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| Scritto da Cine Zone | |||
| Domenica 07 Dicembre 2008 09:33 | |||
Titolo originale: Slumdog MillionaireNazione: Regno Unito, Stati Uniti Anno: 2008 Genere: Commedia, Poliziesco, Drammatico, Romantico Durata: 120' Regia: Danny Boyle, Loveleen Tandan Sceneggiatura: Simon Beaufoy (dal romanzo di Vikas Swarup) Cast: Dev Patel, Anil Kapoor, Saurabh Shukla, Raj Zutshi, Jeneva Talwar, Freida Pinto, Irfan Khan, Azharuddin Mohammed Ismail, Ayush Mahesh Khedekar, Sunil Aggarwal Produzione: Celador Films Distribuzione: Lucky Red Data di uscita: 5 Dicembre 2008 Trama: India. Jamal Malik ha un grande sogno: ritrovare un amore giovanile mai dimenticato, ma che purtroppo le strade del destino hanno lasciato in mano a un potente boss locale. L'occasione per ritrovarla gli viene offerta dalla trasmissione “Chi vuol essere milionario?”, che mette in palio venti milioni di rupie. Ma dopo essere arrivato fino all'ultima domanda, Jamal viene incarcerato con l'accusa di essere un truffatore e di aver barato. Per giustificare la sua preparazione il giovane comincia a raccontare le difficoltà della sua vita e il rapporto con Latika, la sua fiamma perduta, e il fratello maggiore autoritario e violento. Recensione di PIETRO SIGNORELLI Danny Boyle (regista quanto mai eclettico che ha sperimentato generi totalmente diversi con ottimi risultati, divenuto famoso per Trainspotting), gira un nuovo incredibile film, con un intento e una trama di base davvero sorprendenti: utilizzare le domande della trasmissione “Chi vuol essere milionario?” (versione indiana: si parla di rupie, 20 milioni per il premio finale) per ripercorrere lungo gli anni (tre attori diversi per gli stessi tre protagonisti) la vita difficile da strada di Jamal Malik (un bravo Dev Patel). Sembra una mission impossible, ma Boyle ha talento e numeri per non dover tremare di fronte questo apparente inconciliabile paradosso narrativo.Sullo sfondo di una baraccopoli piena di fango e latrine, Jamal e suo fratello Salim vivono un'infanzia difficilissima, nella povertà estrema. Dopo aver rifugiato in una notte di pioggia la piccola Latika, i tre vengono a contatto con dei crudeli sfruttatori di bambini che impongono a loro e ad altri di chiedere l'elemosina. Successivamente divisi, Latika finisce nelle mani di un potente boss, al cui servizio lavora Salim. Jamal vuole vincere il premio di venti milioni di rupie della trasmissione tv per riscattare la sua amata, ma viene accusato di frode e deve allora ripercorrere al commissariato la sua vita travagliata, per spiegare la sua innocenza e le motivazioni del suo sapere che gli ha permesso di conoscere anche le domande più complicate del quiz. Il pregio maggiore di questo film (tra i tanti) sta nella capacità del regista di fondere abilmente le immagini dei flashback (dedicate ai tempi passati dei giovani) con quelle del presente. Di solito i ricordi che ricostruiscono per lo spettatore sono una specie di interruzione e di frammentazione; qui il montaggio superbo e l'intensità della storia fanno sì che non ci sia nessun periodo di debolezza, ma un tutt'uno che scorre in maniera omogenea e completa. Non è certo facile in un film con un tale assunto riuscire a mostrare la parabola di una vita, l'amore incrollabile ed eterno che non si ferma di fronte alle difficoltà (Jamal poi non teme nulla: per esempio, pur di un autografo del suo idolo del cinema non esita a finire negli escrementi) e il dualismo di due fratelli completamente diversi (uno buono all'estremo e uno senza freno nel perseguire il successo). In The Millionaire trovate tutto questo, con la tecnica accellerata e i rallentamenti di Boyle, ma anche con tanto sentimento, umanità e voglia di raccontare una bella storia, intensa e completa. Ci sono vari simbolismi, quello dei tre moschettieri fondamentale nella storia, mentre stupenda è la filosofia della bandiera a cui Jamal chiede al pubblico la risposta, chiaro accenno al fatto che il coraggioso giovane non si identifica con la nazione che l'ha fatto soffrire ma con le persone, interazione completa di fiducia. Il potere della televisione e dello show in mano a Boyle e all'istrionico presentatore privo di morale diventa un gioco al massacro dei sentimenti, un'altalena senza fine tra gloria e diffamazione che il pubblico mastica e rende fruttifero di denaro. Le scene del bagno, del sangue e dei soldi, fanno sì che i soldi conquistati senza morale siano solo effimera gioia di nessun significato. Potente e personale: i comparti cinematografici sono praticamente perfetti, i movimenti di camera sono suggestivi, mentre la fotografia sporcata rende ancora più vera la povertà di Bombay (o Mumbai: cambia il nome ma la sostanza è la stessa, anche se sulle baraccopoli sorgono uffici e centri commerciali, chi è povero rimane sempre in miseria). Una bella e interessantissima favola questa raccontata da Danny Boyle, un sogno tragico ad occhi aperti che non perde mai di vista la realtà. In definitiva un altro film ottimo di un regista interessantissimo che continua a sperimentare senza problemi e con coraggio strade sempre diverse, riuscendo ogni volta a stupirci. Questa volta ha ben tenuto i piedi per terra senza contaminazioni fantastiche o sfrenate, per raccontarci una storia umana dai risvolti tragici e sentimentali, chiudendo l'arco narrativo del suo film con un ballo corale di grande impatto e simpatia, novello Kitano ma cantore molto personale di una vicenda agli estremi, che coniuga vincite milionarie con povertà senza limiti. Senza mai dimenticare ciò che muove il mondo con nobiltà: l'amore. Giudizio: ![]() Recensione di ALBERTO DI FELICE Non c'è da sorprendersi dell'affermazione crossculturale del film di Danny Boyle, testimoniata prestissimo, fra le altre cose, da quel luminoso premio del pubblico assegnato al festival di Toronto, città faro di una nazione che del multiculturalismo è la madre storica almeno per la tutela legislativa. Coincidenza assai propizia per celebrare (antetempo e fuor dal tempo: è una fiaba, sembra d'obbligo rimarcare, e a Natale una fiaba—anche qualsiasi—è la morte sua) la Mumbai non ancora sventrata nei suoi alberghi a cinque stelle (il Taj Mahal spunta fuori come un sogno di carta nella nebbia, e proprio come resort di lusso viene venduto dal diabolico piccolo protagonista ai ben allocchi e paffuti turisti occidentali—gli stessi che si bevono questo tè), colonia liberata e sovraffollata cucina a vapore del mondo terzo in sviluppo rumoroso e di ogni odore intriso. Quel che si dice “movimento dei popoli”.In questa terra di conquista per un umanismo al quale si spera il terzo millennio aspiri (la missione sarebbe farne il millennio del terzo mondo sovracitato, se non crepiamo tutti prima inondati), Boyle fa un po' l'avventuriero buono col casco da guerrilla al servizio di Sua Maestà del messaggio di Natale al Commonwealth su YouTube, ammassando la sua storia di movimenti e ricorsi, cosicché nonostante la barbarie (la vita del protagonista coagula sapientemente vari tipi di sottomissione—sistema interno sanguinante di caste e religioni, corruzione ed arrivismo, sistema esterno impiantato del mondo globalizzato—dai quali è destinato, auspicabilmente come tutta la sua “specie” diseredata, a risorgere) se ne venga fuori senza rancori. Jamal (Dev Patel, con una faccia perennemente come un salame—altro modo di dire “bravo ragazzo”—come intuibilmente richiesto dal regista: c'è naturalmente qualche sciagurato che ha già pensato a dargli dei premi) se ne sta in effetti seduto a prenderle: se ha una qualità è la bontà di spirito. Bisogna vedere se, nel mondo reale, questa basti; intanto, il fratello meno buono di spirito, del quale tutti paiono dimenticarsi troppo occupati a ballare, coi soldi fa tutt'altra fine. Si passa dunque per un andirivieni febbrile di coincidenze che alzano fin troppo il velo sul fatto che tutto sia scritto—soprattutto le sceneggiature atte a commuovere con speranza forse mal riposta un pubblico planetario. Il congegno, pur se chiaramente predeterminato e predeterminabile (il che sarebbe anche da dar per scontato), fila via liscio con annesso sbalestramento della camera equina di Boyle (è uno di quei casi nei quali par essere in voga fra i commentatori frettolosi la più diffusa fra le definizioni che nulla definiscono, il concetto che qui ribattezzo di “regia-ghiacciolo”, la cosiddetta regia “freschissima”—per fortuna ci pensa Boyle stesso nelle interviste ad ammettere e precisare che, semmai, in India faceva un gran caldo), con una faciloneria che per presuntuosa che possa essere finisce anche per guadagnarsi la sua dose di simpatia. Si accetta dunque di credere che, cosa improbabile anche per l'ultimo degli intoccabili di Calcutta, il ragazzo non sappia chi è il terzo moschettiere (e stiamo parlando dell'unico libro che probabilmente abbia mai letto in vita sua); così come si può passar sopra al fatto che lui e la sua bella Latika (Freida Pinto, modella) attraversino il salotto (dalle dimensioni modeste, invero, per il suo rango malavitoso) col boss cattivo che si gusta il cricket in tv continuando a confabulare senza che lo scemo senta nulla. Piccolo ulteriore segnale del fatto che, come dovrebbe esser risaputo a chi sia commentatore non frettoloso al par suo, Boyle tende ad affrontare la vita senza troppi pensieri; ragion per cui, dato che non c'è molto bisogno di ragionarci sopra, questo è probabilmente il film adatto per lui. Fa per questo male sapere che questo frullato farfallino è e sarà uno dei film più fortunati (tutta fortuna, è bene il caso sottolineare) dell'anno, non solo a Toronto. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
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Titolo originale: Slumdog Millionaire
Danny Boyle (regista quanto mai eclettico che ha sperimentato generi totalmente diversi con ottimi risultati, divenuto famoso per Trainspotting), gira un nuovo incredibile film, con un intento e una trama di base davvero sorprendenti: utilizzare le domande della trasmissione “Chi vuol essere milionario?” (versione indiana: si parla di rupie, 20 milioni per il premio finale) per ripercorrere lungo gli anni (tre attori diversi per gli stessi tre protagonisti) la vita difficile da strada di Jamal Malik (un bravo Dev Patel). Sembra una mission impossible, ma Boyle ha talento e numeri per non dover tremare di fronte questo apparente inconciliabile paradosso narrativo.
Non c'è da sorprendersi dell'affermazione crossculturale del film di Danny Boyle, testimoniata prestissimo, fra le altre cose, da quel luminoso premio del pubblico assegnato al festival di Toronto, città faro di una nazione che del multiculturalismo è la madre storica almeno per la tutela legislativa. Coincidenza assai propizia per celebrare (antetempo e fuor dal tempo: è una fiaba, sembra d'obbligo rimarcare, e a Natale una fiaba—anche qualsiasi—è la morte sua) la Mumbai non ancora sventrata nei suoi alberghi a cinque stelle (il Taj Mahal spunta fuori come un sogno di carta nella nebbia, e proprio come resort di lusso viene venduto dal diabolico piccolo protagonista ai ben allocchi e paffuti turisti occidentali—gli stessi che si bevono questo tè), colonia liberata e sovraffollata cucina a vapore del mondo terzo in sviluppo rumoroso e di ogni odore intriso. Quel che si dice “movimento dei popoli”.









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