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I giorni dell'abbandono Stampa E-mail
Scritto da Cine Zone   
Lunedì 19 Settembre 2005 16:00
Titolo originale: id. I giorni dell'abbandono / Locandina
Nazione: Italia
Anno: 2005
Genere: Drammatico
Durata: 96'
Regia: Roberto Faenza
Sceneggiatura: Gianni Arduini, Simona Bellettini, Diego De Silva, Roberto Faenza, Elena Ferrante, Dino Gentili, Filippo Gentili, Anna Redi
Cast: Margherita Buy, Luca Zingaretti, Goran Bregovic, Alessia Goria, Gea Lionello, Gaia Bermani Amaral, Sara Santostasi, Roberto Accornero, Simone Della Croce, Fausto Maria Sciarappa
Produzione: Jean Vigo Italia, Medusa Film, Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Distribuzione: Medusa
Data di uscita: 16 Settembre 2005
Trama: Olga, una donna ancora giovane, viene abbandonata all'improvviso dal marito. La perdita la getta in uno stato di disperazione profonda, una specie di follia che scava nel suo corpo e nella sua mente. Ossessionata dalle immagini del marito tra le braccia di un'altra, si lascia trascinare in un rapporto di sesso brutale e angosciato con un uomo dimesso, un musicista vicino di casa. Alla fine di un percorso doloroso, Olga rinasce con occhi cambiati pronta a ritrovare il piacere della vita.


Recensione di ALBERTO DI FELICE

I giorni dell'abbandonoÈ una famiglia borghese: marito ingegnere e moglie traduttrice, due perfetti bambini e una casa confortevole. «Ti devo parlare», inizia lui. Andate ad indovinare quale sarà la questione, il «vuoto interiore» che quest'uomo vuol manifestare alla consorte. Lei però non capisce, ha bisogno di parlare con un'amica per farsi balenare in mente che forse il problema è che lui ha l'amante. Insomma, una donna un po' ingenuotta: sarà l'eredità traumatica di un'infanzia con una madre insopportabile, sempre al videotelefono? Una separazione, fra l'altro, che avviene con delle frasi della stessa originalità del «Ti devo parlare» iniziale.
E allora il maritino se ne va, senza grosse spiegazioni, lasciando lei e i bambini a chiedersi cosa stia succedendo (i bambini capiscono meglio della mamma, però), nel caos disfattista (la conversazione col centralinista – essere orrendo quanto inesistente, con il suo «Mi spiace, signora: oggi è tutto automatizzato. Se vuole Le passo il reparto reclami» – è puro sbando).
La donna rimane sola, prende piena coscienza del suo sedere che si affloscia e i mesi passano facendo nascere nella sua testa un mondo semi-immaginario: visioni indecise che si mescolano alla realtà e al libro che sta traducendo, in un romanzo parallelo (la barbona ha un intento simbolico superfluo, se non mancante; la scena del ramarro sembra carina, un buon cambio di tono, ma poi è rovinata dai marmocchi che urlano del papà; la famiglia agonizzante chiusa in casa; il cane redivivo che corre sul palcoscenico).
Naturalmente una così distratta fatica anche ad accorgersi del musicista slavo della finestra di fronte (la spia, innamorato nascosto e timido, dalla finestra e dal suo stesso appartamento sente i passi dei bambini al piano di sopra: ma che razza di palazzo è?), che le apre gli occhi una volta per tutte con un concerto a teatro (lei, manco a dirlo, non si era accorta che il protagonista fosse lui e dunque sospira meravigliata, vedendolo suonare: «Ma quello è Damian!») e la ammalia definitivamente ballando senza musica.
Questo quanto alla «storia», in fondo neanche troppo male anche se decisamente banalotta e raffazzonata; però ogni volta ci meravigliamo della perizia con la quale, caso unico al mondo, si cerca di doppiare il numero maggiore di scene o parti di scene (i nostri tecnici del suono sono in sciopero?), nonché interi personaggi (i due bambini sembrano uscire da degli spot di Nesquik e vien voglia di strangolarli, anche perché dicono cose più avvilenti di quelle che dice papà). Se fosse una fiction per Rai Uno potrebbe anche andare, ma pensare che questi sono i film italiani «da festival» mette davvero tristezza.

Giudizio: 1.5

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