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| The Hurt Locker |
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| Scritto da Cine Zone | |||
| Lunedì 13 Ottobre 2008 01:19 | |||
Titolo originale: The Hurt LockerNazione: Stati Uniti Anno: 2008 Genere: Azione, Drammatico, Thriller, Guerra Durata: 130' Regia: Kathryn Bigelow Cast: Jeremy Renner, Anthony Mackie, Brian Geraghty, Guy Pearce, Ralph Fiennes, David Morse, Christian Camargo, Suhail Aldabbach, Sam Spruell, Sam Redford, Erin Gann, Justin Campbell, Ryan Tramont, Malcolm Barrett, J.J. Kandel Produzione: First Light Production, Kingsgate Films Distribuzione: Videa CDE, Warner Bros. Pictures Data di uscita: 10 Ottobre 2008 Trama: Un periodo al seguito di un'unità antiesplosivi americana in Iraq, la Bravo Force. Dopo la morte del loro capo artificiere viene inviato un nuovo esperto in esplosivi, William James, privo di ogni timore, che ha disattivato un numero incalcolabile di bombe. Ogni volta che lui mette la tuta antiesplosivi il reparto sa che sta rischiando la vita, ma non per questo si astiene dalla missione. Gli orrori dell'Iraq spingeranno James e la compagnia Bravo a cercare di salvare il maggior numero di civili dalla morte, aumentando i già notevoli rischi che corrono. Ma mentre James è deciso e determinato fino a farne diventare una ragione di vita, i soldati Sanborn ed Eldridge dovranno riconsiderare di parecchio il loro modo di vedere l'appartenenza alle forze speciali per poter operare a dovere. Recensione di PIETRO SIGNORELLI Kathryn Bigelow, per la cronaca ex-moglie di James Cameron, è di sicuro la più maschile nel modo di girare di tutte le registe, dotata di un fiuto e di capacità particolari per realizzare film d'azione di grandissimo impatto, partendo dall'adrenalinico Point Break, per poi dedicarsi anche a film stranianti e altamente polemici verso il futuro come Strange Days. Era un po' che la regista tanto eclettica e senza timore non si dedicava ad una regia cinematografica (nel 2007 ha realizzato lo spot Pirelli con Uma Thurman), esattamente dal 2002 con il sommergibilistico K-19: certo che se il periodo di fermo corrisponde ad un ritorno tanto esplosivo (in tutti i sensi), possiamo davvero dire di non aver aspettato invano il suo ritorno.Un tema di grande impatto, una situazione tragica, un fronte desertico ed assolato con una guerra senza battaglie a viso aperto: questo è l'Iraq, ormai occupato dagli USA, che ci mostra la regista. Le bombe inesplose, i kamikaze pronti a farsi saltare in nome della guerra santa, i gruppi estremisti che collegano a cellulari esplosivi, sono tutte cose che minano la tranquillità dei civili e ne mettono a continuo rischio la vita. La compagnia Bravo è incaricata di disattivare le varie minacce sparse per la strada, utilizzando un capo artificiere (interpretato dal mementiano Guy Pearce) e due soldati di supporto (Sanborn ed Eldridge, interpretati da Anthony Mackie e Brian Geraghty). La camminata dell'artificiere con la sua tuta protettiva somiglia a quella di un uomo sulla luna, con il paesaggio che già desertico si svuota completamente di ogni persona, tutti fuggono timorosi della imminente esplosione. Quando l'artificiere muore, viene sostituito da William James (un bravissimo Jeremy Renner), un soldato senza nessun timore e che ha disattivato un numero mostruoso di esplosivi. Sfrontato ma leale, entra subito nelle simpatie del gruppo, e i giorni che mancano al congedo dalla compagnia Bravo (cadenzati da delle scritte sullo schermo) assumono un valore ed un traguardo del tutto diversi. Una trama apparentemente semplice e dallo svolgimento lineare (in fondo è un continuo rincorrere la nuova bomba e il nuovo disarmamento) viene resa sullo schermo in maniera decisa e potente, con un linguaggio secco, asciutto e diretto. Non ci sono giri di parole, gloria spicciola oppure altisonanti note ad accompagnare il cammino lunare dell'uomo con la tuta, solo decisa consapevolezza che quello è un destino di vita che non può essere rinnegato (come dimostra il breve inserto familiare con presente Evangeline Lilly, la Katie di Lost), ragione che dà sapore all'esistere molto di più di un desco familiare ed affetti che rischiano di essere persi ad ogni azione visto l'alto tasso di pericolo del proprio lavoro. Sin dalla prima esplosione e dalla successiva partenza della “cassetta del dolore” che viene rimpatriata, capiamo che questo è un film di amarezza e di sangue, una pellicola dura da digerire per il grande pubblico che magari dalla Bigelow si aspettava altro, intrisa di azioni circostanziate e che può essere scomoda per la sua estrema asciuttezza compositiva. L'uomo che cammina verso il pericolo è una sorta di carcerato che percorre l'ultimo cammino prima della fine, con la differenza che essendo privo di giudizio superiore può ancora cavarsela. La storia dei tre militari, totalmente diversi tra loro, uno di colore indeciso sulla progenie, uno giovane e timoroso che segue con ammirazione le gesta dei due colleghi anziani, l'altro con famiglia che vorrebbe tenere a sé ma contemporaneamente lontana (intensa la scena del telefono muto) ha dentro una potenza espressiva fragorosa, che allo scoppio dell'esplosivo diventa quasi liberatoria. Niente battaglie campali, niente inseguimenti, solo una lucida lotta per stanare bombe e nemici caratterizzano questa potente pellicola, che dimostra con l'arrivo del coraggioso James che la tecnologia (con il robot) nulla può certe volte per fermare la follia e richiede mani umane salvatrici per fermarne altre assassine. La doccia in uniforme che gronda sangue è un sintomo di impotenza, un pianto a dirotto per un'opera di salvezza che sembra solo un'inutile goccia nel mare, consapevolezza che ti vorrebbe far mollare tutto; ma poi il senso del dovere ti fa capire quanto sia importante quella goccia. Ad un certo punto sembrerebbe che il coraggio dell'artificiere dia fastidio anche ai suoi compagni, timorosi che possa trascinarli con il suo sprezzo del pericolo alla morte; fortunatamente il buon senso indica ben altro, un monito ai grandi per non perdere di vista i valori scomodi. Complimenti alla Bigelow per aver ideato, partendo dalle testimonianze del reporter Mark Boal, un film simile tanto coraggioso e per nulla confortevole alla placida visione del grande pubblico: l'intensità del girato è circoscritta all'evento della scoperta della bomba (solo il lungo pezzo con Fiennes esce da questo schema) e al suo disinnesco, ma lei è talmente brava nel girarlo che si rimane sconcertati dall'intensità con cui veniamo acchiappati nel vederlo. In definitiva un film grandioso, potente, intenso, lucido, con una capacità assoluta di inchiodare alla sedia per la tensione, da vedere assolutamente. La Bigelow dimostra di avere le “palle” non solo facendo film d'azione, la sua regia odierna è di una capacità e valore che superano i mezzi tecnici per dimostrare una grande classe. Speriamo che il pubblico non si faccia intimidire dalla durata, dall'argomento e dallo svolgimento inusuale, volendo dedicare tempo e soldi del biglietto a una visione intelligente e completa di rara bellezza. Quando vedrete il finale evocativo, lo sconcerto emozionale vi conquisterà appieno. Giudizio: ![]() Recensione di EMANUELE RAUCO Avevamo quasi perso la speranza di rivedere Kathryn Bigelow tornare a fare cinema, dopo il flop di K-19 e una serie di spot e cortometraggi pubblicitari, ma stavolta il miracolo è stato compiuto dalla guerra in Iraq e dalla politica estera di George Bush Jr., che tanto peso ha avuto e sta avendo nello sviluppo di una nuova cultura e di una nuova coscienza politica americana.E così, messe da parte le tentazioni del kolossal o le ambizioni del cinema d’autore “alto” (che pure non avevano dato vita a cattivi film), la regista torna a imbracciare la macchina da presa e a gettarsi nella mischia, scendendo sul terreno di battaglia coi suoi soldati, e raccontando – in un ottimo e potente film – la guerra e le sue essenze. Ai membri dell’unità speciale degli artificieri mancano pochi giorni per tornare a casa: tra attentati, incontri e problemi ordinari, il difficile rapporto con un nuovo arrivato, il sergente James. Scritto da Mark Boal (già autore dell’esemplare Nella valle di Elah), reporter e testimone oculare nella nuova Tempesta nel deserto, un film di guerra duro e sincero, sospeso tra spettacolo e realismo, che però più che raccontare le battaglie o i conflitti con i nemici racconta la vita “normale” di chi col pericolo deve conviverci. L’epigrafe sull’assuefazione alla guerra, in questo film dove gli accecanti esterni del deserto iracheno si scontrano contro l’intima ombra delle stanze dei militari, è la perfetta chiave di lettura di un film che racconta l’ambiente quotidiano della guerra irachena e dei soldati americani, descrivendo con attenzione classica e ritmo moderno una professione estrema nel suo contesto, alternando i tesi e disperati momenti operativi, con parentesi private nelle quali i protagonisti danno sfogo alle proprie violente ossessioni, o semplicemente scaricano paura e tensione, riflettendo così sui risvolti delle amicizie virili: mettendo al centro un personaggio ambiguo, una sorta di fanatico della paura, il film evidenzia l’impossibilità di un vero ritorno alla normalità per i soldati in guerra, abituati a vivere la vita come un conto alla rovescia, ossessionati da un lavoro in cui si attende, soprattutto, la propria fine. Fin dal prologo, la Bigelow mette in scena con piglio cronachistico, concentrandosi sui soldati e le loro azioni, senza forzature narrative né semplicismi psicologici, ma realizza anche un film a suo modo teorico, scegliendo una via parallela e laterale rispetto al Redacted di Brian De Palma, riflettendo sulla guerra limitrofa al cinema, come questione di sguardi e precisione: e infatti il lato filmico della pellicola è tutto costruito su mirini e binocoli, sulla visione attraverso lenti o schermi, ma anche sulla ripresa e il filmare, sui mezzi di visione che raddoppiano la battaglia, la moltiplicano – e che paradossalmente vengono annientati dalla comunicazione pubblica. La sceneggiatura è costruita a episodi e rischia la ripetitività, specie vista la lunga durata, ma l’attenzione descrittiva e la capacità di variare compensano, tanto più che la regia di Bigelow è grandiosa nel gestire suspense e tensione, ma soprattutto nel giocare coi punti di vista, le soggettive e le oggettive, riflettuti da occhiali, videocamere e robot, eccedendo nello spettacolo – ralenti e montaggio serrato – ma anche senza piegare mai sulla semplice azione e adrenalina. Un film controverso e di difficile incasellamento, efficace però nel restituire polvere e disillusioni, grazie anche alla prova sotto le righe e credibile del tormentato Jeremy Renner, aiutato Anthony Mackie e Brian Geraghty. Salutiamo molto contenti il ritorno di una regista di vaglia, capace come pochi uomini (e quasi tutti defunti) nel raccontare gli universi maschili. Anche quelli più simili all’inferno. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]()
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Titolo originale: The Hurt Locker
Kathryn Bigelow, per la cronaca ex-moglie di James Cameron, è di sicuro la più maschile nel modo di girare di tutte le registe, dotata di un fiuto e di capacità particolari per realizzare film d'azione di grandissimo impatto, partendo dall'adrenalinico Point Break, per poi dedicarsi anche a film stranianti e altamente polemici verso il futuro come Strange Days. Era un po' che la regista tanto eclettica e senza timore non si dedicava ad una regia cinematografica (nel 2007 ha realizzato lo spot Pirelli con Uma Thurman), esattamente dal 2002 con il sommergibilistico K-19: certo che se il periodo di fermo corrisponde ad un ritorno tanto esplosivo (in tutti i sensi), possiamo davvero dire di non aver aspettato invano il suo ritorno.
Avevamo quasi perso la speranza di rivedere Kathryn Bigelow tornare a fare cinema, dopo il flop di K-19 e una serie di spot e cortometraggi pubblicitari, ma stavolta il miracolo è stato compiuto dalla guerra in Iraq e dalla politica estera di George Bush Jr., che tanto peso ha avuto e sta avendo nello sviluppo di una nuova cultura e di una nuova coscienza politica americana.








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