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| Scritto da Cine Zone | |||
| Sabato 13 Gennaio 2007 00:00 | |||
Titolo originale: The Pursuit of HappynessNazione: Stati Uniti Anno: 2006 Genere: Drammatico, Biografico Durata: 117' Regia: Gabriele Muccino Sceneggiatura: Steve Conrad Cast: Will Smith, Jaden Christopher Syre Smith, Thandie Newton, Brian Howe, James Karen, Dan Castellaneta, Kurt Fuller, Takayo Fischer, Kevin West, George K. Cheung, David Michael Silverman, Domenic Bove, Geoff Callan, Joyful Raven, Scott Klace Produzione: Overbrook Entertainment, Escape Artists, Columbia Pictures Corporation Distribuzione: Medusa Data di uscita: 12 Gennaio 2007 Trama: 1981. Chris Gardner sta disperatamente cercando di riparare ad un investimento sbagliato, un acquisto di un'improbabile macchina scanner portatile poi da rivendere, mentre la moglie lavora con doppi turni per sbarcare il lunario. Prendersi cura del piccolo Christopher è difficilissimo, e si cerca di sopperire alle difficoltà in tutti i modi possibili. Mentre la situazione precipita in un baratro sempre peggiore, per lo sfortunato Chris sembra apririsi uno spiraglio di difficile gestione. Recensione di PIETRO SIGNORELLI Muccino se ne va in America e racconta una storia americana, o meglio una storia ambientata in America, che sembra essere un plot da Spike Lee. Ma mentre il grande regista americano ne avrebbe fatto una vigorosa denuncia e un'aperta e demolente bilancia di valori, il nostrano regista delle grida e degli urli ci propina una passionevole carrellata di lacrimevoli stereotipi, con situazioni sempre più difficili da concepire in quanto, nella corsa al buco nero verso la caduta, si dimentica ogni logica di trama e di conseguenzialità di situazione. E mentre Chris e Christoper si trovano sempre peggio, anche lo spettatore si gioca le due ore di durata in una noia morale, con il saliscendi del succedersi che srotola la sua ellissi nella vasca del miele e delle frasi fatte («Sei un bravo papà» e «Non permettere a nessuno di toglierti un sogno») che in Italia sarebbero state urlate e qui invece vengono piante.Un film di una pochezza e di una piattezza immani, con personaggi del tutto fuori da ogni contesto che accettano il protagonista con situazioni del tutto risibili, giocato sul sicuro e senza nessun volo pindarico di fantasia. Bandiere Usa e Capitan America sono presenti a ricordare la gratitudine del Gabriele, che ha avuto un incasso stellare con questo film dei buoni sentimenti mal mostrati e rozzamente orchestrati. Che Muccino resti in Italia: almeno non facciamo brutte figure con gli americani. Le sue grida sono più convincenti dei suoi pianti fasulli. E così ecco che colui che ha dato vigore al cinema italiano con due film se non altro convincenti, anche se non perfetti, e ha fatto scoprire Accorsi e la Mezzogiorno (tra l'altro da un po' assenti dal grande schermo, paragonato al serrato numero di film fatti dopo L'ultimo bacio) se ne va in America, fortunatamente senza l'insostenibile fratello Silvio, a dirigere uno degli attori più amati del pubblico locale, il «man in black» Will Smith (in versione baffuta) . Muccino sceglie la strada del ricreare le situazioni del 1981 omaggiando all'inizio, e riproponendo, la scena dell'arrivo in città dell'ingenuo cowboy Voight di Un uomo da marciapiede (il barbone per terra, la gente non curante e lo stupore solo suo), tappezzando poi la città di manifesti del cinema del periodo (abbiamo anche un taxi con la locandina di Toro scatenato) e con oggetti culto del momento (la summa sta nel cubo di Rubik). Questo spalmare oggetti e significati per dirti «Oh, ricorda: ho detto 1981–82» dopo un po' risulta fastidioso e monotono, anche perché mentre le locandine potrebbero solleticare il divertimento del cinefilo, altre cose come le pubblicità americane del tempo sono per noi un oggetto del mistero sconosciuto (tranne quella del Coppertone con la celebre bambina che viene tirata per le mutandine da un cagnolino, ripresa anche nella locandina di un film italiano). Assistiamo come tipico di Muccino all'estremizzazione del tutto; d'altronde la sua esteriore capacità di pregiare il film di emozioni indotte è un magma di colpi di maglio che qua non può far apparire, non può trascendere in urla e grida, non può far correre i personaggi in città urlando la loro disperazione. Dovendo interiorizzare, crea situazioni di una banalità assurda, creando ganci e strizzate d'occhio agli americani, dove si parla di grandi sogni davanti a un pallone di basket e di scoperta di uomini validi in uno stadio di baseball. Prendiamo atto incolpevoli delle situazioni più inconcepibili (elencarle tutte è impossibile), con le quali ci vuol far credere che una madre e moglie affettuosa lavoratrice soda (Thandie Newton) abbandoni il figlio dopo averlo voluto con sé all'inizio, che un uomo con giacca e cravatta entri in un ricovero per barboni (tra l'altro in mostra e in fila bello posizionato ad arte senza nessuna credibilità; fortuna che il Muccino ha tolto il direttore di scena con i numeri delle comparse), che nel campo dei broker ci siano persone che accettano e capiscono con il sorriso le situazioni più strambe. Di scanner, poi, prima non se ne vende uno e dopo vanno via a grappoli. I soldi non ci sono e le multe si pagano lo stesso. La cosa più grossa comunque è il furto dello scanner dell'hippie, dove Chris lascia uno scanner e la voce fuori campo ti avverte «Sì, assurdo, ma lui è ingenuo». Qualcuno dice che è una storia vera? Romanzarla così è facile ma decisamente delittuoso verso la logica e lo spettatore. Tutto in ordine e nulla a posto, sembra dire questo lacrimevole e spudorato film di ingannevole trama, dove un padre preferisce coinvolgere il figlio in situazioni a dir poco spiacevoli piuttosto che saperlo al sicuro con la madre, cosparso di stelle e strisce al vento dove il simbolo è Capitan America, vilmente abbandonato in uno dei rari momenti di rabbia del protagonista, quasi a simboleggiare che bisogna sempre credere e mai lasciare sogni e ideali. Un film costruito per piangere, che non potrà far altro che accontentare chi vuol commuoversi con facili stili, dove campeggia un Will Smith dalla lacrima facile che si porta dietro il vero figlio per posti e città. Che Muccino resti in italia a gridare, perché far piangere è un'arte e non un inganno, un'emozione che porta verso l'occhio e la mente le lacrime – mentre lui sa portare solo lacrime di noia. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]()
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Titolo originale: The Pursuit of Happyness
Muccino se ne va in America e racconta una storia americana, o meglio una storia ambientata in America, che sembra essere un plot da Spike Lee. Ma mentre il grande regista americano ne avrebbe fatto una vigorosa denuncia e un'aperta e demolente bilancia di valori, il nostrano regista delle grida e degli urli ci propina una passionevole carrellata di lacrimevoli stereotipi, con situazioni sempre più difficili da concepire in quanto, nella corsa al buco nero verso la caduta, si dimentica ogni logica di trama e di conseguenzialità di situazione. E mentre Chris e Christoper si trovano sempre peggio, anche lo spettatore si gioca le due ore di durata in una noia morale, con il saliscendi del succedersi che srotola la sua ellissi nella vasca del miele e delle frasi fatte («Sei un bravo papà» e «Non permettere a nessuno di toglierti un sogno») che in Italia sarebbero state urlate e qui invece vengono piante.








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