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Il respiro del diavolo – Whisper Stampa E-mail
Scritto da Cine Zone   
Sabato 24 Gennaio 2009 10:19
Il respiro del diavolo – Whisper / LocandinaTitolo originale:      Whisper
Nazione:      Stati Uniti
Anno:      2007
Genere:      Drammatico, Giallo, Horror, Thriller
Durata:      95'
Regia:      Stewart Hendler
Sceneggiatura:    Christopher Borrelli
Cast:      Josh Holloway, Sarah Wayne Callies, Blake Woodruff, Joel Edgerton, John Kapelos, Dulé Hill, Michael Rooker, Jennifer Shirley, Teryl Rothery, Julian Christopher, Rod Boss, Roman Sodermans, Trevor Woodruff, Tara Wilson, Brad Sihvon
Produzione:      Deacon Entertainment, Gold Circle Films, H2F Management
Distribuzione:      Eagle Pictures
Data di uscita:      23 Gennaio 2009

Trama: David viene rapito da tre uomini e una donna, decisi a chiedere un riscatto alla ricca madre per la sua liberazione. I quattro si recano in una grande baita solitaria, in mezzo alla foresta e al ghiaccio. Appena arrivano sul luogo però i rapitori si trovano in una strana situazione: David sembra totalmente padrone, non è per nulla intimorito e disegna figure macabre sul muro. Per i quattro incomincia un incubo che sembra senza logica, ma la risposta sta nel fatto che il bambino nasconde un segreto davvero terribile.

Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Il respiro del diavolo – WhisperTutto iniziò nell'era moderna con un bellissimo film di Richard Donner del 1976 (intitolato Il presagio) con tra gli attori il grande Gregory Peck. In questo film veniva mostrato come un bambino di buona famiglia a prima vista del tutto innocente fosse in realtà l'Anticristo designato. Da lì in poi la storia del cinema ci ha presentato vari bimbi demoniaci (da solo quel film ebbe due seguiti, La maledizione di Damien e Conflitto finale, nel 2006 anche un inutile remake), con poteri più o meno marcati. In vena di cercare facili lavori da regista yes-man, Stewart Hendler (un regista di shorts pubblicitari) riprende quelle tematiche, non parendogli vero di poter dirigere un divo tv super fashion come Josh Holloway (il Sawyer di Lost), ambientando gran parte del film in una baita immersa in mezzo ai boschi, al freddo e alla neve.
Siccome l'azione si svolge nel periodo di Natale, Max (Holloway) si traveste da Santa Claus e rapisce il ricco rampollo adottato di una famiglia benestante durante una festa, David (interpreto da Blake Woodruff, glaciale e del tutto aemozionale), di 8 anni. Ma il bimbo è tutt'altro che indifeso: da subito si capisce che in lui alberga una atavica maledizione e uno spaventoso potere, e a nulla varranno i tentativi della fidanzata di Max, Roxanne (Sarah Wayne Callies, la dottoressa Sara Tancredi di Prison Break) di essere amorevole e comprensiva. La banda, composta anche da altri due elementi, si troverà in un terribile incubo dove le parti si invertono, la preda diventa uno spietato cacciatore.
Ci permettiamo di non fare troppi giri di parole per definire questo sottoprodotto Damien/Presagio targato: ridicolo. A parte lo sguardo del bambino e una fotografia con qualche pregio, questa pellicola davvero non ha nulla di lodevole. Una trama del tutto sgangherata (Max rapisce David perché vuole riscattare e rimettere in sesto un negozietto in disuso per vivere il suo sogno d'amore), colpi di scena totalmente telefonati (quello principale sull'identità del grande organizzatore del rapimento ha anche con un sacco di lacune per quanto visto prima) e atmosfera che latita senza mai lasciare spazio a qualunque tipo di spavento. I rapitori a volte ricordano i ladri di Mamma ho perso l'aereo tanto sono idioti; ci sono cose viste e straviste messe in scena con pochissimo impatto (i lupi, il ghiaccio e anche i ragni) mentre il bambino si aggira padrone governando i destini da buon diavoletto (quando uno degli sventurati rapitori dice «Oh mio Dio!» lui replica «No, lui non c'entra!») e non si capisce come mai si debba ricorre alla splendida pittura macabra di Hieronymus Bosch per dare il senso dell'oppressione.
Il regista poco ispirato in mezzo ci propina continuamente anche delle inquadrature dall'alto delle strade che non hanno nessun senso di essere (chi pensa che alla fine abbiano un disegno finale, come credeva il sottoscritto, dimentichi questa ipotesi: tutto è lì per caso buttato dentro), e mentre la noia ci ha già divorati ogni tanto esplodiamo in qualche risata fragorosa per alcune situazioni (come il rapporto rapito-rapitori) davvero fuori dalla logica.
Il finale poi (il diavolo non ha bisogno di soldi) è pacchiano, insulso e completa il disastro di un lavoro di routine meno interessante dell'incasellamento di bulloni da parte di un magazziniere. Credevate che non ci potesse essere altro di prevedibile? Invece no, abbiamo anche nella baita gelata i corpi quasi sempre seminudi di Holloway e della Sarah Wayne Callies (che ci fa una casta scena della doccia nude look coprendosi l'intimo), per la gioia delle fans del bel Sawyer.
Procedendo a tentoni (come lo spirito del film) nel ricostruirlo, c'è pure un'inquadratura che ricorda quella finale di The Omen con lo sguardo del bimbo, come un inizio prologo che risulta alla fine del tutto inutile. Si usano i luoghi del Maine per ricordare ben altri film e altre atmosfere, ma ovviamente non basta solo essere paesaggistici per instillare paura e terrore nel nostro animo.
In definitiva un film di assoluta anonima routine, pieno di difetti e di corpi inutilmente e pacchianamente seminudi, privo di qualunque vitalità e che usa un personaggio di cattivo consolidato in maniera del tutto anonima, che se non disegnasse le sue opere sul muro risulterebbe solo una macchietta inconsulta e senza nessun impatto. Questi prodotti fatti tanto per farli sono solo del tempo perso per chi li vede, soprattutto se si concentrano sui divi della tv (soprattutto per i loro fisici) per cercare audience. Dopo questa delusione (abbastanza prevedibile, comunque, anche se magari in modo non così cocente) per i fan del genere thriller/horror si prospettano tempi duri, visto che settimana prossima arriva il remake fotocopia di [Rec] americano (Quarantine) e dopo altre due quello di Venerdì 13, sinonimo di scarsa prospettiva e inventiva autoriale. In mezzo a questi due abbiamo The Horsemen: speriamo che avendo cavalcato inutilmente oggi il diavolo, anche Quaid non ci deluda tra poco.

Giudizio: 1


Recensione di EMANUELE RAUCO

Il respiro del diavolo – WhisperChi ha detto che i fondi di magazzino sono tipici del periodo estivo si sbaglia di grosso, specie da quando l’estate è diventata un periodo di blockbuster fantasy o fumettistici, rendendo il post-Natale il secondo punto di deposito di scarti distributivi, in cui l’horror – purtroppo – la fa da padrone. Ma se volete un punto d’approdo sicuro per i fondi di magazzino, guardate nel listino della Eagle Pictures, la quale dopo aver lanciato i due o tre film di punta, si lascia andare a un mare di filmetti al limite dello straight-to-video.
Tra i quali capita d’incontrare anche questo esordio di Stewart Hendler, regista di pubblicità, alle prese con un rapimento molto particolare e col ritorno sullo schermo di Josh Holloway, dopo la prova in Lost, un tentativo di mischiare i generi che, nonostante la sua consapevole mediocrità, si lascia anche guardare.
Disperati e con l’intenzione di poter cominciare una nuova vita, Max e Roxanne accettano la proposta di Sidney di rapire David, il piccolo rampollo di una ricca famiglia; ma la scalcinata gang non sa di avere a che fare con un bambino dalle inquietanti capacità soprannaturali.
Un thriller horrorifico, a metà strada – nelle intenzioni del regista – tra Il presagio e Soldi sporchi, con qualche spruzzo de L’innocenza del diavolo, che mentre saccheggia a destra e manca prova a costruire un b-movie come i vecchi tempi, tutto basato su suggestioni, sul non visto e sul dubbio, che magari non farà smuovere il cuore, ma regala qualche attimo di divertimento, a volte persino volontario.
Già la premessa parla da sola e in effetti, a parte i paesaggi del Maine, che così vicini ci portano a Stephen King, non c’è molto da dire per un film che, proprio come la serie B di una volta non aveva altra pretesa che quella di far funzionare il meccanismo, qui efficacemente basato su un bambino che ha il potere di controllare i pensieri, le menti, le percezioni, ma anche gli eventi e che – senza rivelarne mai la vera essenza – si lascia sottendere possa avere natali demoniaci.
Tutto reso da Hendler con secchezza, semplicità, punte di ridicolo, ma anche tono svelto, capace di dare un minimo interesse a un racconto non troppo raffinato basato su un gioco al massacro, in cui l’atmosfera e la suggestione si basa su molto poco; peccato che rovini tutto con un colpo di scena a tre quarti di film poco interessante e con un finale convenzionale e abbastanza stupido.
La sceneggiatura di Christopher Borrelli non perde molto tempo in personaggi, sottotesti o sottigliezze narrative, ma se è per questo nemmeno in colpi di scena interessanti, ma riesce lo stesso a mettere su un baraccone per un pubblico di bocca buona che, come un mediocre film tv, lavora di basilarità, come la regia, con la quale però Hendler dimostra almeno, se non il talento, un piglio simile a quei director degli anni ‘50 che andavano dritti al sodo risparmiando tempo, denaro e pellicola.
E si vede anche dal modo in cui si lascia corda ad attori non particolarmente brillanti, come il già citato Holloway o la bella Sarah Wayne Callies, entrambi divorati dal piccolo Blake Woodruff. Un film a suo modo dignitoso e passabile, ma molto più adatto a una serata casalinga, sebbene sia prodotto in parte dalla Universal, che all’atmosfera e alla sacralità di una sala cinematografica.

Giudizio: 2
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