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One Last Dance Stampa E-mail
Martedì 20 Giugno 2006 12:49
Voto: *½ (su ****)  Recensione di Alberto Di Felice
One Last DanceChiunque può notare che negli ultimi anni, fra pellicole a target più giovane come Save the Last Dance o A Time for Dancing e l'ultimo arrivato Ti va di ballare?, il ballo (o, per non urtare i più sensibili, la danza) è di nuovo al centro dell'attenzione. Uscito negli Stati Uniti solo in dvd a due anni di distanza dal suo debutto nel 2003 in alcuni festival, One Last Dance ha atteso quasi un altro anno per esser distribuito nelle nostre sale ad opera della Eagle Pictures, che evidentemente ha deciso di sfruttare l'onda. Un progetto tenuto nel cassetto a lungo, che diventa film dopo che "Without a word" (titolo dello spettacolo che la compagnia di danza del film deve mettere in scena) è stato un play teatrale scritto dalla stessa regista Lisa Niemi e dal compagno di una vita Patrick Swayze.

La coppia, volonterosa autrice di questa operazione nostalgia, è la stessa al centro dei ricordi e dei passi degli attempati protagonisti. Travis MacPhearson (Swayze) e Chrissa Lindh (Niemi) erano le due stelle della compagnia di Alex McGrath (Matthew Walker), coreografo che nei flashback che ce lo presentano, dopo che è morto alla fine del balletto dei titoli di testa, doveva essere decisamente detestabile. Infatti Travis e Chrissa lo detestavano; ciononostante, quando muore i responsabili rimasti alla guida dell'accademia si ricordano di loro e li contattano attraverso il coetaneo collega Max Delano (George De La Pena). I tre dovevano essere i ballerini principali, sette anni prima, nello spettacolo che ora sta per essere finalmente messo in scena e il loro nome dovrebbe aiutare a tenere a galla sia lo show che la compagnia. La fine delle loro carriera era arrivata proprio in corrispondenza del disciogliersi dello spettacolo che stavano montando sotto i rimproveri e le pressioni di McGrath; ora è il tempo per incontrarsi di nuovo e curare le ferite. Sembra un po' roba da seduta di psicanalisi, ed in effetti lo è; la cura arriva attraverso la danza, come potete intuire. Guardando la routine dell'accademia McGrath è difficile pensare ai modelli recenti già citati: data la quantità di scene ballate, sembra semmai di assistere alle prove di un Joffrey Ballet con mezzi (umani e scenografici) più limitati. A parte questa similitudine, del poetico realismo di Robert Altman qui non c'è, ovviamente, proprio niente. Ad ogni modo, le parti migliori sono proprio quelle ballate e, almeno nel finale, Swayze e Niemi riescono ad emozionare: si può dire che la passione della Niemi e di Swayze per gli echi della loro giovinezza (guardate le loro facce, che nei posticci filmati d'archivio hanno tentato di tirare un po' a lucido) e per la danza siano quasi commoventi di per sé, ma anche qui è difficile non ricordare come la passione di Neve Campbell toccasse ben altre vette, sorretta da chi sa sorreggere. Per il resto, i dialoghi sono quello che sono e tutto, dalle scenografie al montaggio, è dozzinale. Del resto se proprio a nessuno in America era venuto in mente di distribuirlo c'era un motivo.

Alberto Di Felice
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