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| The Strangers |
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| Scritto da Cine Zone | |||
| Domenica 04 Gennaio 2009 12:50 | |||
Titolo originale: id.Nazione: Stati Uniti Anno: 2008 Genere: Horror, Thriller Durata: 85' Regia: Bryan Bertino Sceneggiatura: Bryan Bertino Cast: Liv Tyler, Scott Speedman, Gemma Ward, Kip Weeks, Laura Margolis, Glenn Howerton, Alex Fisher, Peter Clayton-Luce Produzione: Rogue Pictures, Vertigo Entertainment, Mandate Pictures, Intrepid Pictures Distribuzione: UIP Data di uscita: 2 Gennaio 2009 Trama: James e Kristen sono andati via da una festa di matrimonio di amici, si sono rifugiati nel cottage dei genitori di lui disperso nella campagna. Ma, ancora con i loro eleganti vestiti da invitati, stanno vivendo un momento di tensione di coppia: lui in mezzo a rose e candele le ha dato l'anello per sposarlo, ma lei ha rifiutato. Improvvisamente, una donna bussa alla porta, chiede di una tale Tamara e poi sparisce. Per i due fidanzati inizia un terribile incubo: il cottage diventa una trappola-prigione che sembra non offrire nessuna sicurezza. Recensione di ALBERTO DI FELICE C'è senza fallo da augurare tutto il meglio a Bryan Bertino, che con questo suo debutto può definirsi inattaccabilmente figlio del Texas delle seghe elettriche. Studente da direttore della fotografia, riciclato sceneggiatore, e poi regista—che, a detta sua, non aveva mai letto un manuale di regia prima della proposta della Rogue—discute la sua dissertazione per l'ammissione all'ordine rimacinando un episodio d'infanzia e le letture sulle gesta del buon vecchio Charles Manson. Test passato, anche se il responso della commissione è unanime nel concludere che Bertino, molto dotato nel rimasto fiuto da cinematographer (ruolo appaltato nel caso all'anch'egli ottimo Peter Sova) che intuibilmente mai lo abbandonerà, nonché come director, è meno cristallino nella scrittura. Paradossale, dato che ha scritto e originariamente non doveva dirigere.Quest'osservazione, si potrà dire, regge poco o affatto: il film è chiaramente un sempre utile “esercizio di stile” nella pratica della suspense (e meno del gore, che a detta di Liv Tyler era più massiccio nello script di partenza), e come tale ha una coerenza difficilmente negabile. Altro non s'ha da chiedere. Questo è essere ingiusti nei confronti del film, posto che i buoni film non sono mai “puri esercizi di stile”: potete pensare ad un qualsiasi grande film che non abbia un sottotesto? Giammai. Ebbene, per forza di cose c'è anche qua: se volete sapere qual è, leggetevi magari l'opuscolo che i killer in maschera chiedono ai due ragazzini mormoni a missione ultimata. D'altronde tutta la gestazione dell'opera testimonia che siamo rimasti dentro quello stesso mondo disperso di patologie sociali, implose fra gli altri nel disgusto esistenziale dell'originario chainsaw massacre—dichiara Bertino, qualora non fosse già chiaro di suo: «Non volevo che fosse apertamente anni '70, ma volevo che sembrasse che potesse esser stato fatto nel 1976». Non a caso fra le ulteriori ispirazioni dichiarate da Bertino, almeno a parole (quelle non dichiarate sono quelle notate un po' dappertutto da noi italiani: i titoli ubiquamente citati sono Them e Funny Games—a mio parere, il primo più appropriatamente del secondo), ci sono le badlands di Terrence Malick, che in diversa (ma non troppo) modulazione erano contemporaneo (gli anni erano il '73 e il '74) sdoppiamento di un unico germe. C'è poi il motivo della coppia scoppiata ricca e prestante (vedasi sul punto un altro titolo richiamato, l'a mio avviso più complesso e riuscito Vacancy), declinato quasi melodiosamente (ottimo preludio lavato in lacrime al “bagno di sangue”—virgolette necessarie, dato che il bagno non è poi troppo efferato), fegatosamente disarmato, che rimane contrappunto borghese alla follia nichilista del «perché eravate in casa»; pian pianino i due sposini mancati si riavvicinano, giocoforza, fin quando di fronte alla morte colei che aveva rifiutato di impegnarsi piangerà «ti amo». La vera peccatrice, accidenti, è lei. Di spiegazioni, volendone cercare, ce ne sono quindi finanche troppe; anche se, al di là della perizia, tutte queste basi rimangono più dichiarazioni che atti compiuti. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Ci voleva un esordiente sconosciuto come Bryan Bertino per regalarci uno dei film più terrificanti degli ultimi tempi, una pellicola che mischia tante situazioni tipiche del film thriller-horror (da Shining a Vacancy o Them) in maniera perfetta, senza disperdersi minimamente in effettacci e concentrando tutto il film (ad esclusione dei primi quindici minuti) sulla paura, con l'arrivo di rumori molesti e apparizioni improvvise di personaggi misteriosi e minacciosi (le cui maschere susciteranno la vostra curiosità citazionale: si va dal Jason capitolo due o al recente The Orphanage).Roba da sconsigliare ai cardiopatici questo The Strangers, con solo sei persone in scena, una trama filiforme ma un numero di salti sulla poltrona davvero considerevole – qualcuno colpirà anche i più scafati e pronti. Chi eventualmente ha voglia del solito innocuo giochetto di portare la ragazza al cinema per stringersela un po', sappia che con questo film ha obiettivo e risultato facilmente conseguiti. La bella Liv Tyler (qui meno sofisticata del solito e vestita in maniera assolutamente castigata) è Kristen, una donna piena di dubbi sul fatto di accettare la proposta di matrimonio del suo ragazzo James (Scott Speedman, attore visto anche in Underworld 1 e 2), che l'ha portata dopo una festa di matrimonio di amici nella casa disabitata e solitaria dei suoi genitori. James ha cosparso di rose vasca e locali, ma sembra che per il momento debba tralasciare le sue velleità matrimoniali. Anche perché sta per iniziare uno dei peggiori incubi da prigionia, un assedio alla loro casa eseguito da tre misteriosi figuri in maschera che apparentemente non hanno nessuna ragione di avercela con loro. Coltelli, asce e vetri infranti, un fucile da caccia, il film di Bertino non ha particolari attrezzi d'offesa, è privo di schizzi d'emoglobina (due episodi) e oltretutto se non ci fosse l'ingombrante presenza dei soliti cellulari avrebbe solo delle attrezzature vintage, come una vecchia radio per comunicazioni e un giradischi a trentatré giri. La paura scorre via palpabile sin dalla prima volta che uno dei tre personaggi misteriosi bussa alla porta: non li vedremo mai in faccia, saranno sempre coperti da maschere e sembreranno dovunque, apparendo (come nella scena della cucina riportata nel cartellone) senza frenesia e praticamente stando immobili dietro le spalle della possibile vittima. Un modo classic di produrre il terrore e la paura, riportando il discorso del vintage di sopra, che decisamente è molto più penetrante dei prodottini teen splatter usi a circolare nel cinema d'oggi. Il luogo circostanziato (un tratto breve di bosco e la casa) incrementa l'effetto, aumenta la tensione che si rivela anche con delle scritte sui muri e frasi, in cui delle bibbie e una domanda («Sei una peccatrice?») con una risposta tagliente («La prossima volta andrà meglio») testimoniano che a volte avere il benestare platonico portando un segno riconosciuto addosso può calmare le coscienze per quanto commesso, ragionamento privo di qualunque fondamento che conferma la follia di chi esegue certe cose. L'incredibile è che non sapremo mai il perché, il motivo della ferocia rimarrà un segreto di questi figuri terribili, e il fatto che il film abbia centrato (in pieno) l'obiettivo è dato dal fatto che nessuno degli spettatori abbia la necessità di sapere per ricondurre. In definitiva un film thriller senza effettacci particolari, di grandissimo impatto, sorretto dalla sua protagonista che occupa la pellicola anche in solitario per lungo tempo, una prova da esordiente per il regista che dimostra che non serve per forza metterci ingredienti eccessivi oppure tipici di certo cinema innocuo per farci saltare di genuina e ricercata paura. A volte bastano la solitudine e qualche apparizione improvvisa per farci capire quanto siano labili le nostre esistenze; i personaggi sono mostrati privi di vera difesa come saremmo noi nella stessa situazione – se il cinema ci dà questa sensazione i salti sulla sedia sono garantiti, e si possono trascurare senza sentirci privi di qualcosa anche le mancate spiegazioni oppure dei discorsi chiarificatori. Se avete voglia di brividi, diversi da quelli dati dal tempo inclemente di questi giorni, fiondatevi a vederlo. Giudizio: ![]()
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C'è senza fallo da augurare tutto il meglio a Bryan Bertino, che con questo suo debutto può definirsi inattaccabilmente figlio del Texas delle seghe elettriche. Studente da direttore della fotografia, riciclato sceneggiatore, e poi regista—che, a detta sua, non aveva mai letto un manuale di regia prima della proposta della Rogue—discute la sua dissertazione per l'ammissione all'ordine rimacinando un episodio d'infanzia e le letture sulle gesta del buon vecchio Charles Manson. Test passato, anche se il responso della commissione è unanime nel concludere che Bertino, molto dotato nel rimasto fiuto da cinematographer (ruolo appaltato nel caso all'anch'egli ottimo Peter Sova) che intuibilmente mai lo abbandonerà, nonché come director, è meno cristallino nella scrittura. Paradossale, dato che ha scritto e originariamente non doveva dirigere.
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