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The Bridge - Il ponte dei suicidi Stampa E-mail
Sabato 05 Maggio 2007 02:00
Voto: ** (su ****)  Recensione di Emanuele Rauco
The Bridge - Il ponte dei suicidiIl cinema è anche questione di morale, come dovrebbe esserlo più o meno tutta la vita di un essere umano, morte compresa ci verrebbe da dire. Specie se parliamo di un documentario che la morte tratta.
Sul filo del rasoio tra morale ed immorale, Eric Steel ha deciso di realizzare il suo documentario, mettendo in scena il suicidio, il prima, il durante e il dopo. Ma soprattutto mettendo in scena il luogo al mondo col maggior numero di suicidi: il Golden Gate Bridge di San Francisco.
Incuriosito dalle statistiche sul numero di suicidi effettuati da quel ponte, il regista ha piazzato la macchina da presa di fronte ad esso, ne ha ripreso l’attività, tentati e riusciti suicidi compresi, e poi ha intervistato parenti ed amici delle vittime.
Ha anche prodotto il film assieme ad Alison Palmer Bourke e Evan Shapiro, e ne ha tratto un documentario che è un viaggio toccante e morboso all’interno di uno degli eventi più misteriosi che possano accadere in una vita, analizzandone cause e conseguenze, avendo l’insolita possibilità di riprendere molti di essi suo malgrado. Ma più che l’analisi sembra solo il dolore ad interessargli.

Ambientato durante le tipiche giornate di vita sul suggestivo ponte, tra kite-surf, passeggiate, foto e lanci che la fotografia di Peter McCandless mette in scena con una cura fin troppo ostentata e tocchi di lirismo, il film è un documentario piuttosto provocatorio, come chiede la moda del momento, che parte in maniera riuscito ed interessante, ma che va perdendo forza e spessore, ripetendosi alla ricerca di un fulcro forte, di un centro di gravità che non sembra trovare.
Il principale difetto del film è nello svolgimento più che nell’idea: dopo la precisione e la puntualità dell’incipit, il film naviga a vista, fallisce, o forse non capisce, gli obiettivi a propria disposizione. Steel alterna troppo, e troppo meccanicamente, le riprese del ponte e dei suoi saltatori (Jumpers è il titolo del libro che ha ispirato il film) con interviste e testimonianze, cosicché il film perda per strada la sua originalità potenziale, la sua peculiarità.
Senza approfondire i motivi e le condizioni sociali ed ambientali di chi muore, né i turbamenti psicologici di chi resta, e senza rispondere alla domanda più ghiotta del film,vale a dire perché proprio quel ponte, a Steel non resta altro che mettere in scena il dolore, cercandolo esplicitamente, senza speculare, ma senza nemmeno trovare la giusta distanza, insistendo sulle parole delle vittime o dei congiunti, cercando il pubblico attraverso la via più facile, la scorciatoia emotiva.
Facendo perciò tornare a galla la questione della correttezza e della moralità di film di questo tipo (con le dovute differenze, non siamo lontani teoricamente da un mondo-movie): perché se riprendere in diretta la morte è di dubbio gusto, il contatto così ostentato col dolore diventa quasi voglia di spettacolarizzazione. Ci sentiamo di credere alla buona fede del regista, che riesce a toccare qualche corda giusta e a rendere la bellezza pacifica di un luogo dove si cerca la pace eterna; ma se possiamo comprendere e giustificare il risultato finale, ci risulta più difficile comprenderne ed giustificarne i mezzi. Perché se di un documentario non riusciamo a capirne il perché, non è affatto un buon segno.

Emanuele Rauco
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