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Disastro a Hollywood Stampa E-mail
Scritto da Cine Zone   
Lunedì 20 Aprile 2009 01:00
Disastro a HollywoodTitolo originale:      What Just Happened
Nazione:      Stati Uniti
Anno:      2008
Genere:      Commedia, Drammatico
Durata:      104'
Regia:      Barry Levinson
Sceneggiatura:      Art Linson
Cast:      Robert De Niro, Sean Penn, Catherine Keener, Bruce Willis, John Turturro, Robin Wright Penn, Stanley Tucci, Kristen Stewart, Michael Wincott, Jason Kravitz, Mark Ivanir, Remy Selma, Christopher Evan Welch, Lily Rabe, Sam Levinson
Produzione:      2929 Productions, Art Linson Productions, Tribeca Productions
Distribuzione:      Medusa
Data di uscita:      17 Aprile 2009

Trama: Ben è un produttore cinematografico, pluridivorziato e alle prese con due problemi apparentemente non terribili ma per lui gravosi: un cane che non deve essere ucciso in un film con Sean Penn, e Bruce Willis che si interstardisce nel voler fare un film con una lunga barba dove invece non dovrebbe averla. Alle prese con l'ultima moglie che ancora ama, con la figlia che sta diventando troppo libertina, i produttori che premono, i registi che fanno le bizze e gli attori che danno fuori di matto, Ben deve cercare di regolare impegni familiari con quelli lavorativi. Purtroppo il festival di Cannes è alle porte e i tempi sono sempre più brevi per sistemare a dovere il tutto.

Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Disastro a HollywoodIl sessantasettenne Barry Levinson ha voluto riunire un team di attori, capitanati dal mitico Bob De Niro, a lui caro, per realizzare un film altamente polemico con l'industria hollywoodiana (non dimentichiamo che nel passato si allontanò dalla città dei sogni per motivi di discordia, ma è anche vincitore di un Oscar per Rain Man), che viene dipinta come una macchina tritaemozioni e non fabbricasogni. La trama verte attorno al produttore Bob (De Niro, gigione e perfetto nella parte, ma d'altronde camaleontico com'è non è certo una sorpresa), stressato e pluridivorziato, che deve cercare a tutti i costi di realizzare un film con Sean Penn (in una parte himself) con un finale diverso da quello che ha progettato il regista (Michael Wincott, Lo scafandro e la farfalla, in una parte decisamente off da flippato totale). Il motivo del contendere è un cane che dovrebbe morire (solo sulla scena, ovviamente); invece i produttori dopo un test screening vorrebbero un ending meno cruento e più felice.
Bob cerca di convincere il regista in tutte le maniere, vessato dalla produttrice che vuole tempi stretti per l'alternate ending (Catherine Keener, attrice adorata da Sodebergh); ma oltre a questo la sua vita frenetica e convulsa deve realizzare anche altre soluzioni, come convincere un imbufalito ed ingrassato Bruce Willis (himself) ad accettare di tagliarsi la lunga barba a cui tiene tanto. Willis non vuole farlo per propri motivi etici, i produttori temono che con quel vello inusuale il pubblico non lo riconosca. Oltretutto il suo miglior aiuto (Turturro) è completamente fuori di testa, un suo collega produttore (Stanley Tucci) è sospettato di scoparsi l'ex-moglie di cui Bob è ancora innamorato (la dolce Robin Wright Penn, con Willis in Unbreakable – Il predestinato). E ciliegina sulla torta, la figlia (Kristen Stewart, di Into the Wild) ha fatto libertinamente l'amore con un neo-suicida. Ce n'è abbastanza per impazzire, ma Bob è tosto ed è deciso a dipanare la matassa di problemi infinita, con il solito dilemma se privilegiare famiglia o lavoro.
Levinson utilizza l'atmosfera e il linguaggio commedia per dare un messaggio di difesa autoriale ben preciso: nessuno tocchi il lavoro di un regista e il suo intento, nessuno pensi di poter manipolare ad arte gli attori. Privilegiamo l'arte rispetto all'industria, altrimenti perderemo ogni coraggio a favore del botteghino. Se il regista del film nel film è mostrato come un Warhol new age, impasticcato finché volete ma con delle piume indiane a sottolinearne lo spirito indipendentista, i produttori, Ben compreso, non hanno di queste preoccupazioni e usano il pubblico per sapere cosa gli farà tirare fuori i soldi ma non cosa lo stupisce, colpisce, impressiona ed emoziona. Come il seno della bellissima starlette che deve essere succhiato di nuovo ogni volta che si vuole, il pubblico sugge ciò che è bello e scontato e non ciò che in fondo è vero (il cane di fatto è più logico che muoia invece che viva). Levinson ci suggerisce che in fondo il cinema il pubblico può affondarlo facendo floppare un film ma non può realizzarlo; è quindi giusto che l'industria di Hollywood proponga il prodotto con il senso di dire e non solo incassare.
Nonostante ci sia un senso ben preciso in questa commedia, dalla storyline abbastanza fine, l'atmosfera è comunque frizzante, briosa; De Niro domina da mattatore la scena di questa riunione di star da grande quale è, ma è un peccato vedere un altro grande attore come John Turturro ridotto a fare la solita macchietta (perfetta finché volete, ma pur sempre in un cantuccio) – chi scrive attende da tempo che l'attore amato dai Coen abbia una parte di rilievo per liberare le sue doti che a quanto pare non vuole sfruttare. Tutto il resto è praticamente perfetto nella sua confezione, con quel Bruce Willis che si prende in giro con una ironia grandiosa, e la Wright Penn dolce, caldo sicuro rifugio per qualunque uomo con un po' di senno; in regia c'è una persona troppo scafata per mancare tali obbiettivi descrittivi dirigendo. La scena finale a Cannes con quel discorso al suo interno contiene il senso, il vetriolo e la rabbia di tutto quanto sopra scritto.
In definitiva un film commedia sul cinema, brioso e divertente, diretto e recitato con classe, che donerà oltre 100 minuti di perfetto passatempo ma anche una punta di vetriolo davvero marcata che accusa l'industria hollywoodiana di tritare senza nessuna pietà sogni ed emozioni tanti quanti ne può potenzialmente creare, in nome dei soldi e del lusso. E questo è il vero disastro ad Hollywood.

Giudizio: 2.5


Altri giudizi della redazione:

Alberto Di Felice: 2
Emanuele Rauco: 2
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