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| Sabato 11 Novembre 2006 14:49 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE L'ultimo di Ken Loach, vincitore della Palma d'Oro a Cannes nell'anno della quasi scontata vittoria di Volver, è un pamphlet asciutto che, dopo il politicamente più disimpegnato Un bacio appassionato, riprende la scia storica di Terra e libertà e La canzone di Carla. Stavolta il soggetto è l'indipendenza irlandese in alcuni dei suoi anni decisivi, dal 1920 alla costituzione del Libero Stato d'Irlanda nel 1922.Il giovane irlandese Damien O'Sullivan (Cillian Murphy, 28 giorni dopo) sta per partire per Londra per esercitare la professione di medico. Al contrario della comunità del suo villaggio, è poco interessato alle lotte indipendentiste anche dopo che l'esercito inglese uccide un suo amico che si ostinava a parlare in gaelico. Il giorno della sua partenza alla stazione, i soldati inglesi aggrediscono il macchinista che, come deciso dal sindacato, si rifiuta di farli salire. Lo stesso giorno, Damien si unisce ai repubblicani. La sceneggiatura del fido Paul Laverty si concentra per una buona ora sulla ferocia dei dominatori di Sua Maestà e prepara una seconda parte nella quale, attraverso la contrapposizione crescentemente acuta fra il protagonista e suo fratello Teddy (Padraic Delaney), divenuto membro di spicco dell'IRA, si passa ad una presentazione più esplicitamente di stampo civile ed espositivo. In entrambi i frangenti, Loach mantiene come suo solito uno stile scarno da osservatore, nervoso solo nella prima concitata aggressione dell'esercito. I temi toccati riflettono la contrapposizione fra le due metà della pellicola: dapprima aggressione straniera ed identità, poi discorso storico e militante. Il focus è su Damien, giovane istruito e «parte buona» d'Irlanda. Da realista distaccato già proiettato ad un brillante futuro, si trasforma in idealista combattente che contrasta l'accordo «fantoccio» raggiunto con gli Inglesi in nome di spinte di puro socialismo. Murphy si conferma interprete carismatico, ma nell'evoluzione del suo personaggio si segnala un'eccessiva schematicità che, se comprensibile per i secondari, nuoce ad un film che vuole ricostruire proprio attraverso di lui. Si consideri come lampante esempio la repentinità con la quale, dopo un episodio tutt'altro che sconvolgente (l'aggressione al macchinista), Damien si convince di una lotta che non l'aveva interessato neppure dopo lo spietato omicidio di un amico d'infanzia. Loach riesce a creare un lieve crescendo e e dar un buon ritmo all'azione, sfruttando ottimamente soprattutto nella prima parte i pochi mezzi disponibili – fra questi, l'uso della luce e dei colori naturali (fotografia di Barry Ackroyd). La scelta – ovvia – di parlare attraverso l'esperienza sofferta di semplice gente di villaggio implica l'unidirezionalità con la quale vengono dipinti i perfidi occupanti. Mentre il film si avvia a scavare nel conflitto ponendo in risalto lo scontro fra fratelli, e dunque fra fazioni di una stessa nazione destinato alla tragedia finale, la scelta di puntare sui due personaggi-simbolo riesce sì in una qualche misura a riassumere in loro le varie anime, ma penalizza un quadro corale che potrebbe invece contare su interpreti secondari apprezzabili (Orla Fitzgerald, Liam Cunningham, Roger Allam) che avrebbero aiutato a rendere lo scioglimento più d'impatto. Giudizio: ![]()
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