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| Scritto da Cine Zone | |||
| Domenica 11 Gennaio 2009 00:00 | |||
Titolo originale: Seven PoundsNazione: Stati Uniti Anno: 2008 Genere: Drammatico Durata: 123' Regia: Gabriele Muccino Sceneggiatura: Grant Nieporte Cast: Will Smith, Rosario Dawson, Woody Harrelson, Michael Ealy, Barry Pepper, Elpidia Carrillo, Robinne Lee, Joe Nunez, Bill Smitrovich, Tim Kelleher, Gina Hecht, Andy Milder, Judyann Elder, Sarah Jane Morris, Madison Pettis Produzione: Columbia Pictures, Escape Artists, Overbrook Entertainment, Relativity Media Distribuzione: Sony Pictures Releasing Italia Data di uscita: 9 Gennaio 2009 Trama: Ben Thomas lavora per il fisco. La sua esistenza è molto solitaria ed imperscurabile, e anche nel lavoro le sue scelte sono molto poco chiare: sembra voler conoscere le persone che deve controllare prima di decidere se esigere il dovuto o concedere rinvii, e ha frequenti scatti comportamentali. Incontra così Emily Posa, appena dimessa dall'ospedale dove è in cura per il suo cuore malato. I due si avvicinano, ma lei non ha molto tempo e lui non sembra voler dischiudere il suo passato. Recensione di ALBERTO DI FELICE Promozionalmente autodefinito «emotional drama», Seven Pounds mantiene la promessa. Tutto sta nello stabilire quale sia l'«emozione», e se ci va di concederle il nostro responso favorevole (vale a dire, come atto di fede verso l'emozione-surgelato): dovremmo non emozionarci per la storia di un sacrificio totale? Si spera di riuscire a trattenerci—d'altronde, ormai siamo cresciuti. Perché di sacrificio totale si tratta, e c'è poco modo di abbellire la questione. Il film consiste, andando all'osso, di una frugale storia d'amore fra un uomo (Will Smith) rimasto senza moglie, in giusto fegatosa elaborazione del lutto, e una donna (Rosario Dawson) in attesa di trapianto di cuore. Senonché.Senonché, c'è soprattutto il tragico sacrificio totale—intuirete da soli di cosa. Vissuta con l'afflizione stampata sul braccio, la vicenda viene presentata in conveniente flashback a partire dall'immolazione finale (innecessariamente dolorosa come solo le vere immolazioni sanno essere); da qui partiamo con lentissime doppie curve a esse, nelle quali si attraversano corridoi e stanze d'ospedale, si parla sottovoce con malati terminali coi quali si hanno o si avranno segreti (il Nostro deve quasi sicuramente aver messo su una rete di fondamentalisti religiosi neo-evangelici, solo che questo non viene esplicitato), si fanno passeggiate col cane in mezzo alle spighe di grano, si chiama a sé la pioggia (a Los Angeles, mica a Seattle) ogni qual volta si è particolarmente tristi. Abbiamo quindi visite missionarie a casa (non viene esplicitato neanche questo, ma in realtà Will Smith si presenta alla porta con un opuscolo chiedendo: «Figliola, nella tua vita non hai ancora incontrato Gesù?») e al lavoro che intervallano il processo represso di avvicinamento alla bella morente. La quale, ribadiamolo, è Rosario Dawson. Sembra che la via sia definita nel senso di far restare il Nostro un angelo incapace ormai di pensare ancora al sesso, ma poi si cambia idea a mezz'ora dalla fine, passando sulle lenzuola dorate prima della svolta definitiva—naturalmente sotto la pioggia, a Los Angeles. Dopo di questa e annesso flashback-nel-flashback (per insiso, di svilente inettitudine—del genere «Caro, guarda la strada anziché rispondere all'sms») rimane ancora un quarto d'ora nel quale possiamo vedere un “qualche mese dopo” nel quale si celebra con lacrime il successo umanitario di quest'ultimo Messia smithiano (la storia di senso di colpa con la defunta moglie, tolti virus e figli, sarebbe sostanzialmente identica a quella di I Am Legend). Stile omogeneo tra il P.T. Anderson delle rane e la Susanne Bier americana, solo senza particolari di mani (tranne uno), occhi e orecchie. E in più il titolo originale, quasi certamente, è in realtà un omaggio (in eccesso: a rigore sarebbe dovuto essere «147 grammi») a Iñárritu. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Seven Pounds («Sette libbre») è diventato in italiano Sette anime, dato che il gioco di parole della titolazione originale era difficilmente riconducibile: riferimento shakespeariano non certo chiarissimo di debiti preso da “Il mercante di Venezia”. Gabriele Muccino goes to Hollywood parte seconda, dopo il controverso La ricerca della felicità recluta di nuovo una star di grande calibro come Will Smith e cambia le prospettive del racconto: invece della scalata della carriera per cercare di sistemare una situazione finanziaria disastrosa, qua abbiamo un uomo di nome Ben Thomas (Smith) che è realizzato economicamente, ma ha un terribile debito verso il passato (che scoprirete nelle sequenze finali, anche se non è difficile da intuire) ed un obiettivo ben preciso (anche questo lo scoprirete solo con il finale). Thomas incontra Emily (una tenera Rosario Dawson, ben lontana dai panni duri e scapestrati del Death Proof quentiniano) una donna con gravi problemi cardiaci, in attesa, come unica chance di vita, di un cuore nuovo. La presenza di Emily è un grosso blocco per Ben, che sembra tentennare dal suo misterioso intento. Attorno ai due, una schiera di persone che vengono contattate senza apparente motivo, come un telefonista cieco (il Natural Born Killer Woody Harrelson) o un avvocato suo amico (Barry Pepper, infallibile cecchino di Salvate il soldato Ryan).Rispetto al film precedente Muccino alza il tiro sul tono da tragedia (non c'è momento in cui non vi sia qualcuno che è preoccupato o sta male), tiene un mistero (decisamente intuibile, come si diceva) seminando degli indizi, e poi fa un finale con i fuochi artificiali rivelando ogni arcano (secondo noi con un passaggio decisamente scarso, quello dell'sms). Questo è cinema decisamente furbo: senza voler rivelare nulla di particolare per non togliere il gusto di vederlo al gentile lettore, Muccino utilizza ogni possibile modo per invitare alle lacrime e alla tenerezza lo spettatore, dopo averlo stordito con una trama (un puzzle che si conclude e arriva a giusto compimento) che per mezz'ora sembra non avere senso, poi si dipanano scene d'amore tenerissime che rivelano cose del passato sul corpo, personaggi totalitarmente buoni e colpiti, anche se innocenti, da tragedia, per i quali lo spettatore non può non parteggiare. Ovviamente il grande dilemma è questo: può un film così fondamentalmente buonista e umano essere artisticamente valido? Lo spettatore incline al fazzoletto lo inumidirà oltre ogni limite; quello che ha il cuore un po' meno scalfibile incomincierà a spazientirsi di fronte ad oggetti da stampa del tempo che fu da aggiustare per sanare un forte desiderio premorte, erbacce estirpate a mano, cani – senza ragione apparente, vegetariani –, avvocati che piangono di fronte a una notizia pesante. Smith incarna l'uomo perfetto che ha sbagliato e vuole rimediare, un sogno americano e globale che in fondo non esiste veramente, e con la sua luce sembra voler irradiare un grigio futuro (vista la sua somiglianza con Obama, molti sperano che la cosa sia parametrata) di altri. La fotografia con i suoi toni scuri aiuta sicuramente in questa sorta di sensazione di cappa, di pericolo opprimente che solo la dolcezza del protagonista rompe. La medusa con i suoi tentacoli (retaggio di una visita all'acquario di un tempo fanciullesco – Smith bambino è interpretato dal figlio adottivo di Tom Cruise e Nicole Kidman) simboleggia una sorta di maglia e rete che avviluppa e può recare giustizia; decisamente straniante la scena del suo trasferimento nello squallido motel (con un laido proprietario che esorta Smith a pagarlo subito perché insicuro di quanto starà ancora nella struttura). Un film che decisamente dividerà chi lo vede, ci saranno detrattori che lo additeranno di innocuo e facile invito alla lacrima e altri che si schiereranno a favore con grande impeto: in ogni caso, comunque sia, è un film che le emozioni le vuole tirare fuori sorretto da un protagonista che pare un solitario seppur tra la gente e non nel nulla (le flebili somiglianze con Io sono leggenda stanno anche nella vasca, ormai oggetto di culto per Smith), a qualcuno non arriveranno e ad altri sì. In definitiva un film dalle scelte registiche nell'indirizzare la trama furbe e scaltre, alla continua ricerca della lacrima e del sogno di un grande uomo perfetto che irradia il buono e il giusto; a seconda della propria emozionalità queste entreranno o meno, dividendo gli spettatori. Avrete in mezzo anche una Rosario Dawson affascinante ma anche se volete deprimente, come tante cose che Muccino infila per costruire il suo puzzle ad incastri. Ricordate come detto in questa recensione che dovrete aver pazienza, e solo alla fine capirete il senso del tutto. Dividendo gli spettatori in maniera tanto netta, alla fine il giudizio deve stare nella terra di mezzo, consigliando a Muccino di applicare magari una maggiore personalità al suo prossimo lavoro invece di rifugiarsi dove il mare del dramma umano è tranquillo e collaudato. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
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Titolo originale: Seven Pounds
Promozionalmente autodefinito «emotional drama», Seven Pounds mantiene la promessa. Tutto sta nello stabilire quale sia l'«emozione», e se ci va di concederle il nostro responso favorevole (vale a dire, come atto di fede verso l'emozione-surgelato): dovremmo non emozionarci per la storia di un sacrificio totale? Si spera di riuscire a trattenerci—d'altronde, ormai siamo cresciuti. Perché di sacrificio totale si tratta, e c'è poco modo di abbellire la questione. Il film consiste, andando all'osso, di una frugale storia d'amore fra un uomo (Will Smith) rimasto senza moglie, in giusto fegatosa elaborazione del lutto, e una donna (Rosario Dawson) in attesa di trapianto di cuore. Senonché.
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