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L'enfer Stampa E-mail
Sabato 01 Luglio 2006 13:59
Voto: ** (su ****)  Recensione di Alberto Di Felice
L'enferNel 2002 il tedesco Tom Tykwer iniziava il lavoro, pieno di ostacoli, per portare a compimento l'ultimo progetto del compianto maestro Krzysztof Kieslowski, una trilogia su purgatorio, inferno e paradiso. Il film era Heaven, era ambientato nella nostra Italia, fra Torino e la Toscana, ed aveva come protagonisti Cate Blanchett e Giovanni Ribisi. Il pubblico e la critica si erano divisi, con un giudizio generale che tendeva verso la bocciatura. La sentenza era però viziata dalle aspettative e dal necessario paragone con l'alta figura dell'autore polacco; si aggiunga, per il pubblico italiano, il disagio nel giudicare con serenità un film nel quale Giovanni Ribisi era totalmente fuori ruolo come poliziotto piemontese e si ritrovava a parlare italiano (e noi a sentirlo) in modo non proprio piacevolissimo.

Continuando nell'ordine cronologico impartito da Kieslowski, un'altra sua sceneggiatura a quattro mani col collaboratore di sempre Krzysztof Piesiewicz è alla base del secondo capitolo. L'enfer è affidato alle mani del serbo Danis Tanovic, vincitore dell'Oscar per il miglior film straniero nel 2002 con No Man's Land e regista di uno degli episodi di 11 settembre 2001. Come Heaven, anche L'enfer è una coproduzione, nello specifico franco-italo-belga-giapponese (Rai Cinema per l'Italia); il cast è tutto francese. Al centro abbiamo tre sorelle, parte di una famiglia ormai dimenticata dopo la morte del padre, accusato di pedofilia. La più grande, Céline (Karin Viard), è l'unica che ciclicamente prende il treno e va a trovare la madre (Carole Bouquet sotto un pesante trucco); la sorella Sophie (Emmanuelle Béart) non sa neppure dove lei viva. Sophie è sposata con figli e scopre che il marito Pierre (Jacques Gamblin) la tradisce; Anne (Marie Gillain) è una studentessa che ha una relazione col suo professore di letteratura greca (Jacques Perrin), padre di una sua amica, che la vuole lasciare. A ricongiungere madre e sorelle sarà uno sconosciuto che segue Céline (Guillaume Canet). L'intera pellicola si gioca sui concetti contrapposti di coincidenza e destino, con un sottofondo mitologico esplicitamente impostato sulla vendetta di Medea su Giasone. La parte più convincente di L'enfer è la sua confezione (fotografia di Laurent Dailland, montaggio di Francesca Calvelli; scenografie di Aline Bonetto): Tanovic dimostra in più parti di saper creare momenti visivamente costruiti (già in partenza sono notevoli i titoli di testa caleidoscopici). Anche la sceneggiatura, cui Piesiewicz ha dovuto dare forma completa, è materiale di grande pregio. Il difetto principale è di contro l'incapacità di leggere convincentemente il testo di partenza attraverso, appunto, la confezione: i movimenti di macchina e le singole scene e metafore visive non danno l'impressione di sommarsi in un crescendo emotivo; il messaggio del film, pur reso esplicito (momento topico è l'esame di Anne, che termina con la porta sbarrata di una chiesa), non arriva a farsi importante. Purtroppo per il film, questo è proprio quello che servirebbe: se manca, ogni altra cosa è fredda. Le interpretazioni sono apprezzabili, specialmente da parte di Viard e Gillain; la Bouquet è ingiudicabile se non per un flashback in cui appare senza parrucca e rughe; Emmanuelle Béart si sforza a struggersi nella sottotrama più mucciniana (e di gran lunga peggiore) del film, e va per il nudo.

Alberto Di Felice
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