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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Domenica 03 Settembre 2006 14:55 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Nel 1978 Christopher Reeve era un signor nessuno: quando partivano i titoli di testa del film di Richard Donner, il nome di colui che interpretava il protagonista compariva solo al terzo posto, dopo quelli ben più importanti di Marlon Brando e Gene Hackman. Nel 2006 il nuovo Superman si chiama Brandon Routh e anche lui è un signor nessuno (al contrario di Reeve, gli è concesso però il privilegio di avere il suo nome in testa alla lista), scelto più per il suo physique du rôle che non per le doti recitative, che nella sua piccola carriera nelle serie tv non può aver granché dimostrato. Per descrivere Superman Returns basterebbe partire dai due attori chiamati ad impersonificare l'uomo d'acciaio, perché da loro passa tutta la differenza fra l'eroe come lo conoscevamo, adatto alle vecchie pellicole, e l'eroe com'è adesso.Bryan Singer dei primi due X-Men, autore del soggetto assieme agli sceneggiatori Michael Dougherty e Dan Harris (lo seguono da X-Men 2), ha reso più cupo il personaggio ed il film che lo sorregge. Quello di Reeve era imbranatissimo come Clark Kent e sicurissimo di sé come Superman; quello di Routh torna sulla Terra disilluso. L'ha abbandonata alla vana ricerca del pianeta Krypton, e tornato dopo cinque anni scopre che il mondo l'ha dimenticato. O forse è meglio dire, cosa peggiore, che non l'ha dimenticato: è stato forzato a giungere alla conclusione che si può fare a meno di lui. Non perché le cose vadan benissimo senza la sua super-protezione, ma perché non si può fare affidamento su uno che senza salutare prende e vola via per cinque anni: la vita dell'umanità deve andare avanti e fare concreto affidamento sulle proprie forze. Così ha fatto Lois Lane (Kate Bosworth, Appuntamento da sogno), che ora ha un figlio (il debuttante Tristan Lake Leabu) ed un compagno (James Marsden, Ciclope di X-Men), e sta per ricevere il premio Pulitzer per un editoriale che spiega i motivi per cui si può e bisogna fare a meno di lui. Tutti hanno messo in conto che non tornerà più, tranne mamma Kent: Eva Marie Saint, interprete della nuova madre terrestre, compare solo per brevi attimi e non pronuncia quasi nessuna parola, ma col suo sguardo materno che si illumina di speranza quando avverte che è tornato, così come si unisce a quello della folla quando le speranze degli abitanti di Metropolis torneranno a risiedere in lui, è commoventemente stupenda. Il nuovo film è qui: Superman è disilluso perché la Terra è disillusa, ha smesso di credere. Anche quando indossa di nuovo il suo costume (torna, come prevedibile, per fermare un aereo in caduta libera con a bordo Lois), non è più quello di prima: deve far fatica, si vede il suo sforzo, stare fuori allenamento per tanto tempo l'ha come arrugginito, tanto che consegnare da spavaldo tutore della legge i cattivi ai poliziotti è cosa che non accade più. Il film è pieno zeppo di omaggi al capostipite, unico metro di riferimento di Singer: dal famosissimo tema musicale di John Williams (John Ottman, che cura anche il montaggio con Elliot Graham, completa il lavoro facendone abbondante uso) a molte battute e qualche momento. L'umorismo che rimane è quasi tutto frutto di queste riproposizioni-tributo. Il criminale numero uno è sempre Lex Luthor (Kevin Spacey), che anche stavolta ha sempre la solita idea: l'unico bene che mai perderà di valore è il terreno edificabile. Ora non punta più alla California o all'Australia: vuole creare con cristalli e metalli di Krypton un continente tutto nuovo che pian piano si mangerà America (partendo dalla costa est) e gran parte del resto lasciandolo come unico proprietario e venditore. Spacey è fedele all'impostazione pazzoide data da Hackman, ma la corregge in direzione più malvagia dato il diverso tono del film; a prendere il posto della signora Teschmacher, come Kitty, c'è Parker Posey (La casa del sì); il nuovo direttore del Daily Planet è Frank Langella (Good Night, and Good Luck), anche lui (molto) meno eccentrico. La prima parte della pellicola è al servizio della ricostruzione del rapporto fra il supereroe ed il mondo cambiato nel quale torna, al lento riavvicinamento ad esso e soprattutto alla tentazione di normalità e famiglia che aveva caratterizzato il secondo capitolo diretto nell'80 da Richard Lester: Superman prende il volo per riflettere sul passato e sulla scelta che gli ha negato la vita che vorrebbe, andando a curiosare nel presente di Lois, spiandola a casa con figlio e compagno. Stranamente sia il nuovo Superman che la nuova Lois hanno un'aria più giovane (Reeve aveva 27 anni, Routh ne ha 26, ma se Margot Kidder era già una trentenne, la Bosworth ha solo 23 anni; come il nuovo Superman, però, la sua Lois non ha più voglia di scherzare) ma si dibattono da persone più mature, entrambi alla ricerca di stabilità. Non si possono far paragoni fra le interpretazioni delle due coppie, perché servono fini totalmente diversi: se il carisma non è lo stesso, entrambe sono adatte per le rispettive pellicole. Il ritmo non ha paura di farsi riflessivo in onore alla nuova impostazione, e soprattutto non ha paura di fornire un bellissimo momento romantico, un nuovo volo (che stavolta inizia in punta di piedi, come un ballo in cui la dama è guidata dal cavaliere) sopra la città. Il tempo che Routh e Spacey trascorrono nella stessa inquadratura è limitato ad una sola scena, nella parte vicina al finale. Proprio nel finale si torna ad insistere sul punto centrale, con connotati da molti definiti come religiosi: il vecchio Marlon Brando torna con i nastri di repertorio a segnare la via del figlio, e il figlio riacquista coscienza della propria missione di guida proprio mentre il mondo si aggrappa di nuovo a lui. Pur essendo un ritorno e non un inizio, Superman Returns ha lo stesso aspetto concettuale, di Batman Begins: è evidente la volontà di ripensare l'eroe in profondità, di accompagnare le sue vicende personali con un nuovo feeling col pubblico e col sentire attuale. Questi intenti sono riusciti a concretizzarsi perfettamente nella bella prima parte: nei quaranta minuti finali la sceneggiatura non ha spunti da aggiungere e, espletati i riti (necessari, ma fino a che punto?) con gli effetti speciali, decide di ribadire a lungo, senza andar per il sottile, il punto centrale di cui sopra. Singer programma un seguito per il 2009, e con tutta probabilità proprio in questa attesa il personaggio di Tristan Lake Leabu (non vi roviniamo nulla se vi anticipiamo la scoperta che è in realtà figlio dell'eroe) viene relegato a bambino silenzioso, asmatico ma capace di far intuire i suoi poteri. Con tutta probabilità, a questo è dotuto anche il passaggio verbale di testimone da Superman a lui, da nuovo padre a nuovo figlio, che avviene mentre il bambino dorme. Però, quando abbiamo già capito tutto, perché mettere in bocca a chi non aveva parlato granché fino ad allora l'espressione che abbiam potuto leggergli in faccia tutto il tempo? Con questa ridondanza, Superman Returns perde la forza di quel che voleva dire e aveva già detto: perde lo sguardo malinconico col quale il papà che non sapeva di esser tale aveva osservato il figlioletto attraverso il muro, comunicando senza parole il disperato desiderio di poter vedere la sua vita attraverso i suoi occhi. Giudizio: ![]()
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Nel 1978 Christopher Reeve era un signor nessuno: quando partivano i titoli di testa del film di Richard Donner, il nome di colui che interpretava il protagonista compariva solo al terzo posto, dopo quelli ben più importanti di Marlon Brando e Gene Hackman. Nel 2006 il nuovo Superman si chiama Brandon Routh e anche lui è un signor nessuno (al contrario di Reeve, gli è concesso però il privilegio di avere il suo nome in testa alla lista), scelto più per il suo physique du rôle che non per le doti recitative, che nella sua piccola carriera nelle serie tv non può aver granché dimostrato. Per descrivere Superman Returns basterebbe partire dai due attori chiamati ad impersonificare l'uomo d'acciaio, perché da loro passa tutta la differenza fra l'eroe come lo conoscevamo, adatto alle vecchie pellicole, e l'eroe com'è adesso.









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