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Nemico pubblico n. 1 – L'ora della fuga Stampa E-mail
Scritto da Cine Zone   
Venerdì 24 Aprile 2009 00:00
Nemico pubblico n. 1 – L'ora della fuga / LocandinaTitolo originale:      L'ennemi public n°1
Nazione:      Francia, Canada
Anno:      2008
Genere:      Azione, Biografico, Drammatico, Poliziesco, Thriller
Durata:      130'
Regia:      Jean-François Richet
Sceneggiatura:      Abdel Raouf Dafri
Cast:      Vincent Cassel, Ludivine Sagnier, Mathieu Amalric, Gérard Lanvin, Samuel Le Bihan, Olivier Gourmet, Michel Duchaussoy, Myriam Boyer, Anne Consigny, Georges Wilson, Alain Fromager, Alain Doutey, Laure Marsac, Arsène Mosca, Christophe Vandevelde
Produzione:      La Petite Reine, Pathé
Distribuzione:      Eagle Pictures
Data di uscita:      17 Aprile 2009

Trama: La seconda parte della vita criminale di Jacques Mesrine, nella Francia degli anni '70. Sempre più popolare in tv e soprattutto sulla stampa, Mesrine continua con i furti ed entra ed esce di galera, fra nuovi complici, rocambolesche fughe, ed interviste fra voglia di gloria e voglia di qualche tono politico. Prima di essere freddato dal piombo in un'imboscata urbana della polizia nelle strade di Parigi il 2 novembre 1979.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

Nemico pubblico n. 1 – L'ora della fugaArriva in un crescendo piacevolmente smontato d'ogni attesa (anche se ben pieno di musica in canna), la seconda parte dell'opera di Richet. Si chiude con la capitale immagine dell'eroe (Vincent Cassel) chino e sanguinante sul volante della sua BMW 528i d'annata, comprata tempo addietro per celebrare la ritrovata libertà più volte persa e la promettente unione con l'ex-prostituta e nuova amante Sylvie (Ludivine Sagnier), con la quale si va a completare un intreccio composto prima dalla sfigurata Sarah (Florence Thomassin) e dall'ex-moglie Sofia (Elena Anaya) nel primo capitolo. Fra le altre cose, a segnalarcelo è un'inquadratura che riprende, variando specularmente le posizioni ma sempre con la camera stortata sul letto, la Sagnier distesa fasciatamente con Cassel, come in precedenza quest'ultimo con la Anaya.
I due film sono insieme compiuti e contigui, un po' come potrebbero esserlo due parti di una fiction nostrana, se non fosse che sono francesi (il che già basterebbe a lavar via il mio richiamo), che c'è un ritmo più sostenuto rispetto all'altra, e che si manifesta qui compiutamente uno spirito anti-schematico nel pronunciamento finale sulla celebre figura criminale. Credo non sia semplicemente en passant che Richet (e lo sceneggiatore Abdel Raouf Dafri) ci fa vedere il momento dell'acquisto  dell'elegante (ormai, non più tanto) vettura tedesca sulla quale Mesrine verrà impalato semplicemente per quello che era: uno che voleva «diventare un uomo ricco col crimine», secondo le sue stesse parole. Probabilmente ha preferito finire così che andare a Milano ad incontrare chissà chi delle BR. Prendiamo la quattroruote comodamente come simbolo di normale consumismo in circolo, assieme al cagnolino che fa tanto coppia alto-borghese—anzi d'ancien régime, date le parrucche.
Sempre ad una macchina è legato un altro degli episodi di «svincolo» del film, quello in cui un'allegra famiglia campagnola viene portata in gita dal Nostro col compare François Besse (Mathieu Amalric) al fine di far tornare questi ultimi in libertà, adesso che sono—ovviamente—braccati. Al posto di blocco la polizia perquisisce tutte le macchine, tranne quella della famigliola in gita: appunto perché è una famigliola in gita, ed è giusto e preferibile pensare non abbia segreti nel bagagliaio. Il papà di famiglia porta così in salvo i due, e Mesrine gli dà una piccola parte del bottino al casinò—prima di perdere per sciagura propria tutto il resto—che l'uomo accetta con estremo piacere e compiacenza; torna poi al volante e continua la gita, intuibilmente. I bambini, nel sedile posteriore, non hanno mai avuto paura: a loro Mesrine sta assai simpatico.
Chiaramente i figli di Mesrine hanno meno possibilità di farsi due risate con lui. In questo secondo episodio vediamo la più grande, Sabrina (Fanny Sidney), andarlo a trovare in carcere ed assistere—molto o troppo divertita—a delle udienze in tribunale nelle quali il papà fa il bello ed il cattivo tempo nel prendersi beffe del «sistema» da cui ciclicamente evade e viene ri-sequestrato. Vuole «attaccare il sistema da dentro», come azzarda preso dalle follie dei tabloid François? Oppure, come lui, vuole «rimanere dov'è per poterlo sfruttare»? In effetti non sembra avere le idee chiare, ideologicamente, ma nella migliore tradizione dei gangster segue esclusivamente la propria vocazione fino all'auto-annientamento. «Un uomo degno di questo nome guadagna onestamente, mette su famiglia, ed è rispettato dai vicini», gli diceva la mamma; a lui piace più sentirsi temuto dai poliziotti che lo pedinano—«Cazzo, è enorme!», lo saluta da nascosto uno.
Richet aumenta avvertibilmente in questo seguito l'uso della camera a mano, incalzando la continuità intensificata e facendo ampissimo affidamento su inquadrature singole e piani ravvicinati. Il montaggio—del depalmiano Bill Pankow e di Hervé Schneid—è quindi serrato e doverosamente affidabilissimo, e l'azione scivola via senza sostanziali tempi morti nelle oltre due ore. A partire almeno da Eastern Promises non può più esserci resistenza di sorta a riguardo di Vincent Cassel, che sulla panza ha qui tutto il peso del grande ruolo da mastino—o «cane randagio», come definito dal Depardieu del primo. Abbaia sincero. Ma basterebbe una delle sue interviste elargite alle nostre tv per dichiararsi irrimediabilmente ammaliati, in verità.

Giudizio: 2.5


Recensione di RICCARDO RUDI

Nemico pubblico n. 1 – L'ora della fugaIn L’istinto di morte avevamo lasciato il nostro gangster francese nella sua ascesa verso la criminalità, in un trionfo mediatico e nella costruzione di un criminale da rispettare. In L’ora della fuga le carte in tavola cambiano drasticamente, a partire dallo stesso Vincent Cassel, il quale interpreta un ruolo divenuto pesante non solo dal punto di vista fisico (per rivestire il ruolo di Mesrine ha dovuto prendere ben 20 kg) ma anche dal punto di vista della messa in scena e nel far rivivere (in maniera comunque piuttosto romanzata) le gesta e le azioni del criminale che ha piegato tutta la polizia francese durante gli anni ‘70. Rispetto al primo capitolo, questo film è totalmente diverso, a partire da un montaggio nevrotico e vertiginoso in piena sintonia con il genere d’azione di cui ormai il film è imbevuto. Inoltre la musica diventa una cornice essenziale e una costante, e le composizioni che accompagnano le immagini sono un esempio di lavoro artistico memorabile, e danno un tocco di stile alla storia che non pretende di essere una ricostruzione affidabile.
Accecato e ossessionato dalla notorietà, Jacques Mesrine non riesce a fare a meno dello scalpore che provoca soprattutto attraverso le strabilianti evasioni dalle carceri di massima sicurezza, e dal suo modo spavaldo e privo di timore di affrontare i giudici, la legge e di conseguenza la giustizia. Si crede un rivoluzionario, vuole distruggere il sistema e vuole farlo partendo dalle spettacolari rapine nelle banche e nel derubare i grandi magnati della società. Il suo carisma e la sua popolarità lo precedono, e lo plasmano come figura pericolosa e rispettabile. È per questo che i criminali vengono attratti dalla sua orbita. Ne è un esempio François (Mathieu Amalric), compagno di prigione di Mesrine con cui pianifica un’incredibile evasione. Oppure l’anarchico rivoluzionario Charlie (Gerdard Lanvin), figura che fa riflettere sulla situazione politica in Francia e in Italia durante gli anni ‘70. Tutti i compagni di crimine di Mesrine vengono attirati e poi successivamente inombrati dalla sua figura imponente, costantemente sotto i riflettori dei media e della polizia. La stessa fine è riservata per le figure femminili che lo accompagnano durante la sua vita, in particolare in L’istinto di morte troviamo Sylvia (Ludivine Sagnier), che interpreta la donna che lo accompagna durante gli ultimi atti della sua vita.
Il rapporto con i media veniva accennato nel film precedente, e non veniva dato molto spazio al rapporto ossessivo che Jacques Mesrine aveva con essi. In L’ora della fuga questo rapporto viene ampliato, sviluppato e di conseguenza diventa il tema portante di tutto il film, e la stessa follia del protagonista. La sua è corsa per la notizia più avvincente, più spettacolare, e più sbalorditiva, e non si fa scrupoli a ringhiare contro chiunque pronuncia male il suo cognome («Merìn», non «Mesrìn») e  getta  fango sulla sua figura; esempio è la sequenza raccapricciante della tortura del giornalista di estrema destra che aveva scritto un articolo che non andava a genio al gangster. Il rapporto con la polizia viene raffigurato in maniera ironica, ed è parecchio divertente e suggestiva la sequenza del magistrale arresto di Mesrine da parte del commissario Broussard (Olivier Gourmet), in cui lo stesso criminale ammanettato offre un bicchiere di champagne al commissario.
Il suo nome negli anni ‘70 diventa leggenda e un mito reale e paradossale allo stesso tempo. La domanda spontanea che sorge è come ha fatto un comune uomo a mettere sottosopra un’intera nazione. In suggestive panoramiche e carrellate ci vengono mostrate sequenze in cui le forze dell’ordine si mobilitano per stanare la minaccia Mesrine. Ci si domanda anche come sia possibile che le prigioni di massima sicurezza abbiano così tante falle da aver consentito al Robin Hood francese di evadere ben quattro volte. Inoltre Richet non fa scrupoli a mostrare la corruttibilità e il marcio che si trova nel sistema, e l’avvocato di Mesrine è uno dei tanti esempi. Maestro del travestimento e dell’evasione, delle rapine e dei riscatti, emerge con debolezza anche la figura di padre e di figlio, fin troppo soffocati dalla sua ricerca di fama. Questa ricerca viene dimostrata dalla stessa presuntuosa autobiografia che scrisse durante gli anni di carcere, e che da il titolo al primo film, ossia «L’istinto di morte».
Lo stile del film è un ricalco di molti gangster movie, da Scarface a Il padrino a Quei bravi ragazzi e così via, e sotto la luce di una regia e produzione francese è stata creata una storia che sbalordisce e diverte nella cruenta visione del mondo di Mesrine, e che consente anche momenti di riflessione sullo status del gangster, che per quanto dice di se stesso di essere un uomo d’onore rimane pur sempre un criminale. La fine del film si ricongiunge con l’inizio di L’istinto di morte e L’ora della fuga (in cui, come nel primo film, ci vengono mostrate le scene dell’estremo gesto della polizia per stanare Mesrine), in un gioco di suspance che converge in un exploit finale visivamente molto forte. Il film funziona, ma non riesce a seguire le orme dei più famosi gangster movie, soprattutto perché non è stata data una giusta pubblicità e un giusto onore all’interpretazione di Vincent Cassel. È un ottimo tentativo di entrare nella leggenda di questo genere.

Giudizio: 2.5


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Emanuele Rauco: 3
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