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Miracolo a Sant'Anna Stampa E-mail
Scritto da Cine Zone   
Martedì 07 Ottobre 2008 01:26
Miracolo a Sant'Anna / LocandinaTitolo originale:      Miracle at St. Anna
Nazione:  Stati Uniti, Italia
Anno:      2008
Genere:      Azione, Drammatico, Thriller, Guerra
Durata:      144'
Regia:      Spike Lee
Cast:      Derek Luke, Michael Ealy, Laz Alonso, Omar Benson Miller, Pierfrancesco Favino, Valentina Cervi, Matteo Sciabordi, John Turturro, Joseph Gordon-Levitt, John Leguizamo, Kerry Washington, D.B. Sweeney, Robert John Burke, Omari Hardwick, Omero Antonutti
Produzione:      On My Own, Buffalo Soldiers in Italy , Rai Cinema, Touchstone Pictures
Distribuzione:      01 Distribution
Data di uscita:      3 Ottobre 2008

Trama: Stati Uniti, anni '80. Un impiegato postale spara a un uomo che era venuto ad acquistare dei francobolli. Il perché dell'apparentemente inspiegabile gesto ha delle radici molto profonde: bisogna tornare nel 1944 alla seconda guerra mondiale, in Toscana, quando quattro soldati americani dei Buffalo Soldiers, una compagnia all-colored, vengono a contatto con una comunità del luogo che deve difendere il partigiano soprannominato "il Farfalla". Il soldato Train, grosso bonaccione un po' ritardato, trova una testa di statua che tiene come portafortuna e salva Angelo, un bimbo finito sperduto in un casolare. Dal comando militare i quattro ricevono un ordine preciso e perentorio: catturare un tedesco, in modo da interrogarlo per sapere le future mosse dei nazisti. Il tedesco è già prigioniero, peccato che sia nelle mani del "Farfalla" che non sembra minimamente intenzionato a cederlo agli Americani.

Recensione di EMANUELE RAUCO

Miracolo a Sant'AnnaSpike Lee, il più importante e talentuoso dei registi afro-americani, ha da sempre raccontato in modo più o meno esplicito la Storia, ricostruendo la sua America diversa come in Malcolm X o S.O.S. Summer of Sam, ma anche analizzandone le attuali contraddizioni e le radici in un capolavoro come La 25ª ora.
Per la prima volta, il regista si avventura fuori dai confini patri e racconta i soldati di colore coinvolti dagli USA nella campagna di liberazione d’Italia, durante la seconda guerra mondiale, sottolineando come sempre lo strisciante razzismo dell’esercito. Ma il risultato è fiacco, inconcludente, viziato da non pochi errori.
Hector Negron, impiegato postale prossimo alla pensione, nel mezzo di un turno di lavoro spara a un uomo. Perché? E che significato ha la statua che conserva in casa? Per scoprirlo bisogna tornare alla seconda guerra mondiale, quando la 92ª divisione Buffalo era in Italia, a contrastare i tedeschi e i repubblichini fascisti.
Scritto da James McBride e Francesco Bruni, dal romanzo di McBride, un film di guerra e di denuncia civile (dalle parti del Windtalkers di John Woo più che di Orizzonti di gloria), che nel cercare di rendere più completa e complessa la sua riflessione si serve di venature noir e scomoda la favola rurale, che tanto fa Italietta amata dagli stranieri.
Ambientato quasi per intero dalle parti dell’Appennino tosco-emiliano, dal punto di vista della compagnia interamente di colore dell’esercito americano, il film si ricollega ai fronti aperti della storiografia americana, sempre alla ricerca di lati nascosti o taciuti del loro imperialismo, affrontando stavolta il tema del razzismo e dell’utilizzo dei soldati di colore all’interno di un esercito bianco e razzista (la sequenza del gelato ai nazisti): esemplificato dalla frase «Perché combattete per un esercito che non vi vuole?», il film affronta molti dei temi e dei tratti tipici del cinema di Lee, dall’ironia verso gli afro-ameericani, lo sguardo rabbioso e pietoso verso il congenito razzismo di una civiltà, i dissidi e le sottili guerre civili che hanno sempre attraversato il nostro mondo, fino al ricorso a Dio come speranza comune.
Il vero e grande difetto del film, però, sta nella scelta dei toni e dei registri narrativi, perché a Lee – complice anche l’introduzione di un bambino che fa tanto Benigni – pare interessare solamente il racconto popolare e la favola, nel tentativo di far convivere due tipi di cinema e due spiriti cinematografici, i Taviani e il war movie, ma risultando quasi sempre goffo e irrisolto nell’approfondimento storico e narrativo, tanto da rendere un dramma collettivo come un qualunque fatto privato, poco più di un litigio; soprattutto perché quando si allontana dai suoi personaggi rasenta situazioni e atmosfera da fiera di paese, che non si conciliano con la drammaticità e che concorrono alle non poche cadute di stile, come la pesante componente misticistica, la voce tedesca che parla atteggiandosi a Lili Marlene o il pessimo sottofinale in stile Fantasilandia.
Una sceneggiatura stereotipata, piena di figurine vecchie come il nazista poeta o i contadini italiani dediti alle superstizioni, la cui adesione al romanzo affatica l’efficacia delle descrizioni belliche e le cui situazioni pagano pegno a una confusione narrativa che vuole vagare in molte direzioni, perdendosi continuamente; Lee si avvale di una ricca messinscena e della sua esperienza come narratore di conflitti umani e molto terreni, ma brucia nell’inseguire i modi enfatici e sbagliati dello script, tradendo un’insicurezza e una superficialità che scompaiono solo quando ambienta il film nelle vene nere dell’America contemporanea.
Le distanze che inficiano il film si possono così necessariamente trovare anche nella direzione degli attori: perfetti o quasi quelli americani, con cui il regista condivide mondi e linguaggi anche emotivi, ridicoli e inadeguati (o meglio il loro uso) gli italiani, costretti a macchiette e déjà-vu di poca dignità (eccetto il sempre epico Omero Antonutti e il sempre possente Favino). Un passo falso deciso e controverso, che se non va giudicato per le polemiche politiche forse create ad arte, va sicuramente emendato per l’inadeguatezza con cui le racconta e mette in scena.

Giudizio:
1.5


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Miracolo a Sant'AnnaChe Joint incredibile questo di Spike Lee! Una autentica iperbole narrativa non comune per il talentuoso regista georgiano, autore di alcune significative e graffianti pellicole metropolitane. Stavolta l'autore de La 25ª ora si cimenta con un genere totalmente nuovo per lui: il film di guerra. Partendo da un fatto vero, si costruisce una storia di finzione che in alcuni punti raggiunge anche tonalità sovrannaturali, estrapolando dalla tragedia delle sensazioni spirituali di altissimo livello.
Il 12 agosto 1944 a Sant'Anna di Stazzema furono trucidate 560 persone per togliere ogni collegamento e rifornimento ai partigiani; nel film, tratto dal libro di James McBride, l'eccidio viene addebitato alla rabbia dei nazisti che non riuscendo a catturare un capo partigiano (detto "Il farfalla", interpretato in maniera dura e decisa da Pierfrancesco Favino) e i suoi uomini, procedono a una strage di massa ingiustificata e a danno di donne, vecchi e bambini inermi.
Lee va molto più avanti poi: deciso a rivendicare la nobiltà dei reparti neri nel corso della seconda guerra mondiale, con questo vuole risolvere anche una controversia con Eastwood rispetto al suo ottimo Flags of Our Fathers, inserisce anche i "Buffalo Soldiers", ovvero una compagnia di tutti neri, che l'esercitò americano creò per vedere se i "colored" erano adatti per dare lustro ai reparti di fanteria. Quel curioso nomignolo venne affibbiato dagli indiani d'america ai reparti di giubbe azzurre composte da neri, in quanto i loro capelli erano simili al vello dei bufali.
Il bello è che il film parte da tutt'altro. Nei primi anni '80, un impiegato postale di colore (lo stesso Spike Lee) spara apparentemente senza nessun motivo a un italoamericano giunto al suo sportello per prendere francobolli. L'indagine che ne segue fa scoprire una testa di statua, scomparsa ai tempi della guerra da un ponte bombardato di Firenze, di enorme valore, nella casa dell'uomo. Parte il lungo flashback che compone il film, che ci mostra i "Buffalo Soldiers" alle prese con l'attraversamento di un fiume presidiato dai nazisti. L'inerzia del comando e la poca capacità direttiva di un nuovo ufficiale (Walton Goggins, il detective Shane Vendrell della serie The Shield) provoca una strage tra i soldati; solo quattro attraversano il fiume e si salvano sulle sponde opposte. Nella fuga trovano un bimbo, Angelo, che si affeziona al gigantesco bonaccione ritardato, il soldato Train (Omar Benson Miller) che porta con sé la testa di statua, che considera un portafortuna, che abbiamo visto ritrovata nell'appartamento dell'impiegato killer. Accerchiati dai nazisti, i quattro trovano rifugio presso la comunità del luogo, dove la bella Renata (Valentina Cervi, senza tema di mostrarlo, avrete modo di ammirare in due scene il suo seno scoperto) li accolge come liberatori, dopo un primo momento di sfiducia. Ma il comando affibbia loro una missione ben precisa: prima di tornare tra i ranghi devono catturare un tedesco da cui sapere informazioni sui movimenti nazisti nei dintorni. Il tedesco è in mano al partigiano "Il farfalla" e ai suoi uomini, che non hanno nessuna intenzione di cederlo ai "Buffalo" superstiti prima di averlo interrogato loro. Intanto il soldato Train con il suo fare gentile e i suoi modi da bambinone, sta facendo amicizia con Angelo, che potrebbe rivelare degli orrendi retroscena. I nazisti, nel frattempo, stringono la morsa su partigiani e Americani, mentre il comando centrale sembra latitare.
Lee utilizza l'ambientazione di guerra (partendo con un evocativo John Wayne in bianco e nero che declama che i soldati americani non si abbandonano neppure morti: nel film il comando tralascia a lungo pure i vivi) per parlare di temi a lui molto vicini: emancipazione nera, diritto alla parità, orgoglio di appartenere completamente alla nazione stelle e striscie tanto quanto i bianchi, inserendo dei discorsi evidentemente polemici con l'amministrazione americana di oggi che tralascia di valorizzare a dovere frange importanti del paese.
Omaggio assolutamente non velato al neorealismo italiano, Miracolo a Sant'Anna (per vedere quale sia questo miracolo dovrete attendere la fine della pellicola) si dipana con immagini crude e violente di sventagliate di mitra che falciano vite, pistole puntate alla tempia che fanno saltare cervella, strade anguste di paesini che non offrono fughe da attacchi, nazisti sfiduciati per l'evidente futura vicina débâcle che reagiscono in maniera schizofrenica ai frustanti tentativi andati a vuoto di catturare i partigiani.
Sorretto in fotografia dall'immancabile e ottimo Matthew Libatique, l'inizio del film sembra una piccola sezione dell'inizio supersanguinoso di Salvate il soldato Ryan di Spielberg: la morte viene mostrata senza nessun velo davanti, il sangue scorre dai corpi esanimi, la telecamera indugia a lungo su volti su cui traspare il terrore di una morte senza gloria, avvenuta per molti praticamente senza combattere, in quanto il reparto dei "Buffalo Soldiers" era ritenuto di secondo ordine e non adeguatamente difeso da un doveroso fuoco di artiglieria calibrato sulle posizioni nemiche (compito che nelle guerre moderne di oggi è stato preso dalla aviazione). Quando poi si potrà combattere a viso aperto e non essere impediti nei movimenti in quanto impantanati in un fiume, i soldati sapranno mostrare il loro valore nobilitando il reparto e se stessi.
I quattro soldati superstiti, tutti totalmente diversi fra loro, vengono esplorati dall'occhio impietoso di Lee nei loro comportamenti; traspare la voglia di vivere ma anche quella di essere pietosi, di poter vivere le emozioni di un rapporto impossibile oppure quella di entrare nel cuore di un fanciullo, che vede un amico immaginario, con segni semplici (il codice picchiettato sul corpo di Train, definito «gigante di cioccolato»).
Emozionalmente è un pugno nello stomaco, sembra un film senza speranza per lungo tempo, gli orrori sono a fior di pelle e i discorsi, esclusi quelli farneticanti di un fascismo decaduto che nulla ormai può valere, sono tutti improntati sulla follia dell'uomo che cannibalizza con l'odio se stesso.
I più sensibili avranno modo di bagnare i loro fazzoletti per lungo tempo, ma bisogna anche parlare del lato soprannaturale, che in molti punti traspare, lasciando molte cose da interpretare. Per esempio, come mai la pistola che spara a Rodolfo negli anni '80 è una Luger nazista, tra l'altro tenuta chissà perché nel cassetto di un tranquillo ufficio postale da un impiegato a tre mesi dalla pensione? Lo Cascio (nella sezione italiana del cast è presente anche lui) riceve il giornale con l'importantissima notizia in maniera del tutto rocambolesca da un infoiato Leguizamo provocato eroticamente da una splendida mulatta. Per ultimo, chi e perché paga i due milioni di cauzione (lo verrete a sapere ma solo dopo una scena che susciterà in voi una miriade di domande)? Tutti segni di un destino che sembra pilotato da una forza soprannaturale, come può confermare il finale che presuppone che la giustizia divina tanto vituperata e denigrata nel suo non apparire nel film abbia voluto far capire che c'è. Per non dire della luce elettrica che torna dopo un colpo di mortaio andato a vuoto, segno che si riaccende la speranza per l'arrivo dei liberatori.
Ma è solo una delle tante affascinanti strade che il film propone, la verità unica e inderogabile è che la sigla finale è piena di croci accanto ai nomi dei protagonisti, tante croci quante sono quelle che ricordano le morti di Sant'Anna.
Da notare che anche i nazisti vengono visti con occhio onesto, tra loro ci sono le belve, ma abbiamo pure dei soldati obiettivi e umani, pronti anche alla riflessione e del tutto privi di fanatismo nazionale, molto preoccupati anche del fatto che non riescono a riempire la pancia affamata delle truppe stremate. Come si vede un film multistrato che la durata extralarge non deve far intimidire, la sua dipanazione è fluida e senza ostacoli che potrebbero dare stanchezza. Da segnalare la presenza di John Turturro nella parte di un detective, mentre la parte di Angelo è stata data a Matteo Sciabordi, per la prima volta sullo schermo.
In definitiva un film interessantissimo, imperdibile, coinvolgente, realizzato da un regista capace con la solita maestria pur se si muove su territori non suoi, su più piani e senza trionfalismi, da vedere senza indugio per riflettere, ricordare, riportare a galla un fatto terribile che moltissimi non conoscono, spunto tragico per poter parlare in modo trasportato nel tempo di problemi attuali d'integrazione razziale, dare un po' di chiarezza sull'importanza dei neri di fanteria nella seconda guerra mondiale. Si rasenta il tragico lirismo in alcuni punti, dove rimane impressa la reazione di un uomo semplice che non ha mai alzato un dito su nessuno, il peccato maggiore della guerra che snatura e risveglia i lati oscuri dormienti del nostro animo, corrodendo e incancrenendo ogni purezza.

Giudizio: 3.5


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