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Iago Stampa E-mail
Scritto da Cine Zone   
Mercoledì 04 Marzo 2009 00:00
Iago / LocandinaTitolo originale:      id.
Nazione:      Italia
Anno:      2008
Genere:      Drammatico
Durata:      100'
Regia:      Volfango De Biasi
Sceneggiatura:    Volfango De Biasi
Cast:      Nicolas Vaporidis, Laura Chiatti, Aurelien Gaya, Lorenzo Gleijeses, Fabio Ghidoni, Giulia Steigerwalt, Luana Rossetti, Dioume Mamadou, Dina Braschi, Cristina Liberati, Pietro De Silva, Gabriele Lavia
Produzione:      Ideacinema
Distribuzione:      Medusa
Data di uscita:      27 Febbraio 2009

Trama: Il perfido Iago ha visto rubata la sua amata Desdemona per mano di Otello. Pieno di rancore e di voglia di vendetta, chiede aiuto agli amici Roderigo ed Emilia di aiutarlo nei suoi inganni, che hanno come fine ultimo di screditare il nero Otello e Cassio, un suo avversario/partner nella costruzione di un progetto edilizio. Iago tesse le sue trame con furbizia, ma il padre di Desdemona è molto timoroso di perdere l'amicizia con il ricco genitore di Otello e molti suoi piani vanno in fumo. Nella stupenda Venezia incomincia una lotta senza esclusione di colpi per l'amore, il prestigio e i soldi.

Recensione di PIETRO SIGNORELLI

IagoProgetto molto ambizioso e con grandi possibilità di fallimento questo Iago, liberamente tratto dalla tragedia immortale di William Shakespeare (intitolata, ovviamente, “Otello”). Volfango De Biasi (autore di Come tu mi vuoi, sempre con Vaporidis) porta il tempo dallla realtà del 1600 ad oggi, toglie tutti gli elementi tragici (le morti), ne attualizza il contesto e fa recitare gli attori con frasi del bel tempo perduto mentre hanno in mano una macchina fotografica o un telefonino. Un pauroso ibrido che tiene alcune parti cardine del capolavoro (il fazzoletto ingannatore, gli incontri apparentemente occasionali ma studiati dal perfido Iago) concedendosi ampi spazi di manovra legati all'epoca moderna.
Personalmente ritengo Laura Chiatti una bella donna (valorizzata da delle gambe di una lunghezza iperbolica, ampiamente non coperte dai vestiti griffati/microgonne che porta nel film) ma di una sciattezza paurosa sulla scena, dove pare –  più che recitare – sfilare. Lei è Desdemona, i suoi sguardi languidi sanno di falso in maniera prepotente, i suoi modi di approccio al personaggio decisamente scarni. Con un personaggio centrale femminile così privo di fascino, va da sé che buona parte dell'intento (simpatico) va a farsi benedire, dato che poi tutto verte come interesse per lo spettatore solo sulla diatriba economica a tre Otello/Iago/Cassio, che devono coalizzarsi giocoforza per costruire un progetto edilizio da far approvare al padre di Desdemona (Gabriele Lavia). I tre però fondamentalmente si odiano, in quanto Cassio ha preso il posto come supervisore principale di Iago, Otello ha conquistato il cuore di Desdemona che era di Iago, per cui a quest'ultimo, mazziato e dell'amor derubato, non resta che ingannare.
Andando con ordine, in questa trasposizione davvero bizzarra, troviamo un personaggio pieno di rancore che deve rifarsi dei torti subiti, che agisce furbescamente altalenandosi tra i personaggi prima come consigliere e poi come traditore. Il lavoretto di De Biasi si limita a percorrere stili e modi delle commedie italiane di oggi, con le bellone high class e i comportamenti di sufficienza del caso, festini particolari dove mostrare qualcosa di carne femminile (invero poca) e a buttare il divetto Vaporidis in pasto al pubblico di teen girls che lo adora. Il fatto che si dica «affonda lo startiglio» al posto di «svuota i gioielli di famiglia» (o altre cose poco eleganti) in un contesto moderno di yuppies realizzati e figli di papà, oppure di vedere alcuni vestiti démodé che portano Emilia e Roderigo, non aggiunge granché al valore del fim: alla fine la cosa diventa monotona, i rimandi banali e il tutto abbastanza superfluo e fastidioso.
Si salvano però i comprimari. Mentre Vaporidis si aggira sperduto per la splendida Venezia senza essere per nulla valorizzato (dobbiamo ovviamente scoprire se c'è poi qualcosa da valorizzare) e il bell'interprete francese Aurelien Gaya (Otello) è a dir poco imbalsamato, della Chiatti sono state già tessute le “lodi” di non-attrice, Lorenzo Gleijeses che fa l'omosessuale Roderigo (e figuriamoci se non si inseriva una parte gay) è strepitoso, un autentico folletto dalle varie trasformazioni che mette un tocco di grazia dove appare.
Anche Fabio Ghidoni (Cassio), il fotografo di avventure bollenti nel letto, con in mente sempre la trivellazione (le piattaforme petrolifere non c'entrano), fa una parte molto simpatica, le sue esternazioni filo-maialifere sui genitali e sulle giapponesi strappano qualche sorriso divertito. Infine Giulia Steigerwalt (Emilia), che è stata scelta anche da Muccino e ancora con De Biasi nel suo film precedente (fa la ricca snob che convince la Capotondi a darsi una svolta estetica) con i suoi travestimenti e le sue manie dimostra di avere una padronanza della scena particolarmente spiccata. È grazie a loro che il film, anche se rimane comunque povero, non affonda del tutto e arriva alla fine senza particolari ansie. Sui titoli di coda qualche scena nascosta (un travestimento da infermiera dark di Emilia e un sottinteso gay di Otello) chiudono il film, arrivando dopo che la Chiatti con un vestito (sul seno) vedo-non-vedo scoperto, ha dato il suo unico apporto decente alla pellicola.
In definitiva una banale rivisitazione in chiave commedia moderna di una tragedia immortale – che se non arrivava nessuno piangeva: manca di una vera originalità e di uno stravolgimento eversivo, ci si è dedicati solo al modaiolo/attualizzato (certe cose in mano ad un Baz Luhrmann, per esempio, chissà cosa potevano essere – vedi Romeo + Juliet) ma che grazie a qualche sprazzo di energia di chi sta nelle retrovie si fa vedere senza totale sofferenza. Certo, una maggiore penetrazione recitativa e umiltà di qualcuno nel stare in scena quando star non si è avrebbe permesso di passare una serata spensierata maggiormente compensativa di quanto pagato alla cassa. Per quello che abbiamo visto, è maggiore la libbra di sconsiglio che quella di invito.

Giudizio: 1.5
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