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Venerdì 26 Maggio 2006 16:18
Voto: *** (su ****)  Recensione di Alberto Di Felice
VolverL'ultimo di Pedro Almodóvar è un film rurale e domestico, lontanissimo dagli sgargianti successi (ed eccessi) che l'hanno consacrato a livello internazionale. Almodóvar torna a parlare di un mondo esclusivamente femminile, solidale e familiare, sempre legato a scheletri nell'armadio. Una carrellata iniziale riprende un gruppo di donne anziane occupate a sistemare le tombe dei defunti mariti. Il soffio caldo del Solano sulla Mancha porta molte foglie da spazzar via. In mezzo al mare di vedove ci sono due sorelle, Sole (Lola Dueñas) e Raimunda (Penélope Cruz), e la figlia di quest'ultima, Paula (Yohana Cobo), che sistemano le tombe dei genitori. Raimunda vive a Madrid, dove lavora come donna delle pulizie all'aeroporto, col marito Paco (Antonio de la Torre) e Paula.

Paco comunica di esser stato licenziato proprio la sera in cui Raimunda ritorna dal paesino d'infanzia: sempre al suo ritorno, giorni dopo, Raimunda scoprirà da Paula che l'uomo ha tentato di violentarla durante la sua assenza e che ora giage dissanguato in cucina. Aveva raccontato alla ragazza, quattordicenne, di non essere lui il suo vero padre. Mentre madre e figlia sono occupate col cadavere, arriva la telefonata di Sole che annuncia che la vecchia zia al paese è morta; alla porta bussa il proprietario del ristorante che sta per partire e lascia a Raimunda le chiavi affidandole il compito di far vedere il locale agli aspiranti acquirenti. Il capiente surgelatore del ristorante servirà da nascondiglio per il cadavere, e Raimunda prenderà possesso dell'attività rifocillando una troupe che sta girando lì vicino; intanto nel paese sembra essere apparso il fantasma di mamma Irene (Carmen Maura), morta più di tre anni prima col marito in un incendio: è l'amica Agustina (Blanca Portillo), che vive proprio di fronte alla casa della vecchia zia, ad averne sentito la voce che la chiamava per avvertirla del decesso. Non avrete molto da scoprire nella trama, non ci saranno grandi colpi di scena, né ci saranno personaggi sopra le righe in Volver: questo è un film costruito in modo trattenuto ed irreprensibile, seguendo i punti di passaggio immancabili in un'opera dello spagnolo (alcuni, come il tema della morte e la puntata al mondo televisivo, possono stancare un po'), è meno caldo di colori ma di più passionale quotidianità. Non ci sono transessuali o preti birichini, ed il risultato è migliore, più accomunante. E' proprio la "comunanza" la parola chiave di questa pellicola, e le sensazioni che la portano a galla sembrano legare, anche con una certa commozione, i nostri popoli latini. Guardando le case e le donne della Mancha è possibile rivedere i tanti paesini del sud della nostra Italia, le loro vecchiette che sopravvivono ai mariti, le pale eoliche piazzate nel mezzo del paesaggio: è rassicurante entrare nei cortili e nelle abitazioni (ottima scenografia di Salvador Parra), ritrovandoci quel gusto d'antico eppur vicino di una cultura comune. Almodóvar intesse un tributo quasi fanciullesco alla mediterraneità, ed il legame tra lui e noi è ancora più evidente nella splendida Penélope Cruz: la camera piomba a documentarne la bellezza mentre lava il coltello che servirà al delitto, non staccandosi mai da lei e dalla sue rotondità. La Cruz è la nostra Magnani (tributo esplicito a Bellissima) e la nostra Loren e sublima, seppur in playback, il classico momento musicale, che divaga restando solo su di lei e sul rosso del suo vestito, un barocco che più semplice non si può. Prima di ogni riflessione sulla solidarietà femminile, sugli uomini in distanza, vili e corrotti, questo film è un ritorno (letteralmente, come da titolo) alla condivisione di un'antichità che bussa nei nostri ricordi, alle storie paesane, alle credenze popolane. Alla vita vera delle mamme di un tempo, orgogliosamente belle.

Alberto Di Felice
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