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Gran Torino Stampa E-mail
Scritto da Cine Zone   
Sabato 14 Marzo 2009 01:00
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Gran Torino / LocandinaTitolo originale:      id.
Nazione:      Stati Uniti, Australia
Anno:      2008
Genere:      Drammatico, Thriller
Durata:      116'
Regia:      Clint Eastwood
Sceneggiatura:    Nick Schenk
Cast:      Clint Eastwood, Christopher Carley, Bee Vang, Ahney Her, Brian Haley, Geraldine Hughes, Dreama Walker, Brian Howe, John Carroll Lynch, William Hill, Brooke Chia Thao, Chee Thao, Choua Kue, Scott Reeves, Xia Soua Chang
Produzione:      Double Nickel Entertainment, Gerber Pictures, Malpaso Productions, Media Magik Entertainment, Village Roadshow Pictures, Warner Bros.
Distribuzione:      Warner Bros.
Data di uscita:      13 Marzo 2009

Trama: Al veterano Walt Kowalski, pensionato ex-dipendente della Ford in quel di Detroit, muore la moglie. Con i figli ormai presi dagli egoismi quotidiani di famiglia e lavoro e non intenzionati a prendersi cura di lui, rimane solo in casa, in un quartiere ormai praticamente abbandonato dalla popolazione bianca ed abitato per lo più da immigrati. Una notte scopre Thao, un ragazzo vicino di casa, mentre tenta di rubargli la sua Gran Torino del 1972 dal garage per un rito d'iniziazione in una gang. La tensione coi vicini sale, ma Walt comincia pian piano a prendere a cuore il ragazzo.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

Gran TorinoImperativo notare che l'ultimo (dichiarato) film da attore di Eastwood inscena il suo pacifico ed ammansito funerale, con un tono—si potrebbe fetentemente ipotizzare—tanto più ostentato quanto, com'è diventato assai stancante sentir ripetere, “invisibile”. Mi domando se qualcuno si azzarderà ancora a ripetere quest'aggettivo, che preso in prestito per descrivere la stretta continuità del montaggio ai fini narrativi sembra essersi miracolosamente tramutato in “mano magica” che fa finta di cancellare l'autore in un nobile universo etico. Ad esempio, mi chiedo come si possa spacciare il termine per descrivere i piuttosto lampanti (e fatti apposta per esser “visibili”) piani di reazione che, con corredo di gorgoglio burbero, staccano sulla rabbia frustrata del pensionato con le mani sporche Walt Kowalski (Eastwood, giustappunto).
C'è non molto da dire su un film che si chiama come una macchina e che è stato co-finanziato dalle agevolazioni fiscali dello stato del Michigan, la cui Detroit capitale decaduta—che è segnalata da chiunque l'abbia vista come la città più squallida degli USA fra le grandi—è ormai da un bel po' al centro di una belt di ampissima recessione industriale: i riferimenti sono pronti per esser letti, e vi lascio fare da soli i compiti. (Fa anche un po' ridere, poi, che si passi per queste vie per raccontare una parabola lato sensu “anti-protezionista”—sebbene col solito fare liberal-conservatore—quando sappiamo tutti che il caro Obama ha appena legiferato che le nuove auto a prova d'ambiente che rilanceranno quel che resta dei colossi dovranno essere fabbricate in pieno regime di salvaguardia occupazionale interna.)
Tuffandosi poco a ritroso, ci si ritroverà il caro Harry Callahan. Ma soprattutto credo piuttosto intuitivo dover vedere in Gran Torino un epilogo del dittico di Iwo Jima, con gli echi di guerre e reduci del passato che fanno sempre tanto pensare il disonore patriottico americano. D'altronde quelli che lì erano due capitoli qui sono semplicemente due vicini di casa racchiusi in un forse un poco schematico universo di villette ben tenute o da riverniciare, balzando dalla diffidenza all'apertura più totale, passando per una purificante espiazione dei peccati. Tanto che, troppo più rassicurante di quello di Million Dollar Baby, anche qua c'è un bel prete che tenta di immischiarsi e fare la morale. Stavolta, accidenti, in fondo gli riesce, e trova pure tempo per “imparare” qualcosa lui stesso.
Finanche troppa grazia, in quello che in effetti non mi è sembrato un film al pari dei precedenti. Riesco comunque ad immaginare la sceneggiatura di Nick Schenk (che ha forse qualche leggerezza, del tipo: l'amico bianco di Sue, la giovane Ahney Her, vuol fare il dawg con la gente sbagliata, e Wally, che è arrivato a scena già iniziata, gli fa il discorsetto onniscente di chi ha sentito proprio tutto—cosa che, correggendomi, quasi sicuramente è voluta: Wally, chiaramente, la sa ben più lunga di quanto potrebbe un comune 78enne) prender vita in maniera molto diversa: un ordinario racconto di rise and glorious fall d'umanità di uno scorbutico veterano di Corea bilioso verso il mondo d'oggi, che supera la morte della moglie e la lontananza dei figli occupando il tempo a risolvere suo malgrado drammi razziali, a ribadire leggi generazionali impedendo in pratica che un ragazzino asiatico diventi gay (sacrifica persino la sua bella autovettura d'epoca per permettergli di far bella figura con la ragazza designata), e a sistemare un fatiscente quartiere di una città praticamente con le pezze al culo prima di fare l'ultima tirata (anzi no).
Non che il film non sia questo, ovviamente, ma se non fosse stato per Eastwood non credo avremmo avuto quei vagamente goduriosi piani di reazione di cui sopra, con altre sferzate di egual portata, con quei mugugni rassegnati e quella latente aria da baracconata alla Bronco Billy. Un minuto afferra il fucile e rischia di far fuori mezzo vicinato, e un altro è seduto al tavolo di una cucina circondato da vecchie signore Hmong che gli apparecchiano un piccolo harem culinario nel quale il Nostro è beato come un pascià. Certe cose le avrebbe potute sostituire solo uno come Jack Nicholson, diretto magari da Peter Segal, con Adam Sandler nel ruolo del barbiere sfornasesso italo-ebreo.

Giudizio: 2.5


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Gran TorinoSilenzio, parla Clint. Il grande cineasta, che per la gioia di tutti noi ritorna come protagonista anche davanti alla macchina da presa (speriamo davvero non per l'ultima volta come ha detto), ha in mano l'arte del cinema in maniera così completa che riesce da una storia apparentemente banale, sospesa a metà strada tra un possibile Callaghan in pensione e un giustiziere della notte esistenzialista, a tirare fuori una quantità impensabile di concetti, sensazioni ed emozioni. Dopo i suoi capolavori drammatici, ecco la storia malinconica del granitico reduce della guerra di Corea di origini polacche Walt Kowalski, un uomo rimasto vedovo, che odia praticamente tutti, figli compresi, tranne la sua cagnolina Daisy, costretto a vivere nella “sua” America in mezzo ad etnie che odia. Quando scopre che vicino a casa sua, ornata da una bandiera a stelle e strisce davvero emblematica, viene a vivere una famiglia cinese, la sua rabbia aumenta a dismisura, nonostante gli orientali vogliano essere amichevoli e collaborativi. L'unico suo vero amore ed interesse è quello per la sua meravigliosa auto sportiva del 1972, la Gran Torino del titolo (per inciso, la vettura resa famosa da Starsky & Hutch). Quando cercano di rubargliela, Walt imbraccia il fucile; ma invece del sangue scorreranno cose davvero non prevedibili, come l'amicizia e la comprensione per chi non è come te ma vuol stare con te.
I sobborghi violenti che la prosa di Eastwood racconta vedono protagoniste le armi ma non la polizia, che sembra un'autorità solo di nome e che non pare neppure desiderosa di apparire, proseguendo il discorso che in fondo il grande paese dei sogni di tutti (di troppi?) ha bisogno dell'autodifesa come se fossimo nel vecchio West. L'uomo Clint si identifica con il personaggio Kowalski: nel suo carattere alberga la genesi professionale dell'attore-regista, cowboy solitario pieno di amarezza in una contea motorizzata. Messo di fronte al fatto che dopo la morte della moglie la sua vita non sarà più la stessa, preferisce chiudersi in un torpore personale pieno di ricordi amari, tra birre, sigarette e sfottò con il suo barbiere italo americano; anche il fatto che dà il via al grande cambiamento non è un atto di generosità, difende il suo terreno e non il giovane Thao in pericolo. L'unico che pare avere voglia di toglierlo dal suo bozzolo è il giovane prete (Christopher Carley), legato a una promessa e che tralascia le pesanti offese che il burbero uomo gli propina a ogni suo apparire; Eastwood sembra volerci dire che in fondo Dio magari non esiste, ma i suoi emissari e i suoi dettami in fondo valgono al di là dell'icona di fede e delle cattedrali create dall'uomo.
Il punto supremo è infatti quello della confessione, liberatoria prima del meraviglioso finale, dove si confessano peccati in fondo secondari rispetto al fatto di avere ucciso degli uomini durante la guerra, alcuni in circostanze anche vigliacche. In mezzo a tanta voglia di raccontare cose grandi in un contesto urbano limitato (qualche scorcio e poche case), Eastwood riesce a mettere tanta deliziosa ironia, come le sue espressioni contrite, i dialoghi con la comunità un tempo nemica e combattuta, di cui aveva fatto di tutta un'erba un fascio, dove insegna come conquistare delle ragazze cinesi con nomi di stati americani (Iowa) o ad essere uomini usando un linguaggio scurrile e non modi gentili. Solo i grandi cantori sanno altalenare i toni della loro voce con tanta maestria – dopo la commozione e l'ansia, il sorriso: altri si sarebbero persi, ma non l'Eastwood odierno, che ormai sa benissimo che un proiettile nella canna di un fucile, messo di fronte al grugno, ha più parola di quello già uscito dall'arma.
Di fatto Kowalski ha un arsenale che non interessa a nessuno; molto più interesse desta la sua vettura tenuta perfettamente, un simbolo di grandezza e purezza del passato, di una vita totalmente americana che ora viene consegnata alle nuove etnie con la gioia che la sapranno tenere a dovere. Il grande stato dei sogni può essere consegnato senza problemi a cinesi e portoricani, basta che non lo sporchino, ne sappiano fare buon uso, non violentandone usi e tradizioni dettati dai padri fondatori ma avendone rispetto: siete qua, vi accettiamo anche più degli stessi cittadini statunitensi (vedi il rapporto conflittuale con la nipote fumatrice e con i piercing, che messaggia anche durante il funerale della nonna) ma la vostra cultura deve essere un sereno confronto e non una violenta radicazione.
Questi cinesi lo leggono dentro, lo conoscono, lo amano, l'uomo vecchio e malato con loro vive un sublime tramonto riscattando il passato, usando l'oggetto che l'ha accompagnato per la sua vita che metaforicamente si trasforma da simbolo di morte in quello di giustizia, l'unica possibile, diversa dal linguaggio delle armi e della violenza. Restate in sala fino in fondo, i titoli di coda e la canzone che li accompagna sono un'immagine sublime di una provincia americana ora aperta e non racchiusa. Non ci sono definitive da dare: entrate in sala e godete di questo spettacolo, magari inferiore alle prove capolavoro da solo regista di Eastwood, ma pur sempre un sublime esempio di come dalle piccole cose si possano tirare fuori grandi concetti. Non sono solo le luccicanti lamiere della Torino ad essere grandi.

Giudizio: 3


Altri giudizi della redazione:

Emanuele Rauco: 3
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