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| Intrigo a Berlino |
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| Martedì 06 Marzo 2007 20:25 | |||
Titolo originale: The Good GermanNazione: U.S.A. Anno: 2006 Genere: Drammatico, Thriller Durata: 107' Regia: Steven Soderbergh Sito ufficiale: www.thegoodgerman.warnerbros.com Sito italiano: wwws.warnerbros.it/thegoodgerman Cast: George Clooney, Cate Blanchett, Tobey Maguire, Leland Orser, Tony Curran, Beau Bridges, Robin Weigert, Dave Power Produzione: Sunset-Gowers Studios, Warner Bros. Pictures, Section Eight Ltd., Virtual Studios Distribuzione: Warner Bros. Data di uscita: 2 Marzo 2007 Trama: Germania, 1945. Il reporter americano Jake Geismar viene inviato a Berlino per seguire la conferenza di Potsdam. In realtà, Jake ha accettato l'incarico perché spera di ritrovare Lena, la ragazza tedesca di cui è innamorato ma che ha perso di vista a causa della guerra. Durante il soggiorno di Jake nella città, ormai divisa in settori, un soldato americano viene trovato assassinato nella parte controllata dai russi. Il reporter ben presto si rende conto che l'ex marito di Lena potrebbe essere coinvolto nell'omicidio e inizia una rischiosa indagine che lo porterà a conoscenza di pericolosi intrighi internazionali... (Yahoo)
Recensione di PIETRO SIGNORELLI ![]() La storia tra l'altro, contrariamente ad altri lavori di Soderbergh che possono risultare criptici od ostici al grande pubblico (inutile ricordare lo sperimentalistico Full Frontal), scorre via benissimo, e se è vero che il lavoro si concentra soprattutto sul visivo, non c'è nulla che possa impedire una fruizione appassionante, intrigante e di grande effetto con alcune cognizioni espresse di grande pregio della situazione post bellica. Tra l'altro anche il non esperto o che non ha mai visto Casablanca non addita ad ingenue o superate certe scene ma ne riconosce lo spirito omaggiante, riconoscendo lo sforzo tutt'altro che facile di riproporre con qualità. Nel reparto attori, oltre a un convincente Clooney,(che sappiamo benissimo interpretare solo parti in cui crede veramente), abbiamo un Toby ”Spiderman” Maguire che abbandona i panni del bravo ragazzo per interpretare un violento e avido sfruttatore (stupendo il dialogo tra lui e il venditore senza gambe dell'inizio), prova convincente che quando a dirigere c'è un indipendente (forse l'indipendente per antonomasia di oggi oltre a Lynch) anche gli attori si liberano di alcune pastoie sia iconografiche che recitative, come del resto la stupenda Blanchett(orrendamente doppiata, anno veramente nero per i doppiaggi questo...) che disegna lucidamente un ritratto di dark lady affascinante, tenebroso e di grande rimando alle sue illustrissime colleghe del passato(oltre che la gentile figura di Ingrid Bergman del titolo rimando, la splendida Marlene Dietrich). Grande lavoro in tutti i settori, di composizione e recitazione, per un film fuori dal tempo che di prepotenza vuole farci capire che le basi di quanto ora vediamo non perdono assolutamente di impatto riproposte con questa intensità, invogliandoci a noleggiare vecchi classici oppure ad abituare il nostro occhio moderno alle cognizioni fondanti. Un pasto prelibato per i cinefili, ma un buonissimo film anche per lo spettatore occasionale che uscirà dalla sala soddisfatto da questa pellicola, intensa, coinvolgente, che offre anche degli spunti su quanto in fondo gli orrori della guerra non erano volontà solo dei cattivi. Giudizio: Recensione di ALBERTO DI FELICE Steven Soderbergh ha sempre provocato mal celate (anzi, affatto celate) storture di naso. Il suo nome è presso l'onesta ed intollerante cinefilia sinonimo di pretestuosità, prestamente liquidato come "tutto fumo e niente arrosto". Per farsi volere ancora più male, il Nostro partorisce con cavillosa precisione filologica (aspect ratio 1.66:1; microfoni, luci e lenti come nel '45) una riproposizione "a dimesioni reali" del noir à la Il terzo uomo/Casablanca.La questione Soderbergh comincia ormai a farsi stancante, e andrebbe seriamente ridimensionata. Mi sembra facilmente sostenibile —ancor più alla luce di Bubble— che il georgiano stia (direi, diabolicamente) inventandosi un modo di essere a tutti gli effetti un autore sui generis nella selva hollywoodiana, speculando sulla stessa (l'attività da produttore —tra l'altro di cose eccelse come l'altra operazione filologica che è Lontano dal paradiso— è tutt'altro che accessoria) in modo da trovarsi un po' di spazio per giocherellare in allegria. E Intrigo a Berlino è senza dubbio il giochetto di un cinefilo, uno studente modello d'accademia. Ma, appunto, stabilito che questa è la sua natura, cosa può infastidire —o peggio, offendere? Lascio la risposta agli esponenti della di cui sopra cinefilia. Quello che vedo io è un lavoro che non è semplicemente una copia in carta carbone, ma anzi ha una componente riflessiva ben identificabile. A parlare è l'operazione stessa, i cui dettagli non sono solo nella esattezza formale ma negli spazi che si aprono all'interno di questa. Come definire altrimenti un film che assume tutta la facciata di un genere topico, il noir (cinema che più cinema non si può), mischiando la ferrea ortodossia a piccoli elementi eterodossi? È cinema che rispecchia candidamente il suo divenire, lo cristallizza nei meccanismi del passato facendone intuire la deviazione. Non lo fa certo in maniera coraggiosa come faceva il meraviglioso film di Haynes, ma guardando ai dettagli c'è un riverbero pensante che quasi sconcerta. Giudizio:
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Titolo originale: The Good German
Steven Soderbergh ha sempre provocato mal celate (anzi, affatto celate) storture di naso. Il suo nome è presso l'onesta ed intollerante cinefilia sinonimo di pretestuosità, prestamente liquidato come "tutto fumo e niente arrosto". Per farsi volere ancora più male, il Nostro partorisce con cavillosa precisione filologica (aspect ratio 1.66:1; microfoni, luci e lenti come nel '45) una riproposizione "a dimesioni reali" del noir à la Il terzo uomo/Casablanca.








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