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La spina del diavolo Stampa E-mail
Lunedì 17 Luglio 2006 12:36
Voto: *** (su ****)  Recensione di Alberto Di Felice
La spina del diavoloDalla Spagna arrivano da tempo molti horror: dopo l'oriente è la macchina produttiva che più riesce ad esportare il genere (e non solo l'horror), se si esclude ovviamente Hollywood. La spina del diavolo è una co-produzione ispano-messicana che Guillermo del Toro ha diretto in Spagna nel 2001, fra Mimic e Blade II. La sua uscita ora nelle nostre sale è praticamente un regalo col quale la Moviemax, piccola casa distributrice cui già dobbiamo esser grati per altro, ci dà l'occasione di ricostruire meglio la carriera del regista. E soprattutto di vedere un gran bel film.
Definire La spina del diavolo come un horror è sbagliato: non è la volontà di spaventare quella che gli sta dietro, bensì quella di creare il sottofondo per una vicenda di uno spessore che è sempre più difficile trovare.

Appunto per questo faremmo un torto al film se volessimo piazzarlo assieme alle spesso inconcludenti pellicole che arrivano dal paese iberico, per quanto anche queste siano il segno di una positiva media vitalità produttiva della quale la nostra Italia è da sempre priva. Questa è assieme una storia di fantasmi ed un'allegoria per la condizione umana e la storia.
Si svolge negli ultimi anni della Guerra Civile in Spagna. Carlos (Fernando Tielve) viene portato dal suo tutore, un comunista che sta partendo per combattere, in un orfanotrofio sperduto. Nel cortile, in bella mostra, c'è una bomba inesplosa. A gestire il posto sono Carmen (Marisa Paredes), dama padrona con una gamba di legno, il dottor Casares (Federico Luppi) e Jacinto (Eduardo Noriega), il custode che un tempo era stato fra gli ospiti dell'orfanotrofio.
A Carlos viene dato il letto che un tempo era di Santi (Junio Valverde), un ragazzino scomparso misteriosamente proprio il giorno in cui è caduta la bomba, e il cui fantasma si dice abiti nei sotterranei. Il più grande del gruppo, Jaime (Íñigo Garcés), lo prende di mira. Nel frattempo Jacinto continua la sua relazione con la cameriera Conchita (Irene Visedo), mentre va a letto con Carmen nella speranza di riuscire a trovare la chiave che possa aprirgli il tesoro in lingotti d'oro che la matura signora nasconde da qualche parte.
La pellicola si apre con dei flashback che danno un'idea generale di quanto è essenziale per entrare nel luogo e nella trama, ma soprattutto con una voce fuori campo che si interroga su cosa sia un fantasma: è già qui l'anima complessa del film, che sfrutta una sapiente gestione tecnica e narrativa (sceneggiatura di del Toro con Antonio Trashorras e David Muñoz) delle atmosfere per sfiorare un'amarezza che cresce mentre sembrano pararsi di fronte ai nostri occhi alcuni fra i più antichi ritrovati per far paura.
Il film, in effetti, sembra per un po' volersi servire dei classici metodi da spavento (anche il volto del fanstasma è ricalcato sul modello spettrale giapponese, evidentemente quello del bimbo pallido di Ju-on), ma li rende funzionali a qualcosa di più. E' prodotto da Agustín e Pedro Almodóvar: paragonando i ragazzini in orfanotrofio (questo viene camuffato da istituzione religiosa per sopravvivere alla dittatura di Franco, l'altro era decisamente cattolico) con quelli de La mala educación, molto torna alla memoria. Il messicano del Toro è riuscito però a fare di loro degli eroi positivi, per i quali l'esperienza - eccezionale il crescendo finale, e la chiusura - si affaccia con convinzione verso la maturazione, lasciataci solo intuire nella fuga, mentre ancora assaporiamo il gusto amaro della pellicola.
Un film certamente complesso ed affascinante, di quelli da rivedere, fra i migliori favori che possiate fare a voi stessi questa estate. Guardatelo, però, già consci delle qualità che vi abbiamo anticipato e nelle quali non ci addentriamo per lasciarvi il piacere di sperimentarle e leggerle voi stessi: se vi soffermate solo sulla storia di fantasmi potreste perdervi quasi tutta la sua bellezza.

Alberto Di Felice
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