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| Il petroliere |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Venerdì 15 Febbraio 2008 13:24 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Un attore si porta sempre dietro quanto ha fatto in precedenza. La cosa non vale nella sostanza meno che per i registi, anche se funziona in maniera molto diversa. Nel caso in questione, non si può non riflettere almeno incidentalmente sul fatto che Daniel Day-Lewis sulle sue spalle, sotto i baffi ed il cappello di Daniel Plainview, porta un surplus di significato avendo incarnato in passato l'ultimo dei Mohicani manniano e due diverse figure scorsesiane del grande affresco d'America scorsesiano. Questo è un altro affresco d'America che di scorsesiano ha molto, sebbene non nella forma, e anche solo dall'aviatore al petroliere non serve molto per capirlo.Day-Lewis è, va da sé, il centro del film. Sfortunatamente lo è troppo. Tornato al lavoro, Paul Thomas Anderson non fa un'epopea, o almeno non fa un'epopea nel senso convenzionale del termine. Lungo una trentina d'anni sceglie una figura ed il piccolo scorcio di Paese che questa aiuta a dipingere, se non a spiegare. Nello spazio ristretto e sterminato come i grandi spazi dell'Ovest di una piccola comunità, si ritrovano i miti dell'adozione di una terra nuova, aspra ma ricca, nella quale dove si ricavano solo erbacce ed acqua salata si costruisce un ambiente plasmato dall'uomo. Questa saga non ha uno sfondo che agisce: l'unica cosa che si muove sono abili macchinatori nei cui destini senza storia si risolverà tutto. Anderson nega la necessità di chiarire una genesi. Non c'è nascita in questo film, ma solo trasformazione con fini che hanno a che fare esclusivamente con l'avarizia e/o l'istinto di sopravvivenza. Non ha una storia Daniel Plainview, non ha una storia il figlio H.W. (Dillon Freasier), né il suo finto fratellastro (Kevin J. O'Connor). Non hanno una storia Paul e Eli Sunday (Paul Dano), che forse per questo sono la stessa persona. Ogni volta che ci sarebbe la possibilità di ricostruirla, il film dichiara per varie vie che nessuno dei personaggi tiene a ricordarsela, se la conosce, e anzi ne fabbrica una per sfruttarla. Il film poggia così su una costruzione fondante che si esprime con il motivo del doppio, ricercando in ricorsi ed opposizioni sotterranee la spiegazione paradigmatica—per quanto parziale—di una cultura. L'uomo, ed in particolare il protagonista col suo doppio eletto Eli Sunday, è solo con ciò che cerca di inseguire, forse proprio quella definizione, quelle radici che gli mancano. Ecco dunque che in questo spazio in cui si può ricominciare ci si può eleggere uomini fatti da sé, uno un imprenditore indipendente e l'altro un predicatore. È chiaro che siamo di fronte a due personaggi dal cui incontro nascono motivi radicati nello spirito americano. Da questi motivi vengono eclissati gli altri uomini, la comunità al cui vantaggio si dichiara devota l'azione dei due. Una comunità ridotta a semplice pubblico per l'arte oratoria di falsi profeti portatori di salvezza (l'esorcismo dello spirito e del corpo come la promessa di strade e scuole e prosperità: siamo tutti una grande «famiglia»), il cui scontro è lasciato alle azioni e promesse non mantenute, è sempre teso in ellissi fra le scene e all'interno della scena, anche quando l'ellissi è provocata da azione-reazione, uno sguardo con perfetta continuità temporale. Anderson lascia che quanto non è detto crei spazi per dubbi, o forse solo per l'espressione di un agire rudimentale e micragnoso. Ma c'è il rischio, stando così le cose, di ridurre il tutto all'esposizione di una deriva confinata alla psicologia trattenuta nel protagonista. E infatti così è. Il film si imbuca in un vortice interno già compiuto e solo in attesa di finire, rimane fermo alla tragicità lirica e stridente (perfetto lo score di Jonny Greenwood) del protagonista che fissa il suo pozzo in fiamme mentre il figlio adottivo ne viene reso sordo. Da qui, da quell'insistere conquistato su quest'uomo e sul fantasma innocente alle sue spalle, reso splendidamente con un bellissimo movimento semiavvolgente di macchina non appena inizia la sua predica ad un pubblico che alla camera sembra non interessare, non ci si muove purtroppo mai granché. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Daniel Day Lewis, il grandioso protagonista de L'ultimo dei Mohicani e di Gangs of New York, premio Oscar per Il mio piede sinistro (anche qui ha una gamba protagonista, ma è menomata invece che attiva, ed è la destra) prende letteralmente in pugno questo film dalle forti premesse e dalla realizzazione ineccepibile come stile, ma fiacco per ritmo di narrazione degli avvenimenti: sta in scena praticamente ovunque, come un novello John Wayne disegna al contrario (buono per cattivo) e in maniera uguale un personaggio carismatico, totalitario, cinico e vigoroso che domina e riempie i paesaggi. Sembra che l'arrivista Daniel Plainview sia il vero regista del film, non il pur bravo, e raro nel produrre, Paul Thomas Anderson (divenuto famoso con l'ottimo Magnolia e assente dal 2002 dopo Ubriaco d'amore con Adam Sandler), dato che tutto il film dipende da lui, gli altri personaggi sono solo pedine di poco conto (compreso il personaggio del predicatore, interpretato da un valido Paul Dano, anche un altro ruolo) facilmente manovrabili.La storia è molto semplice, e qui sta il difetto del film che non giustifica la sua durata monstre: a cavallo dell'800 e del '900, un uomo, Plainview appunto, cinico ed arrivista oltre ogni limite (vedrete nel film fino a che punto si spinge), ha un'autentica incredibile naturale capacità di scoprire giacimenti petroliferi, e lui stesso si autodefinisce «cacciatore di petrolio». Un giorno, per merito di una soffiata interessata, ne scopre uno colossale («Un oceano di petrolio») e sbaragliando ogni possibile ostacolo, con qualunque mezzo, decide di metterci le mani addosso a tutti i costi, accompagnato nell'impresa dal figlio adottivo, che ha perso il padre biologico quando era infante, morto in un incidente sul lavoro proprio mentre estraeva il prezioso liquido. Solo l'invasato predicatore della chiesa locale sembra dargli qualche grattacapo, ma il cercatore di petrolio non è tipo da scendere a compromessi. Davvero interessanti da vedere gli immensi paesaggi, notevoli le scene degli uomini coperti di oro nero estratto dalla melma a prezzo di fatiche incredibili, ma purtroppo il film gira parecchio su se stesso, stenta a decollare diluendosi in tante cose molte volte inadatte, e affida la sua sopravvivenza all'interpretazione (assoluta e da Oscar) del suo protagonista, che con i sorrisi beffardi, le cattiverie gratuite e le ciniche mete ci fa dimenticare che la pellicola in alcuni punti ci sta raccontando poco o niente. Se analizziamo concretamente il racconto, ci sarebbe lo spunto per farlo reggere al massimo 110 minuti: non si approfondisce nulla (le sofferenze dei lavoratori/estrattori, anche se raccontate, sono accantonate velocemente concentrandosi solo sul singolo, e sempre e solo su Daniel) e viene dato uno spaccato molto modesto della società del tempo. La parte migliore risulta essere quella il finale, venti minuti circa, dove il Daniel Day Lewis Show raggiunge l'apice di onnipotenza, un autentico one man film, ricordando Al Pacino nell'immortale discorso de L'avvocato del diavolo. Vengono i brividi di fronte a tanta bravura interpretativa, tanta forza e sanguigna espressività, e il significato del bel titolo americano («Ci sarà del sangue»; quello italiano preferisce ricordare il titolo del libro da cui è tratto il film, «Oil!») esplicato con efficacia sparata in faccia allo spettatore senza pietà. Un vero peccato che Anderson si sia fermato alla costruzione di un grande ritratto anziché di un affresco (come fece molto meglio Scorsese sfruttando Lewis per un altro personaggio duro come quello del macellaio di Gangs of New York), abbia dedicato ogni sforzo in questo senso cedendo alla possibilità di essere meno unilaterale, diventando blandamente descrizionista dell'ambiente, humus abitativo, rispetto a quello personal-descrittivo. Si esce dalla sala con una sorta di malcontento occulto, quasi pensando a un bel film che non ci è piaciuto, e per colpa (merito, ovviamente) di un mostruoso attore non ci accorgiamo neppure del perché. Il cinismo su cui si muove Planview farebbe venire in mente le ultime guerre del petrolio moderne, con parallela diversità che lui non ha bisogno di scuse o blande motivazioni per la sua lotta al raggiungimento della ricchezza. E anche le motivazioni di certi comportamenti non sono minimamente celate («I miei uomini non vengono in chiesa, perché devono produrre quotidianamente e devono riposare: non possono perdere tempo con Lei», si sente dire il predicatore), piuttosto portate con orgoglio quasi a bandiera di uno scopo di vita. Daniel non si è curato di una gamba spezzata per diventare ricco, figuriamoci se lo fa per il bene dell'anima, valore incorporeo che lui non riconosce minimamente, solidamente legato ai valori terreni del denaro da accumulare con frenesia (e per il quale si vende: ogni tipo di obiettivo può valere un'azione contraria a principi o dogmi – «Abbiamo la tubazione!»). Il film poi fa vedere il rapporto con il figliastro come una sorta di doverosa scorta di buonismo, ma da quest'uomo totalitario nel proprio ci si deve aspettare di tutto e di più (e di fatto il primo pozzo lo dedica non a lui ma alla bambina che potrebbe essere di scorta e sostituzione, mancando il bimbo). Non possiamo dirvi il perché per non togliervi la sorpresa di un passaggio chiave, ma anche questa cosa è tutta nell'insieme e nell'ottica di approfondire Daniel e mai di vedere come gli altri si rapportano a lui. In definitiva un film fondato, costruito su e che vive unicamente per il grandioso protagonista/dominatore, eccessivamente lungo e con qualche passaggio inutile, che racconta in maniera priva di grandangolo una vicenda che poteva essere descritta come uno spaccato della società, che alla fine non stanca solo e unicamente perché Lewis la prende per mano e se la porta sulle spalle. È una visione consigliata senza ombra di dubbio – la sua caratura tecnico-filmica è molto valida – ma è un peccato che alla fine risulti un albero pieno di rami corti ed invisibili, facendo risaltare soltanto il tronco solido e massiccio: quanto Lewis, e in fondo non il film, ci ha dato. Giudizio: ![]()
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Un attore si porta sempre dietro quanto ha fatto in precedenza. La cosa non vale nella sostanza meno che per i registi, anche se funziona in maniera molto diversa. Nel caso in questione, non si può non riflettere almeno incidentalmente sul fatto che Daniel Day-Lewis sulle sue spalle, sotto i baffi ed il cappello di Daniel Plainview, porta un surplus di significato avendo incarnato in passato l'ultimo dei Mohicani manniano e due diverse figure scorsesiane del grande affresco d'America scorsesiano. Questo è un altro affresco d'America che di scorsesiano ha molto, sebbene non nella forma, e anche solo dall'aviatore al petroliere non serve molto per capirlo.
Daniel Day Lewis, il grandioso protagonista de L'ultimo dei Mohicani e di Gangs of New York, premio Oscar per Il mio piede sinistro (anche qui ha una gamba protagonista, ma è menomata invece che attiva, ed è la destra) prende letteralmente in pugno questo film dalle forti premesse e dalla realizzazione ineccepibile come stile, ma fiacco per ritmo di narrazione degli avvenimenti: sta in scena praticamente ovunque, come un novello John Wayne disegna al contrario (buono per cattivo) e in maniera uguale un personaggio carismatico, totalitario, cinico e vigoroso che domina e riempie i paesaggi. Sembra che l'arrivista Daniel Plainview sia il vero regista del film, non il pur bravo, e raro nel produrre, Paul Thomas Anderson (divenuto famoso con l'ottimo Magnolia e assente dal 2002 dopo Ubriaco d'amore con Adam Sandler), dato che tutto il film dipende da lui, gli altri personaggi sono solo pedine di poco conto (compreso il personaggio del predicatore, interpretato da un valido Paul Dano, anche un altro ruolo) facilmente manovrabili.








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