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| Domenica 15 Ottobre 2006 03:24 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Pezzulo. Jimeno. Rodrigues. Le tre targhe sugli armadietti nella stazione della Port Authority che Oliver Stone decide di scolpire nelle nostre menti. Sono i tre agenti con cognomi non WASP che la mattina dell'11 settembre 2001 seguiranno il sergente WASP John McLoughlin (Nicolas Cage) verso la torre nord del World Trade Center per cercare di portar fuori più gente possibile. Le targhette appaiono poco dopo l'inizio del film; poco prima della fine, in un ospedale in piena attività, vedremo un muro tappezzato di bigliettini con volti ed altri nomi, di dispersi. Tutti questi volti e queste lettere stampate compongono l'ideale bandiera americana che Stone vuole appendere con questo film: non è di quelle sventolanti a stelle e strisce, sono solo le facce che a vario titolo appartengono alla metropoli.La seconda ricostruzione di 9/11 segue il successo, invero più di critica che di pubblico, di United 93. Se per entrambi si può parlare di ricostruzione, appunto, World Trade Center si era fatto attendere come indesiderabile (Stone viene, fra l'altro con cui si è creato detrattori, dal fiasco di Alexander) risposta fiction alla nuda cronaca (o quasi) offerta da Greengrass. Attesa mal calcolata, dato che già United 93 sottintendeva un impianto fiction celato nel documentario. In un caso e nell'altro si tenta di passare dalla scomposizione al quadro macro: si racconta di un gruppo di individui per parlare di come quel giorno ha cambiato il mondo. La caratteristica portante del film di Stone, contrariamente a quanto ci si potesse aspettare (e contrariamente alle critiche che pur non son mancate), sta nell'asciuttezza. Stone decide la struttura della pellicola puntando alla linearità, all'ordine e alla ricerca di un messaggio schietto: la gente comune ed ampiamente imperfetta può aver la forza di far quel che è giusto, quando è necessario. È un messaggio che Stone decide di esplicitare, senza che la scelta sia superflua, attraverso il voice-over finale del protagonista John McLoughlin, il solito uomo di poche parole. Non troppo simpatico né adatto per una promozione, vive come molti suoi colleghi poliziotti in una villetta nel New Jersey, con una bella moglie e dei figli. Non è da questa normalità che il film parte, però. Il primo segmento copre l'arco di tempo che va dall'inizio della giornata, con la vista su Manhattan che si erige maestosa con le sue torri ancora su, il viaggio fino al luogo di lavoro e gli appelli in distretto, fino al crollo della torre 2. La camera si innalza poi sulle rovine, si allarga oltre la città abbracciando tutta la megalopoli atlantica. Qui ci sono le famiglie dei poliziotti; più in là, addirittura nel Wisconsin, loro colleghi pensano di partire per dare una mano. Donna McLoughlin e Allison Jimeno (Maria Bello e Maggie Gyllenhaal, in due ottime prove) attendono notizie: la prima ha a che fare con quattro figli irrequieti, la seconda con una bambina di quattro anni ed una in procinto di nascere. Mentre con le loro famiglie si dibattono fra cose quotidiane nella stessa maniera frastornata nella quale i bar ed i barbieri continuano a funzionare mentre in tv va in onda la catastrofe, i loro mariti (Will Jimeno è interpretato da Michael Peña) sono gli unici della squadra di soccorso ad essere ancora vivi, svegli anche grazie al dolore, sotto le macerie. Vediamo gli uni e le altre alternativamente, in dialogo attraverso uno spazio di speranza che si apre fra le macerie. Si affaccia una carica spirituale fatta di flashback, dialoghi immaginari o reali, apparizioni divine (Cristo abbaglia Jimeno, credente, offrendogli una bottiglia d'acqua: vaneggiamento, ma chi può in assoluta onestà escluderlo?): tutto porta verso il traguardo della luce, come in un abbraccio verso la risurrezione personale e collettiva. Sembra di trovarsi dalle parti di Wenders e del suo La terra dell'abbondanza, come conferma l'apparentemente discutibile innesto salvifico-delirante (stemperato però, si noti bene, da una battuta fulminea) dell'ex-Marine del Connecticut Dave Karnes (Michael Shannon), che si rasa a zero, si cinge di tuta mimetica e parte. Tutto il resto si iscrive nei canoni del melodramma, con quanto di più classicamente cinematografico questo comporta, organizzato a discorso forse tacciabile di retorica, ma onesto. World Trade Center altro non è che una celebrazione degli strati popolari che giorno per giorno fanno la dignità di una nazione partita in guerra guidata da un presidente che quel giorno non c'era (si vede solo alla tv, dopo l'imbarazzante silenzio nella scuola elementare e prima di partire sull'Air Force One), sorretta e forse accecata da un puro amore per la propria sopravvivenza. Quel giorno è da celebrare perché ha ricordato a quegli uomini e a quelle donne quei valori semplici che sono parte essenziale delle loro vite, sopiti dalle normali traversie del quotidiano. Non sono straordinari eroi (non fioccano volontari quando McLoughlin propone di salire a fare il proprio dovere; la macchina degli aiuti fa acqua; qualcuno preferisce farla finita anziché lottare fino alla fine; i rapporti matrimoniali sono complicati), ma sanno ritrovarsi e ridarsi un senso: sanno esser solidali. Giudizio: ![]()
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Pezzulo. Jimeno. Rodrigues. Le tre targhe sugli armadietti nella stazione della Port Authority che Oliver Stone decide di scolpire nelle nostre menti. Sono i tre agenti con cognomi non WASP che la mattina dell'11 settembre 2001 seguiranno il sergente WASP John McLoughlin (Nicolas Cage) verso la torre nord del World Trade Center per cercare di portar fuori più gente possibile. Le targhette appaiono poco dopo l'inizio del film; poco prima della fine, in un ospedale in piena attività, vedremo un muro tappezzato di bigliettini con volti ed altri nomi, di dispersi. Tutti questi volti e queste lettere stampate compongono l'ideale bandiera americana che Stone vuole appendere con questo film: non è di quelle sventolanti a stelle e strisce, sono solo le facce che a vario titolo appartengono alla metropoli.









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