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| Scritto da Cine Zone | |||
| Domenica 18 Gennaio 2009 18:02 | |||
Titolo originale: id.Nazione: Australia, Stati Uniti Anno: 2008 Genere: Avventura, Drammatico, Guerra, Western Durata: 165' Regia: Baz Luhrmann Sceneggiatura: Stuart Beattie, Baz Luhrmann, Ronald Harwood, Richard Flanagan Cast: Nicole Kidman, Hugh Jackman, David Wenham, Bryan Brown, Bruce Spence, Jack Thompson, John Jarratt, Ben Mendelsohn, Bill Hunter, Barry Otto, Essie Davis, David Gulpilil, Jacek Koman, Ray Barrett, Brandon Walters, Eddie Baroo, Tony Barry, Jamal Bednarz-Metallah, Max Cullen, Arthur Dignam, Damian Bradford, Nathin Butler Produzione: Bazmark Films, Twentieth Century-Fox Film Corporation Distribuzione: 20th Century Fox Data di uscita: 16 Gennaio 2009 Trama: Inghilterra, 1939. Sarah Ashley è una bella e ricca aristocratica con un terribile cruccio: il marito è da tempo in Australia per seguire le loro mandrie di vacche, ma lei pensa che lui la stia invece tradendo. Per togliersi ogni pensiero parte incurante degli ammonimenti del coniuge a non recarsi nella terra dei canguri, giusto in tempo per trovarlo cadavere, assassinato con una lancia presumibilmente da un aborigeno. Passato il primo momento di sconforto, Sarah decide di andare lei stessa con la mandria a Darwin per venderla, salvando così il destino della tenuta. L'impresa è tutt'altro che priva di rischi; per fortuna che ad aiutarla c'è un uomo brusco ma deciso, chiamato soltanto «il mandriano», ed alcuni coraggiosi aborigeni. Il viaggio comincia mentre foschi presagi di guerra incombono all'orizzonte con la minaccia dell'arrivo degli aerei giapponesi. Recensione di PIETRO SIGNORELLI Per generazione rubata australiana (iconizzata perfettamente da un grande film del 2002 di Phillip Noyce con il titolo Rabbit-Proof Fence, in italiano appunto La generazione rubata) si intende quella specie di pulizia etica più che etnica che operarono gli inglesi sui piccoli aborigeni per educarli alla cosiddetta vita civilizzata, portandoli via alle famiglie e alle loro vite con tradizioni ataviche. Se l'Australia è un continente relativamente giovane per la sua scoperta da parte dell'uomo bianco (1770 da James Cook), aveva gli aborigeni che la abitavano da decine di migliaia di anni. Con le loro leggende, con le loro tradizioni, con i loro balli e i canti che contraddistinguevano e celebravano feste e propiziavano la caccia. Prima che crediate di essere finiti a Quark e non su una recensione di cinema, chiariamo subito il motivo di questa premessa: il nuovo, splendido film kolossal di Baz Luhrmann – il visionario regista di film come Moulin Rouge e Romeo + Juliet – parla proprio di questo, di un bambino che non vuole perdere la sua identità culturale, e vive continuamente in fuga per non essere catturato dai bianchi. Il ragazzo ha un mentore, il nonno King George (lo strepitoso attore australiano aborigeno David Gulpilil, presente anche nel film sopracitato) che lo protegge da lontano con le sue canzoni sciamaniche benefiche.Ma la trama non parte da qui: la protagonista è un'affascinante donna aristocratica inglese di nome Sarah Ashley (la Kidman, bellissima e vigorosa come sempre, in un film celebrativo della sua nazione non poteva certo mancare) che preoccupata dell'assenza del marito che crede fedifrago, corre sulla lontana isola con la scusa di controllare la vendita delle mandrie dal congiunto. Giunta sul luogo appena in tempo per trovarlo cadavere ed assassinato, scopre che il suo braccio destro Neil Fletcher (David Wenham, in una parte da cattivissimo, attore che ricorderete nella parte di Delios in 300) vendeva il bestiame a loro insaputa. Decisa a non perdere i soldi delle forniture governative per la consegna della carne come rifornimento per le truppe, convince un autentico maverick (nome che intende un capo di bestiame non marchiato), una persona senza capi o padroni come il Mandriano (un muscoloso e per le donne ormonale come non mai Hugh Jackman, che anche lontano dagli artigli di Wolverine dimostra di essere un bravo attore). La piccola eterogenea truppa (la lady, il mandriano, un contabile ubriacone e degli aborigeni) parte alla volta di Darwin, la città di raccolta per i manzi, con alle costole lo sleale Fletcher, che agli ordini del potentissimo King Carney (Bryan Brown) cercherà di impedire la riuscita della spedizione. I paragoni con Via col vento sono decisamente esagerati (anche se vari sono i punti di contatto con il capolavoro di Fleming; curiosamente c'è anche il fatto che si cita spesso Il mago di Oz con Judy Garland, dello stesso anno e dello stesso regista): il tono e il respiro sono ottimi ma non così magistrali ed unici, la coppia Kidman–Jackman non è minimamente paragonabile a quella immortale di Leigh–Gable, nonostante che il manifesto di Australia voglia ritrarre i due amanti in posa più o meno simile a quello di Gone with the Wind. L'incredibile è la calma registica di Baz Luhrmann, che non eccede minimamente nelle immagini e anzi fa una storia priva di esagerazioni onirico-visive e sonore, ben tratteggiata, disegnando un affresco che parte dalle praterie piene di mandrie e dalle lotte tra possidenti per il predominio, per giungere a raccontare anche della grande guerra e dell'attacco giapponese. Volendo andare avanti con il gioco citazionale anche i grandi spostamenti delle mandrie possono ricordare Howards Hawks e il suo meraviglioso Fiume rosso, con quei guadi affascinanti inquadrati dall'alto, ma soprattutto e comunque vige il discorso iniziale della generazione rubata, che le didascalie iniziali e quelle finali rimarcano ulteriormente. I bambini sono il tesoro, ben più prezioso dei soldi, che Sarah vuole preservare; lei arrivata per gelosia e prestigio, ma rimasta dove saltano i canguri per il fascino terribile che quella terra con i suoi moti emozionali (e ormonali...) le ispira – le sequenze finali sono un chiaro monito a non lasciare mai nulla di intentato per preservare quell'immenso bene infantile che abbiamo, contrariamente alla storia dell'uomo che ne ha cercato di rubare le radici con la politica becera della generazione rubata. La storia è idealmente divisa in due grandi tronconi: quello delle mandrie e delle praterie, e poi la sezione (con un salto temporale delineato velocemente dalle stagioni che passano inquadrando i diversi aspetti della flora sotto le pioggie o la siccità) in cui l'ombra della grande guerra rimasta solo all'orizzonte si materializza. L'uso del computer c'è, ma è saggio e senza alcuna pedanteria; d'altronde sarebbe stato un disastro economico muovere mandrie in certe situazioni in altri modi, visto anche il costo della pellicola a lavoro finito (si parla di 140 milioni di dollari). C'è spazio anche per la lotta di classe con le aristocratiche invidiose che malvedono il rapporto tra la lady e il mandriano, i pestaggi da saloon e un po' di magia sciamanica, dove l'empatia tra nonno e nipote domina le difficoltà, ma è magia anche quella che viene infusa nelle emozioni da Dorothy e il suo ponte sull'arcobaleno a cui i protagonisti si riferiscono spesso. E così, tra un tragico o felice fox-trot e l'altro (quasi tutto avviene in coppia, come simboleggia il mandriano che non beve mai da solo) arriviamo alla fine, entusiasmati e avviluppati a questa storia che credevamo diversa e più sfrenata, un omaggio sentito e riverente a una terra meravigliosa. In definitiva un grandissimo film kolossal la cui durata non vi deve per nulla spaventare: la storia è talmente coinvolgente che tutto passa leggero e senza pesare – d'altronde è impossibile non emozionarsi in maniera completa di fronte a tanta capacità di raccontare una storia a così ampio respiro, capace di essere romantica senza risultare zuccherosa, che ci parla di un concetto superiore come quello della preservazione della cultura senza che si debba per forza imporre la propria. Senza scomodare gli irraggiungibili capolavori del passato, qui abbiamo una coppia d'attori fantastica per sognare, una storia lineare e completa per emozionarsi, paesaggi infiniti in cui immergersi: cosa possiamo volere di più? Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]() Emanuele Rauco: ![]()
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Per generazione rubata australiana (iconizzata perfettamente da un grande film del 2002 di Phillip Noyce con il titolo Rabbit-Proof Fence, in italiano appunto La generazione rubata) si intende quella specie di pulizia etica più che etnica che operarono gli inglesi sui piccoli aborigeni per educarli alla cosiddetta vita civilizzata, portandoli via alle famiglie e alle loro vite con tradizioni ataviche. Se l'Australia è un continente relativamente giovane per la sua scoperta da parte dell'uomo bianco (1770 da James Cook), aveva gli aborigeni che la abitavano da decine di migliaia di anni. Con le loro leggende, con le loro tradizioni, con i loro balli e i canti che contraddistinguevano e celebravano feste e propiziavano la caccia. Prima che crediate di essere finiti a Quark e non su una recensione di cinema, chiariamo subito il motivo di questa premessa: il nuovo, splendido film kolossal di Baz Luhrmann – il visionario regista di film come Moulin Rouge e Romeo + Juliet – parla proprio di questo, di un bambino che non vuole perdere la sua identità culturale, e vive continuamente in fuga per non essere catturato dai bianchi. Il ragazzo ha un mentore, il nonno King George (lo strepitoso attore australiano aborigeno David Gulpilil, presente anche nel film sopracitato) che lo protegge da lontano con le sue canzoni sciamaniche benefiche.











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