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Halloween: The Beginning Stampa E-mail
Scritto da Cine Zone   
Sabato 05 Gennaio 2008 14:20
Halloween: The BeginningTitolo originale: Halloween
Nazione: U.S.A.
Anno: 2007
Genere: Horror
Durata: 109'
Regia: Rob Zombie
Sito ufficiale: www.halloween-themovie.com
Cast: Heather Bowen, Sheri Moon Zombie, Daeg Faerch, Malcolm McDowell, Tyler Mane, Brad Dourif, Clint Howard, Danny Trejo, Danielle Harris, Scout Taylor-Compton, Danielle Harris, Kirstina Klebe, Hanna Hall, Willian “Bill” Forsythe
Produzione: Dimension Films, Nightfall Productions, Spectacle Entertainment Group, Trancas International Films

Trama: 1963. Durante la notte di Halloween, la tranquilla cittadina di Haddenfield viene sconvolta da un triplice omicidio. Michael Myers, a soli 10 anni, uccide brutalmente il compagno della madre, sua sorella e il fidanzato di lei. Rinchiuso nello Smith's Grove Sanitarium, viene preso in cura dal dottor Sam Loomis. Sedici anni dopo, Michael scappa dal manicomio e torna nella sua cittadina. Il ragazzo è alla ricerca dell'unica persona che gli stia a cuore, la sorellina Laurie. Durante le sue ricerche, però, Michael eliminerà ogni possibile ostacolo umano dal suo cammino. (Yahoo)

Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Halloween: The BeginningDopo averci provato con Non aprite quella porta e in altre occasioni, il cinema americano dell'orrore ci riprova a partire da zero, con l'approvazione del suo autore originale John Carpenter, qui in veste di promoter come recita la locandina. Quasi che fosse una sorta di necessità assoluta quella di non andare avanti con le storyline per non scoraggiare il pubblico pagante (magari una dicitura Halloween 9, questa sarebbe stata con il film nuovo la conta dei capitoli, poteva far pensare a qualcuno che non sapendo cosa fosse avvenuto prima si perdeva il senso e la comprensione, peccato che dal quarto capitolo fossero tutti uguali, con un terzo senza Myers, il killer inarrestabile arriva, bodycount e solita lotta finale con l'ultima vittima tosta, con finalino scontato che presume un nuovo capitolo e la rinascita del protagonista macellatore) si cerca di ripartire con nuova numerazione per riproporre in chiave moderna quello che è già stato fatto e detto.
Di fatto l'interesse per questo progetto era più legato al nome del regista chiamato a dirigerlo che per il personaggio del serial killer protagonista, dato che Rob Zombie, metal rocker dedicatosi alla regia, ha firmato due interessanti film horror in dittico come La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo. Di fatto la serie di Halloween, dopo il primo capitolo considerato importantissimo per le ispirazioni della filmografia slasher moderna, ha perso man mano ogni mordente (e pubblico) rispetto ad altre serie come Nightmare e Venerdì 13, e molti suoi capitoli sono arrivati privi di qualsiasi qualità e da noi solo in home video, scompaginando anche i fan più accaniti per i continui ritorni dalle morti prive di senso di vari protagonisti, dove di fatto Halloween 20 anni dopo, ripartiva dimenticando completamente quello successo dopo H2. Diversamente dalle serie citate sopra che hanno cercato di rivitalizzarsi con uno scontro face to face (Freddy vs Jason), per Halloween si è optato per il tabula rasa e il back to basic.
La trama è molto semplice: siamo al 31 ottobre del 1963 nella cittadina di Haddonfield, mentre tutti i bambini e ragazzi non vedono l'ora di bussare alle porte per il tradizionale "dolcetto o scherzetto", l'adolescente Michael Myers (interpretato molto bene dall'esordiente giovanissimo Daeg Faerch) si diletta con ben altro, e cresciuto in seno a una famiglia disastrata, (padre sempre ubriaco e più attento alle procaci forme della figliastra che alla sua educazione, madre strip dancer e sorellastra che non gli mostra nessun interesse d'affetto, chiudendo con una sorellina infante), la notte di Halloween scatena una furia infernale che lo porta ad essere protagonista di uno sterminio di massa, a cui sopravvive solo la sorellina più piccola. Chiusosi poi in un mutismo totale, viene rinchiuso per 17 anni in un ospedale psichiatrico con le sue maschere da cui è ossessionato sotto le cure del professor Loomis, ma ormai il tempo di ricongiungersi con la sola sopravvissuta della sua famiglia è giunto.
Film quindi diviso in due parti, una che narra la giovinezza del serial killer (confusamente narrata anche nel misconosciuto Halloween 6, la maledizione di Michael Myers) e una che ripercorre il primo Halloween del 1978 in maniera quasi lineare con piccole insignificanti variazioni.
Di fatto la storyline migliore è la prima, quando Zombie si concentra sul ragazzo complessato, sulle sue maschere e sulla sua psiche devastata, dando un convincente ritratto della follia concentrata e repressa destinata ad esplodere in seguito.
Qui il marciume familiare è ben presentato, l'avvenente Sheri Moon (moglie di Zombie) è una madre premurosa e l'unica ad avere delle cure per il figlio, mentre tutti gli altri sono ostici e, peggio ancora, del tutto incuranti dei suoi problemi. Zombie cita bene il suo cinema con l'inquietante maschera del clown (ricordando Capitan Spaulding del suo dittico, interpretato da Sid Haig, qui in una particina minore), poi prosegue con l'atto efferato causa di tutto con una buona scena slasher. Poi, improvvisamente, dopo questo prologo, il film scompare. Pur usando un cast di primo ordine, pensate che il dottor Loomis, nemesi storica di Myers (originariamente era lo scomparso Donald Pleasance) è interpretato niente meno che da Malcolm McDowell (l'indimenticabile Alex di Arancia meccanica) e le altre parti da suoi fidati attori di lavori precedenti, come oltre ai già citati Moon e Haig, Ken Foree, William Forsythe, Danny Trejo, Lew Temple, il regista metallaro si preoccupa molto di far vedere i seni delle procaci vittime, ben poco di creare tensione a dovere, e di dire qualcosa di nuovo rispetto al passato, perdendo in questa seconda ideale trance di film, ogni cifra autoriale. Con sotto le immortali note della colonna sonora ideata da Carpenter, le immagini scorrono monotone tra citazioni più o meno evidenti (la scena del fantasma occhialuto e i piedi in aria sospesi delle vittime che sbattono sul muro per evidenziare la statura di Tyler Mane, presente in Troy ed ex wrestler, che interpreta Myers adulto), senza nessuna valida alternativa di scelta rispetto al passato rendendo il lavoro a questo punto del tutto una ripetitiva riproposizione e non un adattamento stimolante.
Di fatto l'assenza di parole e la maschera/icona (qui trovata in un modo assai poco credibile e sfuggita in seguito ad indagini serie e dettagliate) da parte del serial killer era un fattore che precludeva ogni espressività, se poi le sue azioni si limitano a una passeggiata con coltellaccio e ad assurdi stridolii visti mille volte ai tempi della sua creazione, con pubblico diverso e con preparazione diseguale a quello di oggi, il suo dipanarsi ha l'unica chance emotiva nel gioco di riconoscere camei e presenze fisiche degli attori (di cui purtroppo non c'è presenza dell'ormai stanca della parte Jamie Lee Curtis, che aveva preteso una morte veloce nel capitolo ottavo). In definitiva un film monotono, poco emotivo e senza mordente, perso nel suo riproporre moderno ma uguale, dove le differenze reali sono date dalle maggiori possibilità rispetto al passato di mostrare i corpi e la pelle, che poteva tranquillamente fermarsi al prologo per poi far apparire una mappa del videonoleggio più vicino dove è presente il primo film della serie eseguito dal tuttofare Carpenter, inconstante regista ma che nel 1978 aveva budget poveri ma valori suggestivi di proposizione.
La mezza stelletta in più è data solo per via del buon inizio, il film lo potete evitare in tutta tranquillità.

Giudizio:
1.5


Recensione di EMANUELE RAUCO

Halloween: The BeginningLa sua figura è stata una delle più inquietanti del cinema d'orrore a cavallo tra i '70 e gli '80, giunta fino a noi attraverso seguiti e imitazioni: maschera bianca senza lineamenti e un coltellaccio pronto a squarciare carni. Michael Meyers, l'assassino psicopatico creato nel '78 da John Carpenter è tornato.
Grazie al cielo però non siamo qui a parlarvi dell'ennesimo sequel rimasticato, del clone di una matrice ormai dissanguata (la serie ha toccato quota 8), ma di un progetto diverso, che mescola prequel, remake e rilettura, gestito dalla sapiente mano atroce di Rob Zombie. E il risultato provoca, almeno per l'appassionato, una certa goduria.
Scritto da Rob Zombie, sulla sceneggiatura originale di John Carpenter e Debra Hill, un horror drammatico, tragico ed esistenziale - oltre che piuttosto violento - che da un lato racconta la nascita di Michael Meyers e il suo devastato sviluppo (ed è la parte di operazione, non nuova, a cui Zombie non voleva prendere parte), dall'altro rilegge, distrugge e ribalta il film originario, facendo un'operazione di remaking molto più radicale di quanto non sembri.
Nettamente diviso in 2 parti, come due film differenti, il film è il tentativo molto coraggioso di rileggere un classico seminale del genere di paura ribaltandone quasi risultati e premesse, validandone la potenza cinematografica, ma anche sottolineando la datazione di quel materiale: se il film di Carpenter era del tutto teorico e filmico, giocando esclusivamente sulla suspense e negando la catarsi del sangue e del gore, questo è tutto psicologico e sociale, più esplicitamente nella prima parte, dove il personaggio di Meyers è sottoposto a una vera e propria indagine dai toni intensi e convincenti, più sottilmente nella seconda, dove la famiglia di Laurie diventa specchio conforme - e perciò ancora più malato - della deforme visione del mondo di Michael e il finale di genere rappresenta l'esplodere di una furia sociale ormai inevitabile.
Zombie non abbellisce il marcio, non si fa corrompere dai soldi e dalle ambizioni di grossa distribuzione e arretra di rado di fronte a qualcosa, arricchendo il film di affascinanti cambi di registro e dando uno spessore metaforico anche al duello finale, sul filo del già visto (il razionale contro l'irrazionale, il sentimento della paura e la paura dei sentimenti, la rabbia e le repressione che non possono fermarsi).
Anche se poi, nella sceneggiatura, si rischia di affastellare troppa carne al fuoco, portando così la parte prima dello scontro finale a girare un po' a vuoto; meno male che la regia di Zombie è forte e intelligente, acuta e violenta e, nel finale, quasi anarchica e selvaggia, pur senza raggiungere le vette del suo film precedente (La casa del diavolo).
Un film convincente e molto interessante, ulteriore testimonianza di un talento ruspante e lucido che sa fare genere e al contempo guardare il mondo, tanto possente e spiazzante da vedersi il film tagliato e rimescolato in sede di post-produzione (tanto che la copia è abbastanza diversa da quella uscita in America) e talmente radicale da permettersi il lusso di sacrificare al suo discorso anche un mito come Malcolm McDowell. E come non si può voler bene a un film che a 5' dall'inizio ci ha già fatto sentire "God of Thunder" dei Kiss e "Don't fear the reaper" dei Blue Oyster Cult?

Giudizio: 2.5
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