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The Wrestler Stampa E-mail
Scritto da Cine Zone   
Sabato 07 Marzo 2009 01:00
The Wrestler / LocandinaTitolo originale:      id.
Nazione:      Stati Uniti, Francia
Anno:      2008
Genere:      Drammatico, Sportivo
Durata:      111'
Regia:      Darren Aronofsky
Sceneggiatura:    Robert D. Siegel
Cast:      Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Mark Margolis, Todd Barry, Wass Stevens, Judah Friedlander, Ernest Miller
Produzione:      Protozoa Pictures, Saturn Films
Distribuzione:      Lucky red
Data di uscita:      6 Marzo 2009

Trama: Venti anni dopo la gloria, il wrestler Randy ‘The Ram’ Robinson è ridotto al circuito minore. Al termine di un combattimento, ha un infarto, che gli preclude ogni seria possibilità di continuare nell'attività agonistica. Totalmente solo, cerca di riallacciare il rapporto con la figlia e di avvicinarsi alla spogliarellista Cassidy.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

The WrestlerLa “prestazione da Oscar” (mancato) di Mickey Rourke l'avevo già vista nella scena del film che più è circolata come trampolino promozional-televisivo, e che per la sua disadornità è anche quella che forse più mi ha colpito anche durante il film. Mi riferisco ovviamente al monologo del suo Randy ‘The Ram’ Robinson davanti alla figlia Stephanie (Evan Rachel Wood). È appunto una scena “da statuetta”, quel che si direbbe nulla di speciale se non per il lavoro di immedesimazione forzata dell'attore, che siamo invitati ad ammirare a volte con fastidio, e che come tutti ben sappiamo nel caso in specie condivide col personaggio più di quanto possa esser detto senza risultare biecamente retorici o sentimentali.
Nulla di speciale, come detto: la scena si svolge con regolare piano d'ambientazione che riprende padre e figlia assieme e poi i canonici campo–controcampo. Rourke fa tutto da solo; la Wood fornisce partecipi piani di reazione. Aronofsky lo riprende piazzandogli dietro le onde dell'Atlantico in un pomeriggio invernale, mentre sull'estrema sinistra sono mossi dal vento i capelli di Stephanie. Rourke confessa, e nonostante se la sia cavata piuttosto bene si ferma come si stesse scordando come continuare—come se anche nella sincera ammissione di inutilità la memoria gli stesse svanendo. Sbatte le palpebre, e qui cadono naturali due lacrime che scivolano giù speculari per le sue guance. Vere in tutti i sensi, credo.
La scena fa parte di una sequenza nella quale padre e figlia, unico momento nel film, paiono poter ricominciare. Randy le ha fatto un regalo aspettandola al rientro da scuola, e l'ha convinta a seguirlo fino al vecchio molo abbandonato, che lei non ricorda dalla sua infanzia. Le racconta di quando, impaurita entrando nel “Monster Motel”, si aggrappava alla sua gamba per proteggersi dagli scheletri. «Io non ricordo neanche questo», gli ribadisce lei: «Io sì». Dopo il discorso di Randy, padre e figlia entrano negli edifici dismessi: Randy cammina davanti, e come risposta alla confessione del papà Stephanie decide di raggiungerlo e stringersi al suo braccio. Dopo un po' fanno irruzione nella ex-sala da ballo, e si fanno da dama e cavaliere. Quando lui la riporta a casa, si promettono che ceneranno assieme il sabato venturo.
Ma la verità è che The Wrestler non è il film della riscossa di Randy—tutto il contrario, sebbene a Randy vada tutto il tifo del caso. Anche se siamo lontanissimi da Randy, o anche solo perché pur lontanissimi sappiamo tutti di essere peccatori. Per quanto si sforzi di ricordare quei dettagli, il triste stato dei fatti è che Randy non è in grado di pensare alla sua vita, di amare realmente o di essere realmente amato. Nonostante ne abbia la possibilità e vorrebbe eliminare il rimpianto di non esserci riuscito. Piange, ma fra un po' rialzerà la cornetta. Darren Aronofsky gli rende l'onore dovuto ai valorosi perdenti: fa un film su un uomo che non ha imparato ad accettare la sua sconfitta, che non ha imparato—perché non poteva?—ad esser padre della sua vera famiglia, e che si immola senza più nulla sull'altare delle finte bandiere.

Giudizio: 3


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

The WrestlerQuesto film poteva tranquillamente intitolarsi “La vita di Mickey Rourke”, tanto il (meraviglioso) ritratto disegnato con estrema abilità somiglia a quello dell'attore, con tutti i problemi che hanno percorso l'esistenza dell'ormai quasi dimenticato interprete dell'agente di borsa John che si trastulla con Elizabeth/Kim Basinger in 9 settimane e ½. Vi diciamo subito, prima di ogni altra considerazione, che la prova attoriale di Rourke è a dir poco strepitosa: tutti i premi e i riconoscimenti (tra cui una nomination all'Oscar) sono strameritati, si rimane affascinati da quanto l'uomo senta e conduca il personaggio verso la sublimazione, dove prima che lo sportivo e il personaggio viene fuori alla grande l'uomo. Vorremmo anche spendere due parole di grandi elogi per Marisa ‘il tempo non passa come per le altre’ Tomei (vincitrice di un Oscar come non protagonista per Mio cugino Vincenzo), che nella parte della sentimentale spogliarellista Cassidy si mostra senza problemi con il suo corpo favoloso di donna matura, sensuale come non mai in bollenti lap dance.
The Wrestler racconta la storia tragica di un eroe del ring, Randy ‘The Ram’ Robinson, che dopo essere stato a lungo in vetta alle cronache sportive negli anni '80 si trova costretto a sbarcare il lunario con incontri combinati di infima categoria e a lavorare part-time in un magazzino di alimentari che fondamentalmente non sopporta e di cui si vergogna. A complicare i suoi problemi, il fatto che la figlia (Evan Rachel Wood in versione mora) lo odia per le sue assenze. Purtroppo ci saranno altre cose che mineranno la sua vita rendendola ancora più difficile.
Non crediate di andare ad assistere a un film sul wrestling con i suoi colorati e finti combattimenti pieni di odio che non c'è nel vero: qui siamo in zona totalmente diversa, lo sport preso in esame è solo un mezzo per arrivare al vero scopo – raccontare la triste storia di un eroe del ring al tramonto, l'uomo prima che lo sportivo e il personaggio pubblico. In una delle fasi salienti del film (con una scena cardine in cui vediamo come il suo ingresso nel negozio somigli a quello del ring per poi sentire che voci ed applausi si spengono appena entra a servire i prodotti alle persone) Ram viene riconosciuto da un cliente dell'esercizio commerciale dove lavora, un fan del wrestling, mentre non è sul ring: in quel momento capisce che anche con le dovute ragioni, il suo posto non è quello, l'uomo sta vivendo secondo dettami impossibili da accettare, qualunque sorte è migliore del rinnegare. A quel punto ogni volo sul ring (il cosiddetto «Ram Jam») diventa una sorta di canto del cigno, pericoloso quanto volete per il suo fisico ormai minato, ma pur sempre uno sbattere di ali non tarpate che prende vita, che sia una farfalla o un lungimirante volo di rondine questo non conta: vale la poesia del gesto rispetto a un esistere a zero valore.
Aronofsky, autore dell'estetico L'albero della vita del 2006, aiutato da una fotografia dai toni scuri e sporcati, rende esteticamente le spalle del wrestler portatrici di un fardello davvero pesante, compresso da doveri verso i fan, diviso tra il proprio sentire e la necessità di capire quanto valgono le persone accanto a lui e che dovrebbe considerare come un rapporto in cui deve dare qualcosa e non solo una compagnia occasionale senza doveri precisi. Ram porta le sue cicatrici come un trofeo, ma in realtà sono il mostrare fisico della sua anima tormentata – la sua carne subisce i colpi del ring riparata dai dottori, ma le sue pene morali non hanno possibilità simile. Emblematica la scena del taglio alla fronte volontario in un combattimento: lui stesso è colpevole dei suoi dolori, commette degli sbagli che poi non si cura di riparare in profondità, chiedendo per l'ennesima volta solo scusa. Nella vita, diversamente dal combattimento, non c'è nulla da concordare per arrivare al successo e accontentare/accontentarsi: bisogna essere pronti ad affrontare le cose e a non fuggire alla prima difficoltà o spaventarsi di fronte alla necessità di essere duraturi in termini di sicurezza per i tuoi cari.
La scena del Nintendo old style ha un sapore di sconfitta nei tempi odierni e di gloria in quelli passati (ogni cosa ed ognuno è campione nella sua epoca): adesso va Call of Duty 4 e il bambino non riesce a capire il senso di un gioco che graficamente non ha il conforto della bellezza, tanto quanto il corpo di Randy ormai troppo segnato dalle cicatrici e non più glorificato da esse. Il film funziona benissimo perché è un'altalena di emozioni diversificata: si va dal sudore sul ring alla sensualità della Tomei (anche se sembra banale che abbia una versione domestica del tutto acqua e sapone, tanto da condurre lo spaesato Randy in un negozio a prendere un regalo alla figlia), al senso di disgusto per le scene di lotta troppo violenta nonostante che sia tutto un teatro concordato (la scena della pinzatrice e dei vetri); non manca neppure un tocco di poesia con un tenero ballo riappacificatore in un capannone vuoto. Il pubblico che è l'anima della vita di Randy lì non è presente, eppure lui è felice lo stesso – il wrestler non coglie il messaggio e la pagherà duramente.
A cercare un punto debole possiamo trovarlo nel finale, che probabilmente è scontatissimo; ma la scena, per quanto prevedibile, ha una sua perfetta messa in scena, un carico emotivo notevole, per cui non conta nulla la sua facile codifica prima del tempo in quanto estrae comunque quello che deve. In definitiva un film che vi consigliamo ampiamente di vedere, con un'interpretazione superba di un uomo che conduce se stesso e la sua vita alla pellicola, una donna che non smette mai di stupire per la sua vitalità, un contesto validissimo in cui tuffarsi, dove il ring è il mezzo per raccontare una parabola umana in discesa quanto mai emozionante. «Ram Jam» connessa.

Giudizio: 3


Altri giudizi della redazione:

Emanuele Rauco: 3
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