonjour!»; l'attenzione sistematicamente imposta sui temi sociali scottanti, ancora cavalcando le paure collettive, come aborto e matrimoni gay per distogliere dai temi dell'economia—che quando va giù è perché i mercati son preoccupati perché Kerry sale nei sondaggi—o della guerra che va male; l'esaltazione smodata di ciò che sembra andar bene in quel di Baghdad, con Brit Hume che ha la faccia tosta di venirci a raccontare che, numeri e statistiche alla mano, ha meno probabilità un soldato americano di morire lì che un qualsiasi cittadino californiano di venire ucciso nel suo stato che, neanche a farlo apposta, è grande all'incirca come l'Iraq. Il tutto, rispetto a Moore, più freddo e pauroso perché a parlare non è il simpatico sovrappeso ma, oltre ai tanti intervistati, sono le immagini e le voci di FoxNews, dei suoi stessi volti, montate a raffica e che inchiodano ad una realtà agghiacciante. Quello con Jeremy Glick, figlio di un dipendente della Port Authority morto nel crollo delle due torri eppure ora firmatario di una petizione anti-guerra, a faccia a faccia con Bill O'Reilly, uno dei presentatori più autoritari della tv, è un momento semplicemente gigantesco. Gli ultimi dieci minuti (in un documentario che dura appena 1h17') si allontanano da questi argomenti e allargano la lente all'intero sistema d'informazione americano, che sta tentando di sorpassare Fox sullo stesso campo («Outfox Fox»: se non puoi batterli, unisciti a loro), concentrandosi su voci positive che faccian riflettere ed agire attivamente la gente e gli stessi giornalisti in contrasto, anche espressivo, col resto del documentario. Come dicevamo, se volete far rimanere senza argomenti qualcuno, dovete cercar qui e non altrove. Giudizio: ![]()
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Titolo originale: Outfoxed: Rupert Murdoch's War on Journalism
Robert Greenwald è meno massiccio e personaggio di Michael Moore, ma se
cercate pane duro contro l'attuale amministrazione americana, che
faccia egregiamente il suo lavoro senza scentrare l'obiettivo, dovete
dimenticare Fahrenheit 9/11 e concentrarvi sul documentario di
cui vi andiamo a dire. E questo perché, sebbene il titolo parli del
canguro australo-anglo-americano, Outfoxed analizza con
fredda precisione FoxNews per puntare dritto a Bush Junior. Di fatti,
dopo due brevi grafici riassuntivi di ciò che Murdoch possedeva
all'inizio della scalata e di quanto possiede ora, si passa subito alle
immagini delle cabine elettorali ed ecco che veniamo immersi
nell'analisi—svolta da esperti di comunicazione, giornalisti,
presidenti di associazioni ed ex-dipendenti Fox (alcuni dei quali con
voce modificata fuori campo)—dei meccanismi attraverso i quali la
rete all-news "Fair and Balanced", "America's News Room", "We Report,
You Decide!" lavora in sinergia con i conservatori americani. E vedersi
messe di fronte tutte assieme, elencate con scrupolo, le tecniche delle
quali siam pure consci, ma alle quali siamo anche assuefatti, è
piuttosto impressionante: le musiche e la grafica da battaglia, la
bandiera che sventola orgogliosa, i ritornelli martellanti, gli «Shut
up!» di Bill O'Reilly, gli opinionisti stipendiati (quelli
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vista, e quelli democratici, vanto per la presunta imparzialità della
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