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| Death Race |
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| Scritto da Cine Zone | |||
| Giovedì 04 Dicembre 2008 00:33 | |||
Titolo originale: id.Nazione: Stati Uniti Anno: 2008 Genere: Azione, Avventura, Fantascienza, Thriller Durata: 105' Regia: Paul W.S. Anderson Sceneggiatura: Paul W.S. Anderson Cast: Jason Statham, Joan Allen, Ian McShane, Tyrese Gibson, Natalie Martinez, Max Ryan, Jacob Vargas, Jason Clarke, Frederick Koehler, Justin Mader, Robert LaSardo, Robin Shou Produzione: Impact Pictures, Cruise/Wagner Productions Distribuzione: UIP Data di uscita: 28 Novembre 2008 Trama: America, 2012. Dopo un passato di eccelso guidatore, ma anche di violento carcerato, Jensen Ames vorrebbe rifarsi una vita. Sembra potercela fare, ora che ha una moglie amorevole e una figlia splendida, ma un giorno come tanti la prima viene uccisa e la seconda rapita. Oltretutto, la morte della moglie gli viene attribuita: subisce così una nuova carcerazione. Fortunatamente sembra avere una via d'uscita: sostituire, celato dietro una maschera, un pilota morto in una gara organizzata e trasmessa in diretta dalla società che gestisce il penitenziario. Se lo fa e la vince, ha di nuovo la libertà. Ma la competizione a cui deve partecipare non è assolutamente convenzionale, e infatti ha un sinistro nome presagio di morte: Death Race. Recensione di ALBERTO DI FELICE “Donne e motori”, notoriamente, anche se—novità—qui si scopre che si può avere in sostituzione la diversa combinazione “motori e uomini” in caso il pilota sia dell'avviso, come lo è il Machine Gun di Tyrese Gibson. Death Race è quindi, volendo estremizzare, un succoso polpettone di adrenalina con una sottilissima passata liberal sopra tutta la giusta e spessa carneficina, indistintamente o quasi, sia di criminali più o meno dichiarati sia di teste di conglomerati commerciali. Che l'esemplare scelto di queste ultime appartenga a Joan Allen, nel tipico ruolo da freddamente detestabile bitch, non cambia molto le cose.Che l'uomo che ha la resistenza atta all'uopo sia Jason Statham è cosa alla quale ormai si è avvezzi. La sua missione, pocanzi descritta, ha il suono della rettitudine, di una cosa da fare, indubbiamente necessaria; tanto che, sebbene spostato in una distopia, tutto avverrebbe alla misera distanza di quattro anni da adesso: dalle esplosioni, le auto hanno ancora combustibili fossili da bruciare—e la crisi è ancora peggio, molto peggio. «Subscribe now», finché potete. Paul W.S. Anderson, sfacciato buontempone, fa tutto lo stretto occorrente da sé, riciclando lo spunto tributario dei—e tributo ai—vecchi '70, col sano gusto della cosa fine soprattutto a sé stessa e conscia di sé, e per questo assai godibile, ma che non costruisce nulla dal nulla. La fisicità e la velocità del genere non vengono insomma trangugiate dal cattivo gusto e dalla rozzezza suggeriti invece dalla rude materia femmineo-metallica, al di là della nota critica d'ouverture e di giro. Anderson può permettersi di far scendere dal furgoncino carcerario o dalla sua vettura fiammante la caliente Natalie Martinez come stesse dirigendo l'ultimo spolvero di video hip-hop con signorine discinte all'autolavaggio, e farla bellamente franca. Chiaramente, come si evince dall'esempio appena riportato (e dal senso comune acceso non appena si posano gli occhi sulla locandina), il tutto non è caratterizzato da eleganza ma dalla buzzurraggine che meglio si addice al caso; a tutti gli effetti, ben prestata a porci sugli spalti della subito richiamata arena gladiatoria, con tanto di pompate presentazioni video e secca cronaca da pay-tv sportiva con ampio spazio interattivo. La prospettiva, dunque, è salda, relativamente circostanziata, ma per fortuna ben lontana da intenti moraleggianti in aria da troppo insistita predica al pop-cornaio massmediatico—il quale, del resto, è stato subito preso per le corna e trascinato punitivamente in giro per il circuito. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Diciamolo subito per chiarire ogni pregiudizio: nei suoi limiti, questo film funziona. Paul W.S. Anderson (specializzato in cinegame, ha realizzato infatti Mortal Kombat e il primo Resident Evil) confeziona un rutilante giocattolo di grande impatto visivo, pieno di adrenalina e di inseguimenti mozzafiato senza soluzione di continuità. Il protagonista Jason Statham, attore povero di doti qui meno rozzo e cavernicolo del solito, si trova a suo agio dentro le automobili (ricordate la folle bilogia, tra poco trilogia, di The Transporter?) e avrà accettato con grande entusiasmo questa parte. La trama si rifà ad un film che si chiamava Anno 2000, la corsa della morte con protagonisti Sylvester Stallone pre-fama mondiale (correva il 1975) e David Carradine – anche se rispetto a questo Death Race c'era un maggior respiro come zona da percorrere, in quanto era una corsa da costa a costa, mentre questo si svolge quasi interamente in un gigantesco carcere di massima sicurezza, circondato dall'acqua e collegato da un lungo ponte alla terraferma.Statham è Jensen, un uomo dalle grandi abilità di guida ma che si è macchiato di colpe verso la legge, per le quali è finito in carcere. Uscitone, vuole vivere (siamo nel 2012) con la moglie e la figlia in tranquillità. Ma purtroppo la moglie viene uccisa e gli affibbiano la colpa, mentre la figlioletta praticamente viene rapita e affidata ad una nuova famiglia. Jensen riceve dalla crudele e determinata direttrice del carcere (la interpreta una Joan Allen che è dura ed incazzuta come non mai, seppure inappuntabile in tailleur e vestiti d'alta moda quanto mai eleganti privi di eccessi) una proposta: il campione delle corse ad alto rischio di morte Frankenstein (il nome deriva dalle ferite che ha e da quante volte gli hanno ricostruito la faccia) è rimasto ucciso nell'ultima gara (le modalità le vedrete nel prologo), e qualcuno lo deve sostituire con tanto di maschera dorata per sembrare che lui sia ancora in corsa, alzando gli ascolti della competizione. Vista come unica possibilità di uscita dal carcere, Jensen accetta di gareggiare, ma le trame cospiratrici e i colpi di scena non mancano, come quello a sorpresa della conoscenza del navigatore che rischierà la pelle con lui: una stupenda ragazza mora (Natalie Martinez) compagna del defunto pilota mascherato. Come si vede, una trama non certo originalissima, ma è stata girata con tanta velocità, esagerazione nei toni e violenza (avrete parecchi schizzi di sangue in scena: la corsa è a eliminazione, fisica!) da poterla gustare come un piacevole e inaspettato divertimento. Botti, esplosioni, sorpassi e spari: sembra di assistere a una guerra, non a una gara. Anderson tratteggia con poco spessore alcune personalità (come il coach e il ragazzo “so tutto” delle liste, oppure rozzeggia visibilmente Tyrese Gibson in una versione masochista dopo essersi procurato la dose di vittime in gara), ma riesce ad imprimere un ritmo forsennato senza stancare, senza monotonia, evitando di ripetere situazioni e modi in maniera pedante. Il trucco delle armi di difesa o offesa, prese passando sopra degli stemmi determinati, è un altro richiamo ai videogames – infatti era la base del gioco “Wipeout”: passando sopra le icone si raccoglievano potenziamenti e bonus. Le bellezze che di solito si vedono nei film con protagoniste le auto (donne e motori, Fast and Furious insegna) sono limitate ad una carrellata al ralenti in mezzo al visibilio sguaiato dei carcerati, tra urla e gestacci, mentre l'ambientazione solita carceraria è del tutto inesistente: niente lunghe chiaccherate in cella, siamo sempre in una sorta di cantiere meccanico perenne, dove si elaborano le vetture per l'uso improprio di armi ed oggetti, dove i prigionieri si muovono liberi e senza manette – il contenimento è all'esterno e non dentro il circuito. Sembra che la stessa zona di gara sia senza la legge, non ci sono momenti in cui qualcuno può intervenire a sedare scontri, la polizia vive e lascia vivere in nome dello spettacolo che, con il sesso, agita gli animi e le voglie degli spettatori: lo spettacolo del sangue in diretta. Il film prende la direzione giusta da subito: tanta cattiveria, un uso spropositato degli effetti per un film di corse (fiamme soprattutto, ma rocambolesche carambole e incredibili salti) e via con l'adrenalina a mille (Statham ne avrebbe dovuta dare un po' al protagonista di Crank, altra sua cine-prestazione attoriale), soddisfacendo lo spettatore venuto per cercare questo in pieno, anche perché se lo spettacolo è a tutta grancassa, un fondo di correttezza nel procedere con il racconto e di intensità emotiva rimane: la cosa non pare artificiale, circoscritta alla futile mancanza di idee sopperita dall'azione a spron battuto che la incerotta, dove la felice mano produttiva dell'ottantaduenne Roger Corman (produttore anche del vecchio film con Stallone sopracitato) si nota in pieno, togliendo doverosamente ogni patina di buonismo e di correttezza. Sulle immagini dei concorrenti scorrono i nomi come se si fosse ad un reality, una sorta di presentazione che ci porta alla televisione che non guarda a null'altro che all'audience, che vuole ricordare dati, nomi per accapparare pubblico a tutti i costi (motivazione per cui Frankenstein viene riesumato nel corpo di Jensen). In definitiva un film che soddisfa appieno le sue caratteristiche di divertimento puro e fine a se stesso, con delle scene d'azione e movimento senza interruzione, anche ben realizzate, dove Joan Allen è una specie di Lucifero dominatore in gonnella e Statham rientra nei suoi personaggi monocorde duri e puri senza essere ridicolo. A volte è anche bello entrare in sala, mettersi al volante e accendere i motori senza preoccuparsi di altro che essere sull'ottovolante. Non è per forza un'esperienza negativa lasciarsi addietro gli stili puri per dedicarsi alle spensierate corse senza freno, dalle trovate grosse e grasse, dove la morte è un gioco accettato e condiviso sia dai protagonisti che dagli spettatori (uno dei piloti dice alla telecamera «Fottimi!») soprattutto quando non c'è la minima intenzione di fregarci con giri fumosi di parole che nascondono ipocrisia. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
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“Donne e motori”, notoriamente, anche se—novità—qui si scopre che si può avere in sostituzione la diversa combinazione “motori e uomini” in caso il pilota sia dell'avviso, come lo è il Machine Gun di Tyrese Gibson. Death Race è quindi, volendo estremizzare, un succoso polpettone di adrenalina con una sottilissima passata liberal sopra tutta la giusta e spessa carneficina, indistintamente o quasi, sia di criminali più o meno dichiarati sia di teste di conglomerati commerciali. Che l'esemplare scelto di queste ultime appartenga a Joan Allen, nel tipico ruolo da freddamente detestabile bitch, non cambia molto le cose.
Diciamolo subito per chiarire ogni pregiudizio: nei suoi limiti, questo film funziona. Paul W.S. Anderson (specializzato in cinegame, ha realizzato infatti Mortal Kombat e il primo Resident Evil) confeziona un rutilante giocattolo di grande impatto visivo, pieno di adrenalina e di inseguimenti mozzafiato senza soluzione di continuità. Il protagonista Jason Statham, attore povero di doti qui meno rozzo e cavernicolo del solito, si trova a suo agio dentro le automobili (ricordate la folle bilogia, tra poco trilogia, di The Transporter?) e avrà accettato con grande entusiasmo questa parte. La trama si rifà ad un film che si chiamava Anno 2000, la corsa della morte con protagonisti Sylvester Stallone pre-fama mondiale (correva il 1975) e David Carradine – anche se rispetto a questo Death Race c'era un maggior respiro come zona da percorrere, in quanto era una corsa da costa a costa, mentre questo si svolge quasi interamente in un gigantesco carcere di massima sicurezza, circondato dall'acqua e collegato da un lungo ponte alla terraferma.








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