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| L'albero della vita – The Fountain |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Martedì 03 Aprile 2007 02:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di PIETRO SIGNORELLI Tre epoche diverse per chiarire un concetto atavico e immortale: il vero amore non muore mai. Attraverso passato, presente e futuro, il regista Darren Aronofsky tratteggia un affresco di grande visualità, impreziosito dalla fotografia di Matthew Libatique (uno dei direttori della fotografia prediletti da Spike Lee) e fortemente voluto da lui stesso in quanto tratto da un suo racconto scritto a quattro mani con Ari Handel.Partendo dai conquistadores spagnoli alla ricerca di un misterioso albero che dona la vita eterna, si prosegue con andata e ritorno nelle spire del tempo in un gioco di conoscenza del passato vissuto e scrittura di un libro sul futuro possibile, con la rabbia costante della paura di perdere la vita ma soprattutto, come conseguenza di questo, l'amore eterno che si è dichiarato in epoche ormai lontane. Il motivo dominante del film è raffigurato dalla parola «finiscilo», nove semplici lettere che la Weisz (stupenda sia nelle vesti della regina Isabel sia in quelle della bianchissima Izzi Creo, simbolo etereo di purezza e tranquillità) ripete più volte, tentando di convincere l'amato Tomas/Tommy/Tom Creo (Hugh Jackman, che partendo da una versione con barba e capelli folti nei panni dl conquistador spagnolo, piena di forza e di rabbia, arriva via via a una pelata e riflessiva) alla chiusura, scrivendolo, dell'ultimo capitolo del libro che nell'epoca di mezzo sta leggendo per ricongiungere i fili di una storia che sembra inevitabilmente debba terminare con la morte, che giunge dopo una malattia, dolore fisico che paradossalmente può donare quella felicità e tranquillità sempre mancante, nella spasmodica ricerca di vivere per sempre insieme, tranquillità alla quale Izzi vuole convincere l'amato senza tempo. Concetto mai corrisposto, che alla fine rischia di essere solo un continuo assommarsi di cerchi del legno che non trovano mai un centro definito come quelli dell'albero che invecchia e avvizzisce. Svolgendosi lungo tre epoche assistiamo a uno spettacolo diversificato (appesantito inoltre dal fatto che la narrazione non è lineare ma segnata da continui salti avanti e indietro), con soddisfazione di avere ambientazioni sempre diverse, da quella forestale, quella urbano-ospedaliera, e infine un microcosmo vegetale simile ad una bolla di sapone che vaga nello spazio. Il limite che si riscontra nella visione di questo «albero» è che il concetto basilare viene ripetuto all'infinito, estremizzando i limiti del suo elastico narrativo, con continue riflessioni anche un po' banali nella parte del presente che diventano monotone litanie, per poi scatenarsi in un finale pirotecnico di grande visualità dove Libatique ha potuto mostrare le sue capacità con una fotografia di altissimo livello che impreziosisce e illumina una saranbanda di effetti speciali notevoli, che hanno il loro fulcro nella primavera improvvisa dei germogli. Di fatto le due parti esterne del tempo sono le migliori, più coinvolgenti sia nella riflessione che nell'azione in quanto più visuali della centrale troppo banale e piatta. Portandosi dietro l'albero per il tempo Aronofsky, che torna alla regia dopo Requiem for a Dream (2000) e che praticamente aveva prima di Requiem girato solo un lungometraggio prodotto con soldi di amici e parenti, e che nella vita è il fidanzato della Weisz, vuole tratteggiare un novello paradiso dell'Eden, mentre Adamo ed Eva devono giocoforza separare le loro esistenze perché l'albero porta i germogli di una storia lunga ma non fruttuosa che non trova mai vera consolazione, parafrasi del film che racconta con un percorso troppo lungo troppo poco, cercando storia in radici senza propaggini. Giudizio: ![]() Recensione di ALBERTO DI FELICE Se al momento in cui scrivo (e per quanto possa valere) il film di Aronofsky ha una media di 7.6 su IMDb, The Fountain (ma direi che il titolo italiano è più appropriato) è stato apprezzato più dal pubblico che dalla critica. Per una volta se ne può gioire, e pensando a qualche recensione che ho letto e che dovrebbe giustificare una bocciatura o un'accoglienza tiepida, non posso che farlo. Nel suo dizionario dei film, Mereghetti scrive: «A essere sbagliata è proprio l'idea di partenza: fondere la tradizione del mélo fantastico anni Quaranta, puzzle temporali cyberpunk e un insulso misticismo new age». Tralasciando il fatto che io non credo esistano combinazioni in partenza improponibili, Mereghetti sbaglia (o semplifica eccessivamente) come altri proprio nell'individuare gli elementi che sarebbero sbagliati.È abbastanza naturale dare l'etichetta «new age» quando vedi spuntare uno Hugh Jackman pelato maestro buddhista che in una bolla con un albero di cui mangia la corteccia se ne va a spasso verso una nebulosa. Qualcuno potrebbe anche ridere, e capirei. Ma a conti fatti questo film di new age non ha molto. Di certo, l'idea di uno scambio interdimensionale fra diversi livelli temporali, e soprattutto la figura metafisica dello Jackman del futuro che fa da viatico per una nuova consapevolezza esistenziale, rientrano fra le componenti di quel composito movimento; tuttavia Aronofsky li mescola in maniera autonoma in una sorta di poema pittorico molto intimo e sincero, una nuova versione del mito di Prometeo. Il fatto che la Weisz – che avrebbe partorito a poco più di un anno dalla fine delle riprese – sia la moglie non fa che renderlo evidente. Come nota Roger Ebert, in molti (forse resi pigri da un pressbook che sciaguratamente li informava parecchio male) non devono aver capito che in questo film c'è solo una dimensione temporale reale, quella del presente in cui lo scienziato Tomas (Jackman) cerca ostinatamente di trovare una cura che possa far regredire il cancro al cervello della moglie Izzi (Rachel Weisz). Per cui non è vero che, citando di nuovo Mereghetti, «il medico Tom Verde (Jackman) si mette alla ricerca del leggendario “Albero della vita”, sulle stesse tracce che aveva già percorso nel sedicesimo secolo il cavaliere Tommaso (sempre Jackman), spedito dalla regina Isabella di Spagna (Weisz) alla conquista dell'America Latina, e che percorrerà nel ventiseiesimo secolo un astronauta calvo (ancora Jackman)». Da qui Aronofsky instaura una struttura orbicolare che interagendo figurativamente con il libro che Izzi ha scritto, dove nel sedicesimo secolo la regina Isabella invia il suo cavaliere a trovare l'albero della vita, rimane chiusa in un limbo ossessivo, l'incapacità di Tomas, da novello dottor Frankenstein, di accettare l'esito naturale delle cose e la sua ricerca di un modo per cancellarlo anziché farne tesoro, fin quando non troverà la forza di terminare il libro scrivendo di sua mano l'ultimo capitolo come richiesto da Izzi prima di morire. Aronofsky non usa il tempo come blanda e inutilmente macchinosa metafora mistica di un amore che viaggia avanti e indietro nei secoli, ma rendendolo materializzazione sincronica dei ricordi e del rovello di un individuo, filtrati dalla traslazione simbolica in un altro passato da parte della sua compagna morente, ed elaborati nella loro evoluzione cosmica, verso quella nebulosa che per i Maya nascondeva il regno dei morti. Un film in realtà semplicissimo e purissimo, che ho amato. Giudizio: ![]()
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Tre epoche diverse per chiarire un concetto atavico e immortale: il vero amore non muore mai. Attraverso passato, presente e futuro, il regista Darren Aronofsky tratteggia un affresco di grande visualità, impreziosito dalla fotografia di Matthew Libatique (uno dei direttori della fotografia prediletti da Spike Lee) e fortemente voluto da lui stesso in quanto tratto da un suo racconto scritto a quattro mani con Ari Handel.
Se al momento in cui scrivo (e per quanto possa valere) il film di Aronofsky ha una media di 7.6 su IMDb, The Fountain (ma direi che il titolo italiano è più appropriato) è stato apprezzato più dal pubblico che dalla critica. Per una volta se ne può gioire, e pensando a qualche recensione che ho letto e che dovrebbe giustificare una bocciatura o un'accoglienza tiepida, non posso che farlo. Nel suo dizionario dei film, Mereghetti scrive: «A essere sbagliata è proprio l'idea di partenza: fondere la tradizione del mélo fantastico anni Quaranta, puzzle temporali cyberpunk e un insulso misticismo new age». Tralasciando il fatto che io non credo esistano combinazioni in partenza improponibili, Mereghetti sbaglia (o semplifica eccessivamente) come altri proprio nell'individuare gli elementi che sarebbero sbagliati.









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