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| Scritto da Cine Zone | |||
| Mercoledì 14 Gennaio 2009 00:07 | |||
Titolo originale: Vals Im BashirNazione: Israele, Germania, Francia, Stati Uniti Anno: 2008 Genere: Animazione Durata: 90' Regia: Ari Folman Sceneggiatura: Ari Folman Voci originali: Ron Ben-Yishai, Ronny Dayag, Ari Folman, Dror Harazi, Yehezkel Lazarov, Mickey Leon, Ori Sivan, Zahava Solomon Produzione: Bridgit Folman Film Gang, Les Films d'Ici, Razor Film Produktion GmbH Distribuzione: Lucky red Data di uscita: 9 Gennaio 2009 Trama: Ari, regista israeliani, incontra un suo amico col quale ha fatto il militare, che gli racconta di un suo sogno ricorrente. Dalla notte seguente, inizia ad avere anche lui sogni, che lo riportano a vent'anni prima. Incapace di ricordare con precisione gli eventi del massacro susseguente all'uccisione del neo-presidente libanese Bashir Gemayel, cerca di recuperare cos'è accaduto. Recensione di ALBERTO DI FELICE Di spiazzante banalità questo “cartone di denuncia” dell'israeliano Ari Folman, che ha giustappunto tutte le caratteristiche del lodevole (ed infruttifero) cinema da festival di denuncia, pronto a ricevere doverose e fiere lodi per la lucidità ed il coraggio della critica che porterebbe avanti. Qui, ci viene a dire Folman, scopriamo che Israele ha un passato (e quindi un presente) che non si sa raccontare. Un tropo assai usurato, e qui più meccanicamente che epifanicamente. Per questa grande rivelazione, poi, si tira fuori l'accadimento disonorevole ma non poi tanto dei massacri di Sabra e Shatila—gli israeliani, nel caso, si sono solo limitati a permettere che a sterminare i palestinesi fossero gli amici falangisti cristiani. Il che naturalmente non toglie che questa sarebbe una denuncia dell'occupazione israeliana.Il tema è la memoria, appunto—il parallelo con l'Olocausto (richiamando anche i ben noti ricatti cinematografici a questo associati) è chiaro, ma purtroppo (vedi la penultima osservazione del capoverso precedente) debole. Folman rielabora col suo film la sua esperienza personale, concedendosi dunque una dura seduta di psicanalisi condotta attraverso incontri con ex-commilitoni ora di mezza età ed interviste a comandanti militari, reporter e amici; parallelamente, va ricostruendo visivamente il ricordo, che si asserisce per la sua limpidezza non essere la riemersione di un inconscio (e quindi dichiara di ricostruire una verità) ma viene comunque inizialmente rappresentato per via onirica, spingendo a turno la mano sul sacrificio dei corpi giovani coinvolti (tanto i soldati israeliani, nudi sulla spiaggia a guardare il crollo della loro “innocenza”, tanto poi nella bruta realtà il bambino palestinese da questi ucciso). Mi chiedo dove sia l'alta moralità che si millanta, se non nel fatto in sé che si racconta e nella presupposizione che se ne stia parlando in un modo pregno. Il film procede ordinatamente a dimostrare, molto semplicemente, una tesi: fa succedere in linea retta i suoi punti numerici fornendo tanto di spiegazione orale (l'amico che delucida il ruolo delle immagini nella memoria, ancora una volta tornando alla giovinezza—e di nuovo illustrando pedagogicamente la storiella del luna park) e avanza progressivamente sostituendo alla visione onirica la verità delle immagini del conflitto reale, mentre Folman ricostruisce effettivamente quanto successo. Paolo Mereghetti ci spiega che «utilizzando i disegni invece delle riprese dal vero, [il film] si interroga anche sull'usura delle immagini e sul modo migliore di entrare in comunicazione con lo spettatore ... con una forza diversa dall'abusato “realismo” del reportage cine-televisivo, sempre in bilico tra retorica e sciatteria». Peccato che dove Folman fallisce è proprio nel rinunciare alla sua pretesa di realismo e realtà da reportage a favore di una concreta elaborazione delle immagini e dell'immaginario: tant'è che si conclude, con un ricatto bell'e buono, con le immagini verissime uscite dritte da un telegiornale—sempre su un bambino, per di più, si va a chiudere. Difficile trovare (dopo le banalità sull'incubo, che però viene detto non dovrebbe essere “inconscio”) scelta più sciatta e retorica di questa. Giudizio: ![]() Recensione di EMANUELE RAUCO A volte la distribuzione italiana è davvero da querela: non fa uscire film, li fa uscire con estremo ritardo, li relega al dvd o li tartassa con periodi, traduzioni, doppiaggi folli. Ma a volte, volontariamente o meno, sa scegliere tempestivamente tempi e modi per valorizzare un film.Accade col nuovo film di Ari Folman, centrato sull’eccidio di Sabra e Shatila, che viene licenziato da Lucky Red proprio nei giorni in cui l’offensiva israeliana nei territori palestinesi diventa più decisa e devastante: un buon palcoscenico per accendere le luci su un grande film. Dopo aver parlato con un amico, che attraverso un sogno ha rimembrato le gesta della guerra col Libano, a inizio anni ’80, Ari s’interroga sul perché della sua partecipazione come soldato in quella guerra ha un solo, vago ricordo. Comincia a ricercare i suoi commilitoni e i testimoni del conflitto, per ricucire le fila della sua memoria, e sarà un puzzle duro e doloroso. Un documentario scritto e prodotto dallo stesso Folman, un film-intervista onirico che ha la straordinaria caratteristica di essere animato, a metà strada dall’ossessivo realismo del rotoscopio e la rilettura immaginifica dei migliori animatori statunitensi (Kevin Altieri), e in cui l’uso di immagini e corpi impalpabili non è solo pretesto sperimentale, ma il necessario sfogo linguistico a una ricerca di verità e senso nel luogo impalpabile per eccellenza: l’inconscio. Luogo in cui è ambientato, più che nell’Israele contemporaneo o nei territori occupati di quasi trent’anni fa, questo gioiello che – al di là dell’affascinante e spiazzante esperimento visivo – che riflette sulla memoria e l’uso psicologico che facciamo di essa, sui blackout, le distorsioni e le improvvise apparizioni dei ricordi e del loro significato, centrando la pellicola sull’essenza visiva della memoria, sull’immagine: in sostanza, è anche un film sul cinema, sul lavoro, sull’importanza, sulla manipolazione, sui vari valori sociali, culturali, politici, filosofici dell’immagine e della sua trasfigurazione, che ne stratifica il valore e ne rende – caso raro nel cinema contemporaneo – le immense sfumature (il fotografo, il giornalista e il suo video reporter, il popolo che assiste alla battaglia come un film). Il nucleo del film è il sogno sia come trasposizione che come interpretazione del reale, e Folman fa proprio questo, usa l’onirismo come mezzo di comprensione di una verità atroce e surreale esattamente come usa i disegni per raccontarla e, interiorizzando la struttura tipica dei film di guerra (Folman è a suo agio con la psicoanalisi, come dimostra la sua creatura più celebre, la serie In Treatment), i suoi episodi e blocchi separati, ne estrae gli elementi formali per una messinscena curatissima ed elaborata, dolorosa, ma allo stesso tempo lucida, quasi fredda, ma partecipe nello straniamento di corpi che via via assumono sempre più umanità (fino al finale con immagini di repertorio). Proprio nell’incarnazione delle vittime palestinesi da parole a fantasmi per finire in persone e cadaveri, sta la base della sceneggiatura, forse macchinosa e difficile nello svolgimento, claudicante nel ritmo, ma capace di non lasciarsi mai andare a patetismi o spettacolarizzazioni, e al contrario perfetta nel dare forma visiva e comunicativa al suo spessore “filosofico”, che la regia rende più interessante tanto più riesce a metterlo in contatto con il basso, con il sostrato popolare e umano, con l’ironia dolente degli yiddish, in ottimo contrasto con la raffinata colonna sonora di Max Richter. Già da Cannes si parlava entusiasticamente di questo film e i diversi premi che ha vinto e che rischia di vincere testimoniano di un sorprendente e finalmente nuovo modo di intendere non solo l’animazione, ma soprattutto il modo di concepire la realtà e le sue mille rappresentazioni, che fa del linguaggio, delle scelte stilistiche e del modo di usarle la base teorica dei nuovi orizzonti israeliani nell’arte e nel cinema, perdendosi e ritrovandosi nella testa dello spettatore, tra riprese video, storyboard e animazione. E mettendo finalmente da parte la politica e la propaganda spicciola per lasciare il passo all’intelligenza pura. Giudizio: ![]()
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Titolo originale: Vals Im Bashir
Di spiazzante banalità questo “cartone di denuncia” dell'israeliano Ari Folman, che ha giustappunto tutte le caratteristiche del lodevole (ed infruttifero) cinema da festival di denuncia, pronto a ricevere doverose e fiere lodi per la lucidità ed il coraggio della critica che porterebbe avanti. Qui, ci viene a dire Folman, scopriamo che Israele ha un passato (e quindi un presente) che non si sa raccontare. Un tropo assai usurato, e qui più meccanicamente che epifanicamente. Per questa grande rivelazione, poi, si tira fuori l'accadimento disonorevole ma non poi tanto dei massacri di Sabra e Shatila—gli israeliani, nel caso, si sono solo limitati a permettere che a sterminare i palestinesi fossero gli amici falangisti cristiani. Il che naturalmente non toglie che questa sarebbe una denuncia dell'occupazione israeliana.
A volte la distribuzione italiana è davvero da querela: non fa uscire film, li fa uscire con estremo ritardo, li relega al dvd o li tartassa con periodi, traduzioni, doppiaggi folli. Ma a volte, volontariamente o meno, sa scegliere tempestivamente tempi e modi per valorizzare un film.








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