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| The Orphanage |
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| Scritto da Cine Zone | |||
| Sabato 15 Novembre 2008 12:21 | |||
Titolo originale: El orfanatoNazione: Messico, Spagna Anno: 2007 Genere: Drammatico, Horror, Giallo, Thriller Durata: 105' Regia: Juan Antonio Bayona Sceneggiatura: Sergio G. Sánchez Cast: Belén Rueda, Fernando Cayo, Roger Príncep, Mabel Rivera, Montserrat Carulla, Andrés Gertrúdix, Edgar Vivar, Geraldine Chaplin Produzione: Grupo Rodar, Telecinco Cinema, Warner Bros. Pictures de España, Wild Bunch Distribuzione: Key Films Data di uscita: 14 Novembre 2008 Trama: I coniugi Laura e Carlos si sono da poco trasferiti col figlio Simón nella vecchia villa in cui un tempo era l'orfanotrofio dove Laura è cresciuta prima di essere adottata. La loro intenzione è quella di accogliervi alcuni bambini sfortunati. Intanto il piccolo Simón, senza ancora la compagnia di altri bambini, inizia a farsi un amico immaginario; la cosa non preoccupa inizialmente i genitori, ma Laura inizia a sospettare qualcosa quando questi amici immaginari aumentano di numero. D'improvviso, poi, Simón scompare. Chi l'avrà rapito? Recensione di ALBERTO DI FELICE Ci sarebbero gli ultimi dieci minuti del film di Juan Antonio Bayona a lasciar apparentemente soddisfatti: la pellicola, viene qui rivelato chiaramente, pertiene al genere fantastico piuttosto che all'horror. C'è un richiamo alla fiaba di Peter Pan, che va a riprendere a chiare lettere un precedente dialogo “strategico” fra mamma (Belén Rueda) e figlio (Roger Príncep), e con esso una sostanzialmente perfetta chiusura del cerchio sulla vicenda raccontata; si termina poi in punta di piedi con un tono lieve e roseo, nonostante tutto, sul volto del papà (Fernando Cayo) lasciato per un po' in disparte da questo racconto di un “ritorno” ai luoghi dell'infanzia.La sceneggiatura di Sergio G. Sánchez fa insomma il suo discreto lavoro; così come Bayona, si può tranquillamente affermare, gioca bene le carte della messa in scena e dei movimenti di macchina, come è già stato notato da più parti, rifuggendo tentazioni cinetiche e trucchetti d'effetto al ribasso—ma d'altronde se fosse altrimenti verrebbe nella sostanza meno la premessa dalla quale sono partito, ovvero che questo film sia di genere fantastico e non horror. Eppure, nonostante quanto appena concesso, questa dignitosa produzione ispanica, quanto a tenuta complessiva, vacilla ben più della sovracitata apparente chiusura narrativa sulle ali della fiaba. Si sorvolerà volentieri (meno volentieri, a dire il vero, nel caso di Cayo) sulla non eccelsa qualità del cast, ma d'altra parte questa non viene fatta passare in secondo piano da una progressione diegetica con un sufficiente senso dei nessi di causa ed effetto: molto di quanto proposto da Sánchez, fatta eccezione per quei tocchi “strategici” che torneranno utili, si risolve in tracce non battute (soprattutto, dirò, quelle più tendenti all'horror: vedasi la Benigna-maligna di Montserrat Carulla, con relativo strascico di mistero sul figlio) che lasciano posto ad una conclusione che tenta di farcele dimenticare con un lieto fine a ben vedere un po' furtivo. La pellicola si chiude perciò dimentica di turbamenti realmente avvertibili fra le due metà del genere, il nostro mondo e il mondo altro, dato che quelle tracce “inique” sulla via di una qualche rivelazione dell'orrore nascosto, nell'orfanotrofio dell'allora piccola Laura e poi nella “famiglia normale” della Laura ora adulta, vengono semplicemente dimenticate. E si può in ciò ravvisare, a mio avviso, una negazione dell'impianto personale che viceversa sostiene le opere del qui produttore e sponsor Guillermo del Toro, nelle quali il fantastico più che (o oltre che) cercare un generico abbraccio rappacificatore fa vedere quanto di barbaro ci sia in effetti negli incubi del mondo storico. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Prodotto da Guillermo del Toro – bravo regista spagnolo autore tra l'altro di un film che tratta di bambini anche se in maniera diversa da questo, cioè La spina del diavolo – questo The Orphanage è un interessante frullato di varie opere del passato, citando di sfioro capolavori come Shining oppure film più recenti del tipo di The Others o Il sesto senso, per arrivare alla favola con Peter Pan.Trama semplice, lineare, per un film tutto giocato sulle paure ancestrali e praticamente privo di veri effetti speciali truculenti (visioni di questo genere appannaggio solo di un'unghia spezzata e una faccia scarnificata). La famiglia, composta da madre (Belén Rueda, brava ed espressiva) e padre (Fernando Cayo), ha seri problemi con il figlio adottato Simón, che vede e sente in continuazione bimbi (apparentemente?) immaginari, di cui crede fermamente l'esistenza, negata dagli adulti (sublimazione della favola di Peter Pan in una chiave moderna). I coniugi decidono di rimodernare un vecchio orfanatrofio per farne una struttura d'accoglienza stile casa-famiglia, dove Laura, la moglie, ha trascorso un periodo, luogo teatro in passato di una tragedia con vittime multiple dei bambini di cui non si è trovato il corpo, su cui gravavano vari handicap. Arrivati nei grandi locali in disuso, Simón percepisce la presenza di persone immaginarie in maniera ancor più pesante di prima, preoccupando i genitori. Durante una festa, il piccolo scompare; non c'è modo di trovarlo, mentre le presenze occulte si fanno sempre più sentire all'interno della casa. Come si può vedere la composizione del racconto è densa di altre ispirazioni, ma diversamente da altri prodotti spagnoli che a tratti si perdevano nel racconto (come la saga dei cosiddetti “figli senza nome”, del tipo di Nameless, Second Name e affini) questo focalizza nell'onestà di intenti i suoi scopi, senza fastidiosi intrighi a chiocciola, raccontando una storia con una casa disadorna, delle presenze occulte e un bimbo scomparso (con la medium, segnali di Poltergeist). Ci sono momenti in cui si fanno dei genuini salti di paura dati da improvvisi cambiamenti, il clima del terrore è ben impresso (anche con l'uso intelligente della musica in maniera non banale e quello della fotografia, bella quella della cantina) e finalmente grazie al cinema europeo che non accondiscende alle pretese dei brufolosi teenager (o per meglio dire che pensa a questi come consumatori di terror/horror fast food) vediamo dopo Frontiers prodotti decenti, adeguatamenti illuminati nella loro semplicità, che fanno il loro dovere. Tra l'altro c'è un momento della trama davvero geniale, un bivio di sostanza che sublima il lavoro precedente, il gioco della caccia al tesoro che trova il suo apice. Case desolate, rumori di spettri, bambini sperduti e spiaggie desolate con grotte e un faro, ce n'è abbastanza per fare un film psicologicamente urtante senza condirlo di facili stilemi blandi e inutili: l'opera prima di Juan Antonio Bayona (che omaggia del Toro con un personaggio di nome Guillermo) non lo fa e il risultato ne viene a gioire. In definitiva un buon ghost-terror di impatto decisamente valido, dalla trama concisa e lineare e senza particolari difficoltà di lettura, che si vede gioendo per la sua semplicità senza bisogno di orpelli o effettoni truculenti, aiutato dalla bravura della sua protagonista. Il terrore sta dentro di noi per la paura di perdere i propri cari, nel caso i figli, non serve emettere sangue sullo schermo per potenziare il messaggio del cuore spezzato di una madre. I fantasmi non sempre sono maligni di natura, a volte li creiamo noi pensando che siano iracondi di base e non bisognosi d'affetto. Ovviamente queste frasi il film le spiega, noi non lo possiamo fare per non togliervi il gusto di vederlo. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
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Titolo originale: El orfanato
Ci sarebbero gli ultimi dieci minuti del film di Juan Antonio Bayona a lasciar apparentemente soddisfatti: la pellicola, viene qui rivelato chiaramente, pertiene al genere fantastico piuttosto che all'horror. C'è un richiamo alla fiaba di Peter Pan, che va a riprendere a chiare lettere un precedente dialogo “strategico” fra mamma (Belén Rueda) e figlio (Roger Príncep), e con esso una sostanzialmente perfetta chiusura del cerchio sulla vicenda raccontata; si termina poi in punta di piedi con un tono lieve e roseo, nonostante tutto, sul volto del papà (Fernando Cayo) lasciato per un po' in disparte da questo racconto di un “ritorno” ai luoghi dell'infanzia.
Prodotto da Guillermo del Toro – bravo regista spagnolo autore tra l'altro di un film che tratta di bambini anche se in maniera diversa da questo, cioè 










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